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venerdì 23 settembre 2011

LA BATTAGLIA DEI SUPERMERCATI

«Falce  & Carrello», vince la Coop
Esselunga concorrente sleale

Il Tribunale condanna Caprotti a un risarcimento di 300 mila euro e intima il ritiro del libro dagli scaffali

MILANO - Primo round alle Coop nella battaglia ingaggiata contro la grande distribuzione della Lega dal proprietario dell'Esselunga e autore del libro-denuncia «Falce & Carrello. Le mani sulla spesa degli italiani», Bernardo Caprotti. Il Tribunale di Milano ha dato ragione a Coop e condannato Esselunga per concorrenza sleale, accogliendo il ricordo presentato tre anni fa a seguito della pubblicazione del volume edito da Marsilio nel quale Caprotti sostiene di aver incontrato ostacoli all'espansione del suo gruppo nelle regioni «rosse» e accusato Coop locali di gravi scorrettezze commerciali, oltre che di intrecci indissolubili con la politica.
LA SENTENZA - Il Tribunale ha sancito che il libro integra «un'illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia» e condanna Esselunga a un risarcimento pari a 300.000 euro e al ritiro del pamphlet dal mercato. Vietato inoltre reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti. Oltre a Caprotti e a Esselunga spa risultano condannati anche Geminello Alvi, curatore della prefazione, Stefano Filippi coautore e la casa editrice. «Un'aggressione violenta e lesiva che noi di Coop non ci saremmo mai sognati di fare nei confronti di un concorrente. Pur in un contesto di dura competizione imprenditoriale, il rispetto degli altri e la legalità dei comportamenti e degli atti è parte integrante dell'essere cooperativa», è il giudizio di Coop in merito alla sentenza. «Abbiamo sempre respinto ogni accusa che ci viene mossa da un libro che si fonda solo sull'acredine dei suoi autori nei confronti di un sistema di imprese di successo che gode della fiducia di oltre 7 milioni e mezzo di italiani - continua Coop - Riteniamo che questa sentenza renda ragione anche a loro. A questa sentenza va aggiunto il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che riconosce la distintività delle imprese cooperative in merito alle esenzioni fiscali che non devono essere considerate come aiuti di stato. Le cooperative sono diverse dalle imprese private, rette da principi di funzionamento particolari, ma esempi di correttezza e lealtà e imprenditoriale».
Redazione online
16 settembre 2011 19:43


Pubblico anche i primi commenti a questa ennesima sentenza scandalosa (NdB).

Commenti su Corsera
http://www.corriere.it/dilatua/Primo_Piano/Economia/2011/09/16//coop-vittoria-sentenza-caprotti-esselunga_full.shtml

Confidiamo...
http://www.corriere.it/images/static/common/fumetto_dilatua.gif
16.09|20:05
conrad3000
negli atri 2 gradi di giudizio. Spero siano dati in mano a magistrati più obiettivi. Coop: se la conosci la eviti
Una sentenza di Pirro
http://www.corriere.it/images/static/common/fumetto_dilatua.gif
16.09|20:05
Assalam Aleikum
Non mi interessava particolarmente sapere di quali agevolazioni godessero le Coop e di se, come, quando e quanto distorcessero il mercato della distribuzione alimentare. Non ho d'altra parte mai messo piede in un loro grande magazzino, ne' lo faro'. Certo, quando una sentenza di rara e sopraffina intelligenza mette incredibilmente all'indice un libro nell'anno di grazia 2011, se non altro ottiene l'effetto di incuriosire. Io cerchero' di procurarmelo in ogni modo, non foss'altro che per farla in barba all'Inquisizione Rossa...
Sottigliezze legali e realta' dei numeri
http://www.corriere.it/images/static/common/fumetto_dilatua.gif
16.09|19:54
marcello582
Notate che Esselunga e' stata condannata per Concorrenza Sleale NON perche' i fatti dai lei riportati siano falsi. Raccomando lo sport interessante di leggere le rilevazioni dei prezzi per provincia Italiana e fantastica sara' la scoperta di avere fra le provincie con i prezzi piu' alti quelle dell'Emilia Romagna (dove esistono quasi solo punti di vendita della cooperazione). Quando la magistratura si occupera' meno di sesso e piu' di temi sociali ?
conosco le COOP
http://www.corriere.it/images/static/common/fumetto_dilatua.gif
16.09|19:54
egocentrico
ho lavorato per anni per imprese di costruzione appartenenti alle COOP. Ho letto il libro del Patron di Esselunga e penso sia stato anzi leggero nel riferire gli ostacoli incontrati, quando si ha a che fare col mondo delle COOP. In Emilia Romagna tocchi le COOP e muori. Vorrei riferire alcuni episodi incredibili, riferiti al mio periodo lavorativo, ma è meglio di no. So bene con chi si ha a che fare.
Il ritorno dell'indice ?
http://www.corriere.it/images/static/common/fumetto_dilatua.gif
16.09|19:54
Lettore_733951
Il ritiro dagli scaffali mi sembra una pratica di stampo medievale e non mi piace perché mi sa di censura, piuttosto obbligare a scrivere nel testo un avviso della condanna che specifica cosa del contenuto sarebbe non vero. Ora che è stato censurato sono proprio curioso di leggerlo. Un socio Coop.

sabato 10 settembre 2011

Toghe e politica: "Via il Cav, così lo lasciamo in pace"

I giudici non sono imparziali, adesso è certificato. Chiedono le dimissioni di Berlusconi in cambio di un "minore accertamento". 
Caso di una sua prossima uscita di scena. Non è solo il solito vociare di sottobosco, ne hanno parlato per esempio Rocco Buttiglione e anche Italo Bocchino; poi c’è Massimo Franco, su Il Sole-24 Ore, che ha raccontato di un Pier Ferdinando Casini rimasto freddo all’idea e poi ancora di un Paolo Gentiloni (Pd) che invece sarebbe contrario, per non parlare di gente come Di Pietro eccetera. Anche nel Pdl pare che se ne discuta. Insomma, tutto come se fosse una cosa normale, un’opzione come un’altra. Bocchino, in particolare, ha detto che Berlusconi dovrebbe andarsene e però «tale importante presa di coscienza», parole sue, «andrebbe ricambiata da un atteggiamento della politica non vendicativo, assicurandogli, con forme normative non in contrasto con l’interesse generale, le tutele necessarie a evitare reazioni contro la sua persona e le sue imprese».

Ora: non so se vi rendiate conto di che cosa questo significhi direttamente e indirettamente. 

Significa ufficializzare che la magistratura perseguita Berlusconi perché fa politica (e da quando fa politica) tanto che se smettesse di farla, appunto, non lo perseguiterebbe più. 
Significa questo. Una politica che fosse in grado di garantirgli un salvacondotto giudiziario sarebbe una politica che avesse sempre accettato, se non favorito, che un’azione giudiziaria si ponga al servizio della lotta politica. Non è uno scioglilingua, è logica. L’obbligatorietà dell’azione penale e la presuntissima casualità che ha sempre fatto incocciare la magistratura in Berlusconi, in altre parole, corrisponderebbe ufficialmente alla sonora balla che tutti peraltro sanno già essere una balla, anche se non tutti ancora lo ammettono. Bocchino ha parlato della facoltà di «evitare reazioni contro la sua persona», inteso come Berlusconi: ma reazioni a che cosa? Al fatto di essere Berlusconi? Di esserlo stato? Bocchino ha detto che un ritiro di Berlusconi «andrebbe ricambiato da un atteggiamento della politica non vendicativo»: ma vendicativo di che cosa?  Il suo ritiro, poi, andrebbe «ricambiato», dica, all’interno di quale mercato?

Non è che siamo scemi, sappiamo bene che altre nazioni hanno concesso «perdoni di Stato» o garantito trattamenti discrezionali a personalità particolari, sappiamo che la giustizia non dovrebbe essere solo una macchinetta che inserisci il reato e sputa la sentenza, sappiamo quel che serve. Ma parleremmo di un «perdono» di che cosa, nel caso? Cioè: questo Paese non è mai riuscito a fare una commissione d’inchiesta su Tangentopoli (nel senso: sul finanziamento illecito della politica) e dal 1993 è stata regolarmente abortita ogni ipotesi di cosiddetta soluzione politica: e si parla di una questione, pure, che ha abbattuto una Repubblica e ha contraddistinto la vita italiana degli ultimi sessant’anni; e adesso, diteci, si vorrebbe imbastire un complicato percorso istituzionale (e legale, e forse costituzionale) per Ruby? Per puttanopoli? Per le inchieste napoletane in cui Berlusconi figura parte lesa? O solo per cercar di sfruttare la probabile nausea di Berlusconi in un momento in cui il Paese è stremato? Il bello è che non stiamo neppure contemplando che Berlusconi, come spesso è stato, possa essere semplicemente innocente. Stiamo impazzendo anche noi.

Paolo Gentiloni, secondo Il Sole-24Ore, avrebbe ammesso che «verso un Berlusconi che abbandona la politica ci sarebbe minore accanimento». Interessante, perché questo significa dare per scontato - come una cosa ormai naturale, metereologica - che ci sia comunque un accanimento, e che alla meglio potrebbe essere minore. Gentiloni e chi come lui, cioè, si comportano come se non ci si potesse far niente se non darla vinta alle stesse ragioni, e agli stessi magistrati, che l’accanimento muovono. Secondo i teorici del salvacondotto, poi, certi  magistrati e relativi aedi anti-berlusconiani non aspettano altro che «perdonare» l’uomo grazie al quale hanno costruito le loro carriere. Come no.

Senza contare un’ultima questioncina: e cioè che un salvacondotto, per come sono messe le cose, non riuscirebbe in ogni caso. La magistratura, al di là delle semplificazioni propagandistiche di Berlusconi o del centrodestra, non è un partito, non è una cementata banda di comunisti, non è un sol uomo. È composta a sua volta di fazioni, di correnti, di granducati e anche di tanta brava gente. Non c’è corporativismo che potrebbe impedire - anche se il Paese si fosse frattanto arrabattato per costruire salvacondotti e pax sociali - che il millesimo cretino si possa inventare il millesimo procedimento contro Berlusconi. E i giornali, subito, anche se si trattasse dell’ultima delle cazzate, ci monterebbero su il solito casino. Figurarsi se ce ci fosse qualche intercettazioni che parla di cose che sono private, sì, però sai com’è. 

di Filippo Facci [VIA]

mercoledì 7 settembre 2011

Ecco le stranezze delle toghe italiane che se vengono definite rosse s'arrabbiano, querelano e arrestano. Come lo spiegano questo modo d'agire?

BARI E PATTA - MENTRE IL CSM SI PREPARA A VALUTARE SE IL PM LAUDATI HA RALLENTATO DI PROPOSITO (6 MESI) LE INDAGINI SU TARANTINI, SALTA ALL'OCCHIO CHE LA PRIMA INCHIESTA SU GIANPI È DEL 2001 ED È STATA FERMA BEN 7 ANNI PRIMA DI RIEMERGERE CON L’AFFAIRE D’ADDARIO – IL PAPPONE DI PALAZZO GRAZIOLI ALLORA ERA ASSAI VICINO ALLA FILIERA BARESE DALEMIANA. A INDAGARE FURONO EMILIANO (OGGI SINDACO PD DI BARI) E POI IL PM ROSSI - PERCHÉ SI PARLA SOLO DEL PRESUNTO RITARDO DI LAUDATI?


Accadono cose singolari intorno a una procura un tempo rossa (il pm Emiliano è diventato sindaco col Pd, il pm Maritati oggi è senatore del Pd, il pm Nicastro assessore con Vendola, il pm-scrittore Carofiglio senatore del Pd eccetera) e un tempo celebre per le sue quotidiane fughe di notizie. E accadono da quando a capo dell'ufficio è arrivato un procuratore capo non propriamente simpatico ai giornalisti (che arresta, intercetta, pedina) ai politici (che da destra a sinistra pedina, arresta e intercetta) agli stessi colleghi d'ufficio a cui ha tolto la parola coi cronisti e ogni smania di protagonismo affiancando loro, di volta in volta, altri colleghi. Il procuratore in questione è Antonio Laudati, la procura è quella di Bari.

A differenza di Woodcock e soci, ai quali bastano due mesi di intercettazioni e minimi riscontri per arrestare Lavitola, Tarantini e la moglie, Laudati è noto per non fare le cose in fretta. Se i suoi detrattori dicono che è lento, che insabbia, lui invece si vanta di blindare le inchieste, di chiuderle solo quando i riscontri sono certi e inattaccabili in dibattimento. Una scuola di pensiero differente che ai cultori della giustizia sommaria a mezzo stampa non piace per niente. Per questo da mesi è in atto una violentissima campagna tesa a dimostrare che Laudati è un berlusconiano doc, nonostante a luglio abbia personalmente indossato la toga per sostenere l'accusa al processo Cedir contro il ministro Raffaele Fitto.

Campagna incendiata dalla stizzita lettera al Csm inviata dal pm "rosso"Pino Scelsi (titolare iniziale delle indagini sulla D'Addario) e sfociata nell'avvio di un'indagine alla prima commissione al Palazzo dei Marescialli perché Laudati avrebbe rallentato l'inchiesta su Tarantini e insabbiato il più a lungo possibile (parliamo di sei mesi al massimo, con la richiesta a gennaio 2011 della famosa informativa della Guardia di Finanza sulle telefonate a luci rosse del premier che ancora a giugno dice di non avere avuto la possibilità di leggere).

Non solo. Laudati è stato colpito da lettere anonime prive di riscontri o di rilievi penali (riferite a finanziamenti a un convegno pagato da Vendola e a improbabili alloggi da mille e una notte nella caserma della Finanza) che invece di essere cestinate son finite nel fascicolo aperto dal Csm che presto si arricchirà degli atti di Lecce, che indaga su Bari per le telefonate intercettate tra Tarantini e Lavitola in cui il primo accenna a un presunto, improbabile, ruolo di insabbiatore di Laudati. Che s'è arrabbiato non poco e sfidando i suoi detrattori ha chiesto al ministero della Giustizia di inviare subito un'ispezione nei suoi uffici.

Certo è curioso che nella prima commissione del Csm chiamata a decidere sulla lentezza (sei mesi) di Laudati (l'audizione del procuratore è stata fissata per il prossimo 22 settembre, tre giorni dopo quella del suo accusatore Scelsi, il 19 settembre) nel chiudere l'inchiesta su Tarantini sieda il pm Roberto Rossi che nel 2003 ereditò una vecchissima inchiesta su Tarantini (risalente al 2001) dell'ex pm Emiliano (quello che nell'aprile del 2008 va alla cena del Pd con D'Alema e Tarantini al ristorante La Pignatta e si dimentica di dire a tutti gli ospiti chi era quel particolare commensale seduto al tavolo).

Emiliano indagò e intercettò due anni l'allora carneade Tarantini vicino, molto vicino, al centrosinistra e in particolar modo alla filiera barese dalemiana per il tramite dell'imprenditore Intini e del manager De Santis. Quando si candidò a sindaco, Emiliano passò la palla al pm Rossi il quale indagò da par suo fino al 2004. Dopodiché, di quell'inchiesta sui vertici delle Asl indagati per l'acquisto delle protesi tarantiniane, non se ne è saputo più nulla. Per cinque lunghissimi anni. Coincidenza vuole che a luglio 2009, giusto un mese dopo le dichiarazioni della D'Addario, l'inchiesta su Tarantini (oltre 5mila intercettazioni) riveda misteriosamente la luce deflagrando sui giornali con le prime intercettazioni risalenti a otto anni prima.

Risultato: si è giunti a un processo monco, con solo 6 imputati rispetto ai 26 indagati, con molti dei reati ovviamente caduti in prescrizione. Come mai l'irriducibile pm Rossi (corrente di sinistra, Movimento per la giustizia), che ieri al Csm avrebbe fatto il diavolo a quattro su Laudati,non inviò nel 2004 l'avviso di conclusione delle indagini?

Perché oggi c'è la corsa a mette­re in croce il poco simpatico Laudati per sei mesi di ritardo e nessuno dice nulla sul perché sette anni fa non si è impedito a Tarantini e al suo "sistema"trasversale,nemmeno con una timida fuga di notizie (abituale ai tempi) di fare quei danni che poi le indagini sulla sanità dei pm Scelsi e Digeronimo hanno evidenziato? Perché il presunto ritardo di sei mesi di Laudati su Tarantini è più grave di quello acclarato di Rossi su Gianpi in cinque anni? Non sarà perché c'è di mezzo Berlusconi?

[FONTE] [VIA] 

sabato 30 luglio 2011

Ecco come si amministra la giustizia in Italia: chi sbaglia non paga mai...

LA VERITA' SU WOODCOCK 

Ecco chi è il pm ammazza vip

L’ex sindaco di Campione d’Italia nel 2006 accusato di corruzione dal pm dei vip. "Mi dimisi da innocente, nessuno ha chiesto scusa". E' solo il primo di una serie di persone "rovinate" dal pm Henry John Woodcock che il Giornale racconterà. Am­ministratori e personaggi pubblici vittime delle "inchieste show" del pm napoletano. Storie di carriere e di vite rovinate da un magistrato col vizio del protagonismo. Carcere preventivo come arma di indagine

Il Giornale inizia oggi la serie di interviste ad amministratori e personaggi pubblici vittime delle «inchieste show» del pm napoletano Henry John Woodcock. Storie di carriere e di vite rovinate da un magistrato col vizio del protagonismo.  

LA VERITA' SU WOODCOCK

 

Ecco chi è il pm ammazza vip

L’ex sindaco di Campione d’Italia nel 2006 accusato di corruzione dal pm dei vip. "Mi dimisi da innocente, nessuno ha chiesto scusa". E' solo il primo di una serie di persone "rovinate" dal pm Henry John Woodcock che il Giornale racconterà. Am­ministratori e personaggi pubblici vittime delle "inchieste show" del pm napoletano. Storie di carriere e di vite rovinate da un magistrato col vizio del protagonismo. Carcere preventivo come arma di indagine

Il Giornale inizia oggi la serie di interviste ad am­ministratori e personaggi pubblici vittime delle «inchieste show» del pm napoletano Henry John Woodcock. Storie di carriere e di vite rovinate da un magistrato col vizio del protagonismo.
L’inizio è una sequenza da Scherzi a parte. Roberto Salmoiraghi esce dall’autostrada al casello di Como. Ha appuntamento con un amico, subito dopo una rotonda. Deve raggiungere in fretta il casinò di Campione, quel fazzoletto di terra affacciato sul lago di Lugano di cui è sindaco. È la sera del 16 giugno 2006 e sull’Italia sta per abbattersi l’ennesima tempesta: a scatenarla un pm di Potenza, John Henry Woodcock. Woodcock indaga su un torbido giro di prostitute e corruzione che coinvolge alcuni personaggi eccellenti e fra questi uno ancora più eccellente degli altri, uno che addirittura arriva dai libri di storia, una testa coronata, il principe Vittorio Emanuele di Savoia. «Ricordo che accostai e vidi due poliziotti che evidentemente mi aspettavano. Il tempo discendere e uno mi chiede: “Lei è Roberto Salmoiraghi?” Sì, sono io. “Lei è agli arresti”. Credevo fosse un gioco o qualcosa del genere».

Invece?

«Invece era tutto vero. La situazione era tragicomica. Ero in smoking, mia moglie, seduta accanto a me, era vestita con un abito da sera. Dovevamo partecipare a una cena di gala al casinò, era atteso anche il principe. E quelli a dirmi che ero in arresto».

Di che cosa l’accusava il Pm Woodcock?

«Un attimo. Lì per lì non si capiva niente, ma quando ho realizzato che non era uno scherzo mi sentii male e loro mi misero le manette, come a un delinquente. Una situazione terribile. Io guardavo Lia: “Lia, ma che succede? Sei sempre stata vicino a me, lo sai che non ho fatto niente”. Lei si era attaccata al telefonino, parlava con l’avvocato Massimo Dinoia, il nostro legale, che a sua volta continuava a ripetere: “Ma stai scherzando?”».

Non era uno scherzo. Le contestavano la corruzione e, nientemeno, l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

«Guardi, voglio essere sincero. Anche adesso, adesso che la mia innocenza è stata riconosciuta, adesso che si è stabilito che sono stato vittima di un clamoroso errore, anche adesso non riesco a dimenticare quei momenti. È stato uno choc troppo grande, uno choc che non si supera, una ferita che non cicatrizza. Woodcock mi ha rovinato la vita».

Torniamo al 16 giugno 2006. Le spiegarono finalmente il capo d’imputazione?

«So che potrà apparirle strano, ma il capo d’imputazione, chiamiamolo così, non l’ho capito nemmeno dopo».

Non le pare di esagerare?

«No, la Procura di Potenza intercettava una serie di personaggi che gravitavano intorno al principe. Uno di questi millantava di conoscermi. Così a colpi di intercettazioni, con il solito sistema del taglia e cuci, si erano fatti un’idea».

Quale?

«Pensavano che io procacciassi delle donne al Savoia e poi, in modo molto confuso, ritenevano che io fossi parte di un business per piazzare delle macchinette per il videopoker nel casinò, con successiva spartizione degli utili».

Ma lei conosceva Vittorio Emanuele?

«Mah. L’avevo visto due volte due, si figuri, perché avevo ricevuto un’onoreficenza di casa Savoia: l’ordine di San Maurizio e Lazzaro».

Insomma, che successe?

«Mi ritrovai in macchina, in mezzo a due poliziotti.
Tutta la notte così, verso Potenza. E intanto la radio non dava requie: “Arrestato Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato il sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi”. Che incubo. Ma il peggio arrivò dopo».

Perché?

«Perché a Potenza mi misero in una cella piccolissima, in compagnia di ladri e assassini. Un ambiente indecoroso, sporco, vecchio, senza privacy. Così per 15 giorni, senza neanche la possibilità difendermi perché avevano perso le carte, i verbali, e non potevo leggere quel che mi riguardava».

Woodcock?

«Ci fu un lungo interrogatorio. Fui trattato come un delinquente, anche se ero innocente. Di più, non riuscivo nemmeno a raccapezzarmi in quelle carte. Dopo 15 giorni fui spedito, finalmente, agli arresti domiciliari. E qui ci fu un altro episodio tragicomico».

Tragicomico?

«Avevano stabilito i domiciliari a Campione, ma forse non sapevano che Campione è un enclave in territorio svizzero. Alla frontiera mi avrebbero arrestato. Così trovammo un compromesso a Legnano, dove ho un appartamento, ma anche lì fu uno strazio».

Perché?

«Mia mamma, 80 anni, mi salutava dalla strada perché c’era il divieto assoluto di comunicare anche con i parenti. Furono giorni dolorosissimi e intanto il mio mondo franava. Io sono medico chirurgo, avevo 56 anni e dopo una lunga preparazione avevo appena aperto uno studio a Lugano, mentre stavo chiudendo quello di Campione. L’arresto distrusse tutto: fui sospeso dall’ordine dei medici, persi la clientela, alla fine chiusi tutti e due gli studi, il vecchio e il nuovo. Non solo: dopo qualche settimana il prefetto di Como chiese la mia decadenza e allora, non avendo più alternative, mi dimisi da sindaco. Campione tornò al voto e si diede un nuovo primo cittadino, più spostato a sinistra».

Lei dopo quanto tempo ritrovò la libertà?

«Un mese dopo l’arresto. A quel punto Woodcock spedì le carte per competenza a Como e la Procura le lesse attentamente, poi archiviò».

Archiviò?

«Sì, senza nemmeno chiedere il mio rinvio a giudizio. Niente di niente, come era giusto che fosse. Tanto gravi erano le accuse che evaporarono prima ancora di un eventuale processo».

Oggi?

«Ho ripreso la mia attività di chirurgo e sono tornato alla politica: sono capogruppo del Pdl a Campione. Ma non sono più lo stesso e soffro ancora. Woodcock mi ha rovinato la vita, nessuno mi ha chiesto scusa, lo Stato se l’è cavata staccando un assegno da 11.500 euro. L’indennizzo per l’ingiusta detenzione».


L’inizio è una sequenza da Scherzi a parte. Roberto Salmoiraghi esce dall’autostrada al casello di Como. Ha appuntamento con un amico, subito dopo una rotonda. Deve raggiungere in fretta il casinò di Campione, quel fazzoletto di terra affacciato sul lago di Lugano di cui è sindaco. È la sera del 16 giugno 2006 e sull’Italia sta per abbattersi l’ennesima tempesta: a scatenarla un pm di Potenza, John Henry Woodcock. Woodcock indaga su un torbido giro di prostitute e corruzione che coinvolge alcuni personaggi eccellenti e fra questi uno ancora più eccellente degli altri, uno che addirittura arriva dai libri di storia, una testa coronata, il principe Vittorio Emanuele di Savoia. «Ricordo che accostai e vidi due poliziotti che evidentemente mi aspettavano. Il tempo discendere e uno mi chiede: “Lei è Roberto Salmoiraghi?” Sì, sono io. “Lei è agli arresti”. Credevo fosse un gioco o qualcosa del genere».

Invece?

«Invece era tutto vero. La situazione era tragicomica. Ero in smoking, mia moglie, seduta accanto a me, era vestita con un abito da sera. Dovevamo partecipare a una cena di gala al casinò, era atteso anche il principe. E quelli a dirmi che ero in arresto».

Di che cosa l’accusava il Pm Woodcock?

«Un attimo. Lì per lì non si capiva niente, ma quando ho realizzato che non era uno scherzo mi sentii male e loro mi misero le manette, come a un delinquente. Una situazione terribile. Io guardavo Lia: “Lia, ma che succede? Sei sempre stata vicino a me, lo sai che non ho fatto niente”. Lei si era attaccata al telefonino, parlava con l’avvocato Massimo Dinoia, il nostro legale, che a sua volta continuava a ripetere: “Ma stai scherzando?”».

Non era uno scherzo. Le contestavano la corruzione e, nientemeno, l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione.

«Guardi, voglio essere sincero. Anche adesso, adesso che la mia innocenza è stata riconosciuta, adesso che si è stabilito che sono stato vittima di un clamoroso errore, anche adesso non riesco a dimenticare quei momenti. È stato uno choc troppo grande, uno choc che non si supera, una ferita che non cicatrizza. Woodcock mi ha rovinato la vita».

Torniamo al 16 giugno 2006. Le spiegarono finalmente il capo d’imputazione?

«So che potrà apparirle strano, ma il capo d’imputazione, chiamiamolo così, non l’ho capito nemmeno dopo».

Non le pare di esagerare?

«No, la Procura di Potenza intercettava una serie di personaggi che gravitavano intorno al principe. Uno di questi millantava di conoscermi. Così a colpi di intercettazioni, con il solito sistema del taglia e cuci, si erano fatti un’idea».

Quale?

«Pensavano che io procacciassi delle donne al Savoia e poi, in modo molto confuso, ritenevano che io fossi parte di un business per piazzare delle macchinette per il videopoker nel casinò, con successiva spartizione degli utili».

Ma lei conosceva Vittorio Emanuele?

«Mah. L’avevo visto due volte due, si figuri, perché avevo ricevuto un’onoreficenza di casa Savoia: l’ordine di San Maurizio e Lazzaro».

Insomma, che successe?

«Mi ritrovai in macchina, in mezzo a due poliziotti.
Tutta la notte così, verso Potenza. E intanto la radio non dava requie: “Arrestato Vittorio Emanuele di Savoia, arrestato il sindaco di Campione Roberto Salmoiraghi”. Che incubo. Ma il peggio arrivò dopo».

Perché?

«Perché a Potenza mi misero in una cella piccolissima, in compagnia di ladri e assassini. Un ambiente indecoroso, sporco, vecchio, senza privacy. Così per 15 giorni, senza neanche la possibilità difendermi perché avevano perso le carte, i verbali, e non potevo leggere quel che mi riguardava».

Woodcock?

«Ci fu un lungo interrogatorio. Fui trattato come un delinquente, anche se ero innocente. Di più, non riuscivo nemmeno a raccapezzarmi in quelle carte. Dopo 15 giorni fui spedito, finalmente, agli arresti domiciliari. E qui ci fu un altro episodio tragicomico».

Tragicomico?

«Avevano stabilito i domiciliari a Campione, ma forse non sapevano che Campione è un enclave in territorio svizzero. Alla frontiera mi avrebbero arrestato. Così trovammo un compromesso a Legnano, dove ho un appartamento, ma anche lì fu uno strazio».

Perché?

«Mia mamma, 80 anni, mi salutava dalla strada perché c’era il divieto assoluto di comunicare anche con i parenti. Furono giorni dolorosissimi e intanto il mio mondo franava. Io sono medico chirurgo, avevo 56 anni e dopo una lunga preparazione avevo appena aperto uno studio a Lugano, mentre stavo chiudendo quello di Campione. L’arresto distrusse tutto: fui sospeso dall’ordine dei medici, persi la clientela, alla fine chiusi tutti e due gli studi, il vecchio e il nuovo. Non solo: dopo qualche settimana il prefetto di Como chiese la mia decadenza e allora, non avendo più alternative, mi dimisi da sindaco. Campione tornò al voto e si diede un nuovo primo cittadino, più spostato a sinistra».

Lei dopo quanto tempo ritrovò la libertà?

«Un mese dopo l’arresto. A quel punto Woodcock spedì le carte per competenza a Como e la Procura le lesse attentamente, poi archiviò».

Archiviò?

«Sì, senza nemmeno chiedere il mio rinvio a giudizio. Niente di niente, come era giusto che fosse. Tanto gravi erano le accuse che evaporarono prima ancora di un eventuale processo».

Oggi?

«Ho ripreso la mia attività di chirurgo e sono tornato alla politica: sono capogruppo del Pdl a Campione. Ma non sono più lo stesso e soffro ancora. Woodcock mi ha rovinato la vita, nessuno mi ha chiesto scusa, lo Stato se l’è cavata staccando un assegno da 11.500 euro. L’indennizzo per l’ingiusta detenzione».

[Fonte] 

giovedì 21 luglio 2011

Questa è la maniera di "amministrare la giustizia" dei politicanti italioti.

Dal sito del giornale di Padellaro e Travaglio, Il Fatto quotidiano, riporto la cronaca suicida dei parlamentari del centro destra, in special modo i leghisti che fanno capo a Maroni che ormai si vede primo ministro di un governissimo pseudo tecnico benvisto dal presidente Napolitano che, come D'Alema baffino di ferro, vede nella Lega del Trota e del suo babbo e relativo enturage, una costola della sinistra.
Come sempre: due pesi e due misure! 
Se la questione riguarda un politicante della destra: titoloni e dagli al ladro (come quei cinque/sei ragazzi a pugno alzato in piazza Monte Citorio durante la votazione per Papa), ma se riguarda uno della sinistra zitti e fare finta di nulla, tanto il popolo bue dimentica tutto e subito.  
Vedremo come finirà la storiaccia del piddino Penati, già presidente della provincia di Milano ed ora vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia. 

Viva l'Italia! 

Politica & Palazzo

21 Luglio 2011

 
Approvata a Montecitorio la richiesta dei pm. Carroccio decisivo. Palazzo Madama respinge, invece, l'istanza sul senatore Pd. Il premier furioso: "Sono dei pazzi, vogliono colpire me. Parlerò con Bossi"



Con 319 voti a favore e 293 contrari l'aula di Montecitorio concede l’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa. 
Il voto segreto non ha salvato il deputato del Pdl, determinante la Lega che aveva annunciato che avrebbe votato a favore dell’arresto. 

Il Senato, quasi contemporaneamente, sceglie invece di salvare il Senatore del Pd Alberto Tedesco sulla richiesta di arresto avanzata dai magistrati di Bari.

Il senatore democratico aveva preso la parola in Aula rivolgendosi ai colleghi: "Votate a favore del mio arresto, ma il voto sia palese" (cronaca ora per ora). 

A Montecitorio il Carroccio ha decretato la fine dei suoi rapporti con il Pdl di Berlusconi, a palazzo Madama ha inferto una lezione al Pd, facendo valere i propri voti. E al quartier generale del Cavaliere si comincia a temere la fine della corsa. Perché l'asse con Bossi è crollato: in Aula oggi il cerchio magico del Senatùr si è sgretolato, cedendo il passo ai maroniani (articolo di Davide Vecchi )

martedì 14 giugno 2011

Caso Ruby, è 'Full Metal Ilda':"Ci fu un attacco militare"

Crociata Boccassini contro il Cav.: " La notte di Krima ci fu un accerchiamento militare". 
Di chi? "Della Minetti e della Conceicao..."

Spazzato via dai referendum quel che restava del legittimo impedimento, riprende la crociata giudiziaria contro Silvio Berlusconi. Nel giorno delle repliche del pm Ilda Boccassini alle 16 eccezioni priliminari poste nelle scorse udienze della difesa del Cavaliere nell'ambito del caso Ruby, il pool meneghino non esita a parlare di "un attacco militare". Orchestrato da chi? Dal premier, ovviamente. Secondo la Boccassini, la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010, quando Ruby, secondo l'accusa, fu rilasciata dopo le telefonate di Berlusconi, in Questura si è verificato "come un attacco militare".

Full Metal Ilda - Quali le poderose truppe di terra? Chi gli intrepidi marines che, un po' come al fronte di Hué nel celebre Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, hanno provato ad assediare il palazzo meneghino? La consigliera regionale Nicole Minetti e la brasiliana Michelle Conceicao, spiega la Boccassini, senza che le sfugga nemmeno un sorriso. 

La pm non ha esistato a utilizzare l'improbabile immagine militare, tradendo, ammesso che ce ne fosse ancora bisogno, lo spirito che anima il pool di Milano. Ilda ha aggiunto che le indagini hanno ricostruito attraverso le celle telefoniche "tutto il tragitto" che ha portato la Minetti in Questura quella notte. "Poco dopo la consigliera regionale - ha aggiunto la Boccassini -, anche la Conceicao aveva saputo che la minore era in Questura". 
Dunque, per il procuratore aggiunto, la notte in cui Ruby venne rilasciata e poi affidata alla consigliera regionale "abbiamo avuto un accerchiamento militare e si è diretto in Questura".

Quindi la Minetti e la Conceicao sono due militari di professione che, agendo agli ordini del loro comandante, il Cav., hanno accerchiato la Questura di Milano. 
Per farci cosa?

 [Fonte]

sabato 4 giugno 2011

gIUSTIZIA: due pesi e moltissime misure. Quale certezza del diritto?

Come possiamo stare tranquilli quando leggiamo notizie così diverse fra loro, ma inerenti lo stesso oggetto?

Un giudice monocratico condanna il solito Berlusconi ad un risarcimento astronomico, circa 1.500 miliardi delle vecchie e buone lirette, quindi portando l'Italia, si fa per dire,  al pari degli Stati uniti d'America.

Una attrice viene coinvolta innocentemente in un traffico di droga e messa agli arresti domiciliari per cinque mesi per poi essere riconosciuta innocente.
Viene risarcita con 60,000 euro...

Da queste due ultime sentenze se ne deduce che un danno ipotetico e perciò irreale ed astratto di mancato guadagno del pregiuduicato reo confesso ing, Carlo De Benedetti,  vale una cifra astronomica, mentre la libertà e la carriera distrutta e quindi i mancati guadagni di Serena Grandi valgono, al confronto, quanto un piatto di lenticchie.

Viva l'Italia!

La notizia:

Serena Grandi risarcita per ingiusta detenzione 60mila euro, meno del cachè di un film. Serena fu arrestata per droga, ma era innocente. E ora solo briciole per una carriera stroncata.


Serena Faggioli, in arte Serena Grandi (classe 1958), sarà risarcita con 60 mila euro dallo Stato italiano per «ingiusta detenzione». Lo ha deciso la Corte d’appello di Roma accogliendo l’istanza di riparazione «per danni morali e materiali». C’è chi parla di riscatto, in realtà è ben poca cosa. Un contentino pari a 60 mila euro, che la sex symbol del cinema negli anni Ottanta e Novanta, per il suo corpo giunonico considerata tra le principali pin-up italiane, guadagnava con un film.
Bolognese di nascita, romana di adozione, l’attrice fu sottoposta agli arresti domiciliari per oltre cinque mesi, tra il novembre 2003 e l’aprile 2004 per l’inchiesta su un giro di droga e prostituzione che coinvolse anche ambienti della Roma bene, vip e professionisti schiavi del vizietto della sniffata. La Grandi fu accusata di aver acquistato, detenuto e ceduto ad altri alcuni grammi di cocaina. Ma dopo sei anni di inchiesta la sua posizione è stata archiviata.
L’avvocato Valerio Spigarelli, legale di Serena Grandi, aveva giustamente chiesto un risarcimento di 500 mila euro per le conseguenze patite dalla sua assistita. Ma la Corte d’appello di Roma, presieduta da Giampaolo Fiorioli, pur condividendo le argomentazioni del legale, non si sono avvicinati neanche un po’ alla cifra richiesta. Secondo i giudici la «detenzione ai domiciliari ha prodotto nell’attrice danni morali e materiali ingenti» e tra questi «danni psicofisici costituiti da uno scompenso ormonale di rilevante gravità e da uno stato di depressione acuta», oltre a danni conseguenti alla «lesione dell’immagine e della rispettabilità sociale nonché professionale, con riferimento particolare al mancato perfezionamento di numerose trattative, tra cui quella relativa alla partecipazione all’Isola dei Famosi». L’ingiusta detenzione di Serena Grandi viene liquidata così.
I più maligni ricordano però che l’attrice - arrivata giovanissima nella capitale con il sogno di recitare a Cinecittà, dopo un periodo di successo - è uscita dalle scene ancor prima dell’inchiesta giudiziaria. Di sicuro si faceva vedere meno. Certo non come quando Tinto Brass la scoprì (era il 1985) e le fece fare la protagonista di “Miranda”, il film che la lanciò nell’immaginario collettivo come icona dell’abbondanza e delle forme prorompenti. Amata, corteggiata e vezzeggiata. Un matrimonio con Beppe Ercole dal quale nel 1989 ha avuto un figlio, Edoardo.
Seguirono altri film, “La signora della notte”, ”L’iniziazione”, “Desiderando Giulia”, dove continuò a interpretare il ruolo che Brass le aveva cucito addosso, quello di donna ambigua che si destreggia fra amori e tradimenti. Lavorò con Dino Risi, Sergio Corbucci, con Lamberto Bava, vinse il Telegatto nel 1990 per la fiction televisiva “Donna d’onore”. E di nuovo al suo primo amore: il cinema di Tinto Brass con “Monella”.
Poi il silenzio: le vicende giudiziarie la tengono lontana da tutto e da tutti. Riappare appesantita nei panni di locandiera a “Il ristorante”, reality show di Raiuno. Ma quei chili di troppo non riesce più a perderli. Torna al cinema con Pupi Avati in “Il papà di Giovanna”. E nel 2010 nel film “Una sconfinata giovinezza”. La stessa sconfinata giovinezza che Serena prova a vivere anche fuori dal set. A 52 anni si lascia travolgere da un amore quasi adolescenziale, con il modello siciliano di 25 anni, Valentino Lepro. Fotografata lo scorso settembre, avvinghiata al modello tra le onde del mare di Malindi in Kenya, al settimanale Oggi la Grandi diceva: «Un giovane amore aiuta una donna a sentirsi sempre desiderabile. Ho tanto sofferto in passato che mi merito questa boccata d’aria pura, una parentesi di gioia e di freschezza».

di Daniela Mastromattei

[Fonte] 

martedì 24 maggio 2011

Ennesima conferma che agli italiani manca la memoria!

Viaggio tra i flop di De Magistris, il pm moralizzatore.  Buchi nell'acqua e inchiesta farsa firmate dal candidato Idv a Napoli contro Lettieri.  
 
E' davvero finita, se persino Marco Pannella ha detto realmente che il togato
Luigi De Magistris «non lo hanno fatto lavorare»: abbiamo perso la memoria o abbiamo perso Pannella, cioè uno che conosce Napoli - si pensava - e che tuttavia, adesso, sostiene un perfetto erede di quel genere di magistrati che distrussero Enzo Tortora. Faccia pure, Pannella, si turi il naso, se lo mozzi, ma prima legga qui. Perché peggio dell’informazione che non c’è - sacrosanta lagnanza dei radicali - c’è il non conoscere la poca informazione che c’è.  

La clinica degli orrori. Poco si sa, infatti, della reale carriera di Luigi De Magistris, un uomo che in fin dei conti andrebbe giudicato per le sue opere. Il candidato sindaco fu nominato magistrato di tribunale l’8 luglio 1996 e giunse a Catanzaro quell’anno stesso, 29enne; si presentò ai colleghi incitando sin da subito alla «moralizzazione della cosa pubblica» e quest’ultima espressione comparirà nell’ordine d’arresto della sua prima inchiesta importante, la 1471/96, un’indagine grazie alla quale ventuno incensurati di una clinica privata, Villa Nuccia, finirono in galera con le accuse più turpi: violenza contro un centinaio di malati mentali, omicidio dei medesimi, favoreggiamento di latitanti, falsi certificati per esonerare dei figli di mafiosi dal militare, cose così. De Magistris mostrò già allora un’indubbia disinvoltura nel contestare il peggio: sequestro di persona, omicidio, falso, maltrattamenti, associazione per delinquere finalizzata alla corruzione. Il clamore mediatico fu enorme, e la stampa prese finalmente conoscenza del personaggio: su Raidue, La vita in diretta si soffermò sul caso per settimane. Tutto era fondato sulle confidenze rese a De Magistris da Mario Ammirato, un ex infermiere; oltre alle sue parole, il nulla. Le richieste d’arresto iniziavano così: «Nell’ambito dell’attività di indagine rivolta alla moralizzazione della cosa pubblica... ».

Era già partita la lunga rincorsa di Luigi De Magistris verso fantomatiche lobby di potere da perseguire a tutti i costi. Tra gli arrestati principali c’era il primario Antonino Bonura, già medico militare pluridecorato con diverse missioni all’estero alle spalle: peraltro era medico legale nella stessa Procura che l’aveva arrestato, e dopo la carcerazione gli venne un infarto. De Magistris, a un anno dal primo arresto, lo incarcerò una seconda volta: fu l’unico errore di cui il magistrato ebbe a scusarsi pubblicamente.
È di allora anche un primo tentativo di coinvolgere in qualche modo Giuseppe Chiaravalloti, ai tempi avvocato generale presso la Corte d’Appello e futuro presidente della Regione: il pm lo tirò in ballo sul presupposto che in clinica avesse abbracciato Antonino Bonura.

De Magistris chiese i rinvii a giudizio del caso, ma l’udienza preliminare sfociò in una sentenza di non luogo a procedere per tutti: Vittoria Palazzo, Corrado Decimo, Vincenzo Lombardi, Achille Tomaino, Massimo Aria, Giuseppe Giannini, Francesco Trapasso, Alfonso Colosimo, Salvatore Moschella e Giovanni Ferragina. Prosciolti.
De Magistris impugnò la sentenza, ma il 22 gennaio 1999 la Corte d’Appello di Catanzaro confermò i proscioglimenti in toto.
La vicenda, complicatissima, si inerpicherà in un totale di undici processi in dieci anni, e alla fine saranno assolti tutti gli imputati tranne uno: Mario Ammirato, proprio lui, il confidente di De Magistris. Il cardiopatico Bonura e il trapiantato di fegato Salvatore Moschella, invece, ricevettero rispettivamente 50mila e 180mila euro per ingiusta detenzione. Ma la clinica era ormai sputtanata e dovettero cederla. La Corte d’Appello liquidò ingenti riparazioni anche per gli altri. (il pm ha sbagliato e a pagare siamo stati noi, gli italioti-cittadini buoi... NdB)
Sono di allora i primi scontri con Giancarlo Pittelli, avvocato dei succitati e negli anni a venire parlamentare di Forza Italia: per De Magistris una sorta di nemico pubblico. Sempre in campo sanitario, Pittelli fronteggerà il magistrato in molti altri procedimenti tra i quali uno discretamente demenziale: De Magistris accusò di falso alcuni farmacisti comunali che a suo dire non avevano obliterato alcune fustelle, ossia i talloncini dei prezzi che ci sono sulle scatole dei medicinali; tuttavia verrà fuori che i farmacisti non avevano potuto obliterare le fustelle perché De Magistris, per altro procedimento, gli aveva già sequestrato l’apparecchietto per l’obliterazione. Archiviato tutto.


L’abuso che non c’era. Il secondo clamoroso buco nell’acqua fu il procedimento 496/97, dove De Magistris accusò di abuso d’ufficio gli amministratori comunali Giovanni Alcaro, Giuseppe Mazzullo, Lucia Rubino, Valerio Zimatore, Domenico Tallini, Michelino Lanzo, Costantino Mustari e Fausto Rippa. L’accusa, in sostanza, fu quella d’aver riassunto in comune questo Fausto Rippa con una delibera irregolare. A stabilire che lo era, regolare, c’era già una sentenza del Tar, la numero 864 del 5 settembre 1995: ma De Magistris chiese il rinvio a giudizio lo stesso, e il 15 dicembre 1997 il giudice decise per il non luogo a procedere. Motivazione: insussistenza del fatto. L’appello di De Magistris verrà dichiarato inammissibile. Ma la sua clamorosa carriera - fatta, appunto, di clamori - era appena incominciata.

di Filippo Facci, prima puntata.
Continua 

[Fonte] Libero-news.it