domenica 13 giugno 2010

3° sulle intercettazioni.

Stando ai primati e alle  statistiche l'Italia è sempre nei primissimi posti ed anche, spesso, al primo di quelle negative e, negli ultimi o quasi,  anche di quelli positivi.
Alcuni semplici esempi: 
siamo la prima nazione al mondo per numero di tagli cesari. 
Da anni l'OMS ci richiama ma la nostra classe medica se ne frega. Perché?
Un parto cesareo viene a costare molto di più di un parto naturale.  Non per nulla il deficit sanitario in Italia ha raggiunto livelli di debito stratosferici. Pecunia docet.
I nostri politici e i nostri magistrati sono i meglio pagati al mondo.
Abbiamo il maggior numero di auto blu al mondo che ogni anno aumentano anziché diminuire. Senza limite di vergogna per nessuno. 
Siamo l'unico Paese al mondo che ha fatto delle intercettazioni un casus belli, di vita o morte della giustizia, di fine della democrazia e via cianciando.
Ma è vero?  Paesi molto più democratici di noi hanno leggi simili? Usano lo stesso metro e fanno egual numero d'intercettazioni? No.
Vediamo un po' di numeri "aberranti," , la cui fonte è al di sopra di ogni dubbio di appartenenza politica o, quanto meno, tale dovrebbe essere: l'Eurispes.

Riporto la risposta del presidente dell'Eurispes, Gian Maria Fara, data al professor Luca Ridolfi,  sul tema delle intercettazioni telefoniche:

"Ho letto l'articolo del professor Luca Ridolfi sulle intercettazioni telefoniche (Panorama 21) e sono rimasto molto sorpreso del giudizio espresso nei confronti dell'Eurispes, da lui definita <<  disinvolta fonte.
L' Eurispes produce solo dati e informazioni dei quali è certo. Spesso fanno discutere, tuttavia i fatti e il tempo finiscono sempre per darci ragione. Basterebbe riflettere sul caso Genchi e su quanto detto dal COPASIR, (il cui presidente è l'On. Massimo D'Alema del partito democratico, NdB) che testualmente segnalava: Il dottor Genchi, dal 2004 al 2008, ha chiesto l'intestazione anagrafica di utenze fisse e mobili di 5.500.000 persone.
Si tratta  di quasi il 10 per cento della popolazione, bambini inclusi. 
Anche se diverse utenze venissero utilizzate dalla stessa persona, e la media potrebbe quindi abbassarsi al 5 per cento, resta il fatto che si tratta di un numero enorme.

Infine, questi dati sono riferiti all'attività di una sola persona (Genchi), (nella foto a sinistra, NdB), svolta su delega di una sola procura (Catanzaro) (il cui sostituto procuratore era Luigi De Magistris,  adesso europarlamentare dell'Italia dei valori, il cui leader è l'ex tutto Di Pietro, NdB) e su un'unica compagnia telefonica (Telecom). Se tanto mi da tanto..."

Concludendo: da quanto scrive il presidente dell'Eurispes, si deve desumere che le utente telefoni tracciate sian molte di più perché le compagnie telefoniche sono moltissime, sia grandi che piccole,  ed i consulenti e i sostituti procuratori sono anch'essi moltissimi. 
Basta vedere quanto spendiamo per le intercettazioni. 

2° sulle intercettazioni.

ED ERA VERO 

Dire «Ponzio Pilato è peggio di Erode» (Tonino dixit, ieri) è come dire che una betoniera è peggio di un tonno: non vuol dire perfettamente niente, soprattutto se nella stessa frase butti dentro anche Mussolini (Tonino dixit) e se questo disordine mentale lo chiami politica.
Le dissociazioni di Di Pietro non le scopriamo oggi, né costituiscono novità i suoi movimentismi più o meno copiati dai radicali - ostruzionismi, sceneggiate, occupazioni, referendum, ecc. - che nel suo caso sanno però di farsa fuori dal tempo, di plagio senza invenzione o di - ops - auto usata. 
Poi c'è il suo uso demenziale della Storia: da un paio d'anni, forse su disgraziato suggerimento, ha centrifugato «Hitler», «Videla», «Dracula», «Pinochet» e «Nerone» parlando poi di «fascismo», «nazismo», «antisemitismo», «razzismo» e «piduismo» più altre sanguinose sciocchezze di cui nulla sa. 
Di Pietro, del resto, non sa che cos'è un fascista: al limite lo è. 
Non sa niente di Storia (neanche di Storia) e questi ne sono gli effetti, del resto che gli frega: quando la scriveranno, la Storia, lui sarà morto. 
Ma sbaglia, perché sarà uno dei pochi italiani di quest'epoca che sui libri di Storia ci finirà davvero. Il problema, nella spietatezza della sintesi, è che cosa scriveranno. 
Probabilmente questo: fece un'inchiesta sugli illeciti della politica e poi l'accusarono di voler sostituire i politici che arrestava.

di Filippo Facci 

Fonte: Libero dell' 11 giugno 2010 

1° sulle intercettazioni.

INTERCETTAZIONI, Sì DEL SENATO. NAPOLITANO BACCHETTA DI PIETRO

di Francesco Cramer



Intercettazioni, un «sì» con okkupazione. Quattordici senatori dell’Italia dei valori hanno addirittura passato la notte a palazzo Madama. Poi, ieri, il contestato via libera al provvedimento sul quale
il governo aveva posto la fiducia.
A favore 164, contrari 25, con i piddini che lasciavano l’Aula gridando allo scandalo: «E la morte della libertà». Mentre il Guardasigilli Angelino Alfano, presente alla votazione, cantava vittoria («Abbiamo realizzato un punto del programma»), fuori era già bagarre: popolo viola mobilitato in veglie notturne, sindacato dei giornalisti a proclamare uno sciopero per il prossimo 9luglio, le opposizioni a strattonare il capo dello Stato chiedendogli di non firmare il provvedimento. E quest’ultimo irritato che si sfogava così: «I professionisti della richiesta al presidente di non firmare sono numerosi ma molto spesso parlano a vanvera». Un chiaro riferimento a Di Pietro che infatti, nel giro pochi minuti, rispondeva così a Napolitano: «Noi dell’Italia dei Valori non abbiamo né intenzione né soprattutto tempo per polemizzare con il capo dello Stato. Piuttosto ribadiamo che la responsabilità di questa legge è del governo Berlusconi e della sua maggioranza complice».
La mattinata è iniziata proprio con lo show dei dipietristi che, dopo aver dormito in Aula, hanno occupato i banchi del governo. Scelta condannata anche dai rutelliani dell’Api che hanno attaccato i colleghi: «La stravagante e irragionevole scelta fatta dal gruppo dell’Italia dei Valori di occupare l’Aula scimmiotta la stessa tracotanza che ha dimostrato di avere il governo e la sua maggioranza nei confronti del Parlamento e delle sue funzioni». Dopo vani tentativi di spodestarli dalle poltrone governative, i dipietristi sono stati quindi espulsi dal presidente Schifani mentre l’ira del leader Di Pietro si abbatteva sul Pd,
considerato «molle»: «Voi dell’opposizione e voi cittadini... Svegliatevi perché fare Ponzio Pilato è anche peggio di Erode». Forse anche da qui la decisione del gruppo guidato da Anna Finocchiaro di non partecipare al voto: «Comincia il massacro della libertà. Chi vota la fiducia, vota la limitazione della libertà di informazione e di essere informato, la limitazione dei mezzi a disposizione degli investigatori
per accertare reati, per individuare i colpevoli, per punirli». Decisione, questa, che ha provocato la reazione del capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri: «Siamo orgogliosi di votare questa legge dopo aver applicato al suo interno quella democrazia che voi ignorate e calpestate - s’è rivolto alla fila di senatori che lasciavano l’Aula -. L’atteggiamento dei colleghi non è democratico ma una manifestazione di disprezzo delle istituzioni e arroganza». Critico anche il coordinatore del Pdl Sandro Bondi: «La sinistra in Italia non cambia mai. A ogni scelta impegnativa riemerge una invincibile faziosità refrattaria a rispettare le ragioni degli altri, indifferente ai dati della realtà, rivolta al ribaltamento della verità e alimentata da un odio senza freni». Non tutti, però, hanno seguito l’ordine della capogruppo: le radicali Emma Bonino e Donatella Poretti, infatti, sono rimaste al loro posto votando contro. Non hanno partecipato al voto, invece, Renato Pera, i sette senatori a vita e i tre senatori del Movimento per le autonomie. Intanto fuori dal Palazzo aumentano le iniziative di protesta. Una di queste l’ha lanciata la Frisi, sindacato dei giornalisti, che ha già annunciato un blackout dell’informazione. Decisione contestata da Daniele Capezzone: «La Fnsi dovrebbe spiegare come mai solo in Italia ci sia, da anni, una pubblicazione extra o contra legem di conversazioni private, non di rado con plateali violazioni del segreto istruttorio. La loro è una mobilitazione politica».

Fonte: Il Giornale dell' 11 giugno 2010 

venerdì 11 giugno 2010

Chi persevera ottiene, dice il proverbio. Ma con i nostri politicanti la vedo dura. Leggete quest'altra schifezza!

L’Auto blu e in più 1.300 euro l'anno di taxi

In Italia ci sono 200 parlamentari che ricevono un assegno annuale di 1.300 euro a testa come rimborso spese taxi. 
Ma il taxi non l'usano affatto perché hanno anche l’auto blu che gli è stata gentilmente assegnata! 
Possibile che c'é nessuno che se ne accorge e toglie loro uno dei due privilegi? 
Meglio se tutti e due, oltre ad individuare e punire chi ha causato questo ennesimo sperpero del denaro pubblico.
 







 Lo si può chiamare "schiaffo alla miseria" o semplicemente privilegio, oppure ennesima schifezza, dipende dai punti di vista. 
Al circolare della notizia, infatti, i commenti dei cittadini si sono sprecati: se un parlamentare ha diritto all'auto blu, ha diritto anche a un bonus taxi di 1.300 euro all'anno, anche se non ci sale mai e preferisce una passeggiata salutare.

Ecco l'ultima notizia resa nota da un senatore facente parte della "casta" e inorridito da questo spreco. Già: i circa 200 fortunatissimi parlamentari italiani (su poco meno di 1.000 totali) che usufruiscono di questo trattamento di favore (l'ennesimo) che costa ai contribuenti 260.000 euro, non possono nemmeno rinunciarvi, per "problemi burocratici di difficile soluzione". 
Intanto, il tema auto blu è diventato di attualità: da una parte in Italia ci si interroga se sia plausibile che nel nostro paese ne circolino 630.000; dall'altra, l'Inghilterra ne ha deciso il taglio tra i membri dell'esecutivo, che per recarsi al lavoro dovranno utilizzare i mezzi pubblici o la propria auto, riservando la Toyota Prius ibrida (scelta in nome dell'ecologia) agli spostamenti ufficiali o a quelli dove c'è un rischio particolare.
Chi sono questi duecento superprivilegiati? 
Presidente Schifani e Presidenti Fini, fuori i nomi. 

mercoledì 9 giugno 2010

La "finanza creativa" dei nostri partiti

di GIAN ANTONIO STELLA


Vuoi vedere che i soldi pubblici se li sono già spesi? Eccolo, il dubbio che ti coglie davanti alla scelta dei partiti (tutti, di destra e di sinistra, governativi e di opposizione, bianchi, rossi e verdi padani salvo flebili eccezioni radicali...) di immergersi in un silenzio totale di fronte a una domanda. Quella che si stanno ripetendo, frementi di indignazione, alcuni milioni di cittadini: se la crisi è così «drammatica» da obbligare il governo a bloccare gli stipendi agli statali fin dalla prossima busta paga possibile, come mai il Palazzo si prende il lusso di non tagliare immediatamente i rimborsi elettorali ai partiti, che per primi dovrebbero dare l'esempio?
La Spagna di Zapatero (quella Spagna su cui tanti abbozzano oggi sorrisetti ironici...) ha 575 parlamentari, circa metà degli italiani, e un costo dei Palazzi e dei partiti infinitamente più basso di quello dei nostri, eppure già nel 2008, quando fu chiaro che la crisi sarebbe stata pesante, decise di dare un taglio netto e immediato al finanziamento pubblico, da 136 a 119 milioni di euro: il 13%. Da noi no.
 
Non solo il calcolo di un euro di rimborso a elettore per le «politiche» al Senato si continuerà a fare contando il numero degli elettori della Camera, che sono ovviamente molti di più. Non solo il taglio non sarà del 50% come aveva inizialmente fatto intendere Tremonti ma solo del 10% (ammesso che non scenda ancora...) ma la prima sforbiciata arriverà come è noto alle prossime politiche del 2013, la seconda alle prossime europee del 2014, la terza alle prossime regionali del 2014. 
Quando un maestro, a causa dell'inflazione, avrà già subito un taglio (i calcoli sono di Tuttoscuola diretto da Giovanni Vinciguerra) fino al 15% dello stipendio contro uno del 5% per chi, dallo stesso Stato, riceve 20 mila euro al mese.
Perché? La risposta, che spiegherebbe l'imbarazzata scelta unanime di adottare la tattica del pesce in barile (zitti, allineati e coperti), sarebbe nel fatto che un po' tutti i partiti, una volta passata la legge che distribuiva i denari, si sarebbero precipitati in banca: «Noi dobbiamo avere, da qui alle prossime elezioni, tot denari: ce li anticipate subito e poi vi rivalete sulle pubbliche casse?». Morale: se venissero bloccati oggi, immediatamente, quei rimborsi, i partiti dovrebbero restituire soldi che hanno speso prima ancora di averli. E questo anche certi partiti che, mentre limitavano sottobanco, criticavano Tremonti per le cartolarizzazioni e altri interventi di finanza «creativa».
Non bastasse, c'è chi si è spinto a spiegare anonimamente la scelta di non dare un taglio radicale ai contributi con parole che mai e poi mai saranno dette pubblicamente: se la riduzione fosse troppo robusta, alcuni partiti, presi con l'acqua alla gola e incapaci di ridurre le spese, potrebbero tornare alle cattive abitudini di un tempo... Mica male, come spiegazione...
 
• da Corriere della Sera del 9 giugno 2010

La legge all'italica maniera

Intercettazioni. Fatta la legge, pronti gli inganni

di Filippo Facci

Bisogna essere dei pazzi per correre dietro al labirintico work in progress del governo in tema di intercettazioni, ma due o tre cose si possono dire subito. La prima l’avevamo già scritta: resta il rischio che la montagna partorisca un bavaglino. Ma non, attenzione, per via di un’errata alchimia di
aggiustamenti, non cioè per un eccesso di compromesso che restituisca come sfibrata una norma che da principio era netta e decisa: bensì perché gli ultimi vent’anni di legislazione giudiziaria dovrebbero aver insegnato che una legge - soprattutto se a uso e consumo di magistrati e giornalisti - non deve essere giusta, non deve essere equilibrata o ben scritta o infarcita di astute «ghedinate», come le chiamano: deve essere applicabile.
Deve funzionare. Non deve essere, cioè, interpretabile o aggirabile come diviene, in Italia, ogni provvedimento che non sia tagliato con l’accetta. Ma vediamo, di questa legge, che cosa dovrebbe rimanere. Dice: le intercettazioni saranno possibili solo per i reati puniti con più di cinque anni, corruzione compresa. Ecco, questa è facilissima da aggirare: per rendere intercettabili certi reati, infatti, basta ipotizzarli come aggravati. Del tipo: la rapina non è intercettabile, ma quella aggravata sì; l’estorsione non è intercettabile, ma quella aggravata sì. Eccetera. Per modificare un capo d’imputazione c’è sempre tempo: così, se a fine indagine il reato ipotizzato non prevedeva le intercettazioni com’era facile prevedere, tu intanto hai intercettato lo stesso.
Poi: i telefoni possono essere messi sotto controllo per 75 giorni al massimo (anche di più per i reati più gravi come mafia e terrorismo) e in caso di necessità vengono concessi altri tre giorni di volta in volta. Scommettiamo che la proroga sarà la regola? Poi: gli atti possono essere pubblicati non tra virgolette ma con un riassunto. Bene, che cos’è un riassunto? Un articolo non è un riassunto? E un libro che cos’è? Non basta levare le virgolette punto e basta? Ancora: gli editori che pubblicano testualmente rischiano 300mla euro di multa o anche di più. Bene, ma chi comminerà multe del genere? Le intercettazioni sono
off limits per la stampa fino a conclusione delle indagini. E questo è sacrosanto, ineccepibile. Ancora: i giornalisti rischiano fino a 30 giorni di carcere. E questa è una sciocchezza totale. Inutile. Nessuno, come per la diffamazione, andrà in carcere. E prevista anche una sanzione fino a 10000 euro se pubblicano intercettazioni: non serve, c’è già la multa all’editore, e anche se servisse è troppo bassa. Poi: se il responsabile dell’inchiesta passa alla stampa atti coperti da segreto, o peggio ne parla in tv, può essere sostituito dal capo del suo ufficio. Ma in teoria questo era possibile anche oggi, tranquillamente. Si chiama avocazione. Infine: le registrazioni carpite di nascosto sono permesse ai giornalisti professionisti e pubblicisti. Giusto.
La altre novità le vedremo più avanti. E una buona legge? Se il punto fosse questo, va detto, una buona legge l’avremmo già: il Codice - articoli 114 e 329 - già lo diceva che il segreto istruttorio esiste e che le indagini sono segrete mentre il processo è pubblico; il Codice già lo dice che le intercettazioni andrebbero maneggiate con la massima prudenza e solo in presenza di gravi indizi di reato, ossia quando «assolutamente indispensabili al fine della prosecuzione delle indagini»; e la Costituzione, a esser pedanti, all’articolo 15 già lo dice che «la libertà e la segretezza di ogni forma di comunicazione sono inviolabili». Il punto, evidentemente, è un altro. Anche perché su un paio di cose sono d’accordo tutti, a parte i casi clinici: che le intercettazioni sono troppe, che sono cresciute esponenzialmente, che costano tantissimo, che il loro uso cambia spaventosamente da un distretto giudiziari.

• da Libero del 9 giugno 2010 

lunedì 7 giugno 2010

Punture di zanzare che l'ex tutto combatte con il flit

Dal Corriere della Sera di oggi riporto un'altra puntata sull'ex tutto Di Pietro che si  premura di chiarire, a modo suo, questo ennesimo acquisto immobiliare. Ma la sua cronologia ricostruttiva è smentita da Filippo Facci nel libro: Di Pietro La vera Storia. Cronologia e tempi  che Facci ha scritto in maniera molto diversa da quelli che racconta Di Pietro. Senza che l'ex pm lo querelasse, come usa fare.

 L'ex pm, l'incarico di ministro e la casa

Il leader Idv: «Non esiste alcuna norma che vieta ai parlamentari europei di partecipare a un'asta pubblica»

lettera di ANTONIO DI PIETRO


Antonio Di Pietro (Eidon)
Antonio Di Pietro (Eidon)
Caro Direttore, La ringrazio per aver pubblicato la mia risposta ai quesiti che aveva posto il dottor Imarisio. Il giornalista, però, sembra non essere rimasto soddisfatto su un punto. Infatti, ieri, è tornato sull’acquisto da parte mia di un appartamento messo all’asta (insieme a centinaia di altri), dalla Scip. Egli mi ha posto la seguente specifica domanda: «L’acquisto di un immobile inibito ai parlamentari e finito nella disponibilità dell’onorevole rientra tra quei comportamenti che avrebbero bisogno di essere spiegati meglio». Eccomi! Anche se devo dire che, a corredo della mia replica, avevo consegnato al Corriere della Sera tutta la documentazione relativa a tale operazione immobiliare, documentazione che ora risulta anche essere pubblicata sul sito www.corriere.it. Mi spiace che Marco Imarisio non abbia avuto modo di esaminarla. Se l’avesse fatto, avrebbe evitato di fare un’affermazione tecnicamente e giuridicamente sbagliata. L’asta della Scip, per l’alienazione dell’immobile in questione, si è tenuta il 10 novembre 2004.
L’aggiudicazione definitiva è avvenuta in data 16 marzo 2006, come risulta dal relativo verbale per atto del notaio Giuseppina Santangelo n.256 del 16 marzo 2006. Nella stessa data ho proceduto personalmente alla stipulazione dell’atto di compravendita con la Scip s.r.l. In pratica, contestualmente all’aggiudicazione, vi è stata immediatamente - nello stesso giorno - anche l’indicazione dell’acquirente. (* Nel libro di Facci vi è scritta un'altrà verità: un appartamento di 178 mq nel centro di Bergamo, in Via Antonio Locatelli, per il controvalore di 261,661 euro che,  però,  si aggiudicò all'asta un'altra persona e non Di Pietro. Quest'ultimo soltanto dopo un ricorso al TAR ed un altro al Consiglio di Stato riuscirà ad aggiudicarsi l'immobile. Nelle more dei ricorsi l'originario aggiudicatario si ritirò in buon ordine, NdB)  Risulta, pertanto, documentalmente provato, che non vi è stato alcun acquisto per interposta persona o per «prestanome» che dir si voglia: l’atto di acquisto è stato effettuato direttamente da me, in tempo reale, lo stesso giorno dell’aggiudicazione.
Il sig. Belotti si è limitato soltanto a partecipare agli adempimenti prodromici ad esso, nei modi di legge e nel rigoroso rispetto delle formalità di capitolato (che, infatti, prevedeva come modalità di partecipazione all’asta, quella prevista dall’art. 1401 c.c., ovvero che il contraente venisse nominato al momento della stipulazione del rogito).
Come è noto, all’epoca - vale a dire sia quando si è svolta l’asta, sia quando è avvenuta l’aggiudicazione, sia quando è stato fatto il rogito - io ero parlamentare europeo, mentre sono diventato Ministro delle Infrastrutture il 17 maggio 2006, vale a dire in una data successiva alla compravendita in questione. Orbene, l’articolo 1471 del codice civile specifica che non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato. Ma io non ero affatto «amministratore dei beni dello Stato» allorché venne effettuata l’asta pubblica (il 10 novembre 2004) e nemmeno quando sottoscrissi, davanti al notaio, l’atto di compravendita (il 16 marzo 2006). Sono diventato Ministro il 17 maggio 2006 (e certamente, due anni prima, ossia quando partecipai all’asta, non potevo sapere che poi sarei diventato Ministro!). Non esiste, invece, alcuna norma di legge che vieta ai parlamentari europei di partecipare a un’asta pubblica per l’acquisto di un immobile. Insomma è giuridicamente sbagliato affermare - come fa Imarisio - che io avrei provveduto «all’acquisto di un immobile inibito ai parlamentari». Posso comprendere il suo errore, purché, però, non sia volutamente reiterato!
Antonio Di Pietro
(Leader di Italia dei Valori)

Questa la risposta del giornalista: 

Ringraziamo l’onorevole Di Pietro per la replica. Ribadiamo, ancora una volta, che la valutazione dei comportamenti di un uomo politico può esulare dalle carte giudiziarie e dalla cronologia di una compravendita immobiliare. 
Marco Imarisio
dal Corriere della Sera del 07 giugno 2010

*(Vds. pg. 308 del libro: Di Pietro La storia vera.) 

domenica 6 giugno 2010

Ci sarà un giudice a Berlino?

Ecco un bell'articolo del Corriere sull'ex tutto, Antonio Di Pietro.


IL CASO

I silenzi e le ambiguità
dell’onorevole Di Pietro

Dalla laurea agli immobili: le voci (a volte senza risposta) sul leader Idv

Non è vero che la stampa sia sempre cattiva con lui. Lo scorso 17 maggio Antonio Di Pietro era uscito dalla procura di Firenze dirigendosi con piglio sicuro verso piazza della Repubblica, dove troneggiava e fumava un finto reattore nucleare di cartapesta, propedeutico alla raccolta di firme dell’Italia dei valori per un referendum sul tema. Tra applausi, cori e foto ricordo con i suoi sostenitori, l’ex pubblico ministero si era definito un «teste d'accusa».

Di Pietro disse che aveva spontaneamente scelto di mettere a disposizione degli ex colleghi la sua esperienza di investigatore. I magistrati che seguono l'inchiesta sugli appalti per le Grandi Opere l'avevano convocato come persona informata sui fatti, invece, con tanto di apposito decreto di notifica. C'è differenza.

Quel giorno il dettaglio era diventato una nota a margine, le cose che contano in fondo sono altre. Un peccato veniale. Giocare con le parole, dire e non dire, abbellire la realtà, è tutto lecito. Solo che spesso Antonio Di Pietro trasforma le sue piccole furbizie in metodo. Non risponde, non del tutto almeno, oppure parla d'altro, evocando complotti e mandanti occulti. Altre volte, semplicemente, tace. E non si accorge che così facendo fa il gioco dei suoi detrattori, una legione sempre più numerosa. Vecchia storia, questa delle sparate che si mischiano a silenzi e a repliche invece puntuali. Ancora attuale, però. L'approccio mediatico rimane invariato nel corso del tempo, e non accenna a migliorare, dando così un indubbio contributo alla genesi di leggende metropolitane che riguardano anche su dettagli non proprio fondamentali nella complessa biografia dell'onorevole. Ad anni alterni torna fuori, tra dubbi e ironie, il suo personale tour de force per laurearsi in Legge alla Statale di Milano. La tesi venne discussa nel 1978, il giovane Di Pietro ci arrivò sostenendo 22 esami in 32 mesi, compresi «mattoni» quali diritto privato, pubblico, amministrativo. L'istituto di presidenza della facoltà confermò a suo tempo che tutto era in regola. Ma le illazioni, falsità di vario genere, sono proseguite, nel silenzio del diretto interessato, al quale basterebbe poco per mettere a cuccia i detrattori.

Di Pietro, è un dovere ricordarlo, ha sempre vinto in tribunale, su questioni ben più importanti dei propri titoli di studio. «Non luogo a procedere», quindi prosciolto prima di un eventuale processo da accuse anche infamanti come quella di concussione, generata dall'inchiesta- monstre del Gico di Firenze. Quella brutta storia poggiava su un tema ricorrente della sua vita, il contrasto tra l'azione pubblica, del magistrato prima e del politico poi, con una condotta privata spesso pasticciata, non priva di ambiguità e zone d'ombra. A metterlo su quella graticola furono le sue relazioni con l'avvocato Giuseppe Lucibello e l'amico costruttore Antonio D'Adamo i quali a loro volta intrattenevano— questa era l'ipotesi di accusa—affari con il finanziere Pacini Battaglia. La rilevanza penale dell'intreccio era pari a zero, ma le personalità pubbliche non si giudicano solo dal proprio casellario giudiziale. Proprio per questo, l'alone di mistero che grava su alcuni punti della biografia dell'ex magistrato nuoce non solo a lui,ma anche alle sue opere. «Vogliono infangare Mani Pulite» ripete ogni qual volta vengono pubblicati articoli che riesumano i suoi molto presunti legami con i servizi segreti italiani e americani. Può essere. Ma certi silenzi, come quello sulla surreale vacanza alle Seychelles durante la quale l’allora neo magistrato scrisse un dossier di 172 pagine su Francesco Pazienza che poi finì nelle mani dei servizi segreti italiani, non aiutano. E neppure certe dimenticanze sui viaggi americani, ultimo in ordine di tempo quello fatto in compagnia dell'ex amico Mario Di Domenico. Dopo la recente pubblicazione di una sua foto che lo ritraeva con il dirigente del Sisde Bruno Contrada, il Corriere lo invitò a un confronto sul tema. Risposta non pervenuta. Sono dettagli, omissioni probabilmente ininfluenti. Ma portano ramoscelli da ardere a chi sostiene l'inverosimile tesi che Mani Pulite sia stata guidata a tavolino inintelligente Usa. Creano un danno ad una pagina importante della storia italiana, comunque la si giudichi, della quale Di Pietro è giustamente orgoglioso.

Possibile che i suoi ultimi impicci siano il frutto dei rancori di vecchi amici. Ma è lui a sceglierseli, i compagni di viaggio. E con molti di essi, da Elio Veltri a Di Domenico, finisce quasi sempre male, all'insegna della reciproca incomprensione. Nel primo caso si tratta di una querelle sui rimborsi elettorali delle Europee, che secondo Veltri sarebbero stati gestiti in modo privato. Nell'altro, l'accusa di un uso «non associativo» dei soldi del partito apre la strada a illazioni sulla passione immobiliare di Di Pietro, con proprietà che vanno da Curno alla Bulgaria. In questo campo l'attività è frenetica. Tra il 2002 e il 2008 l'ex pm ha speso 4 milioni di euro nella compravendita di nove case, tutte passate sotto l'ombrello della An.To.Cri. La sigla è l'acronimo di Anna, Toto e Cristiano, i suoi tre figli. Si tratta della società di famiglia, dalla quale Di Pietro, nella veste di presidente dell'Idv, ha preso in affitto alcuni immobili per conto del partito. Nulla di compromettente, lo ha stabilito una inchiesta della procura di Roma, che ha archiviato ogni denuncia. Ma anche qui, alcuni comportamenti, come l’acquisto di case tramite prestanome, o di immobili «proibiti» per legge ai parlamentari in carica, lasciano il fianco scoperto alle critiche di chi afferma che il paladino della questione morale dovrebbe agire con meno disinvoltura nei suoi interessi privati.

Paolo Flores D'Arcais sostiene da tempo che un certo modo di fare «democristiano» si sia impossessato del fondatore dell’Idv. Nel settembre 2009 Micromega, giornale diretto dal filosofo romano, pubblicò una inchiesta sul partito dell'ex magistrato. «C'è del marcio in Danimarca» era il titolo, e quel che seguiva era anche peggio. Il capostipite degli impresentabili, ovvero quel Sergio De Gregorio scelto da Di Pietro come capolista in Campania per le politiche del 2006, il voltafaccia con annesso passaggio al centrodestra fu velocissimo, veniva appena nominato. Acqua passata. Piuttosto, in 40 pagine di testo veniva fatta una radiografia completa sulla vena «inciucista e politicante» che permeava dell'Idv, facendo nomi e cognomi dei riciclati presi a bordo. Dai transfughi dell'Udeur a quelli di Forza Italia, passando per il capo della Campania Nello Formisano, «che insieme all'ex dc potentino Felice Belisario ha riempito il partito delle mani pulite di faccendieri e arrivisti, in larga misura di provenienza democristiana». Una mazzata, che fece scalpore ma generò un dibattito che lo stesso Flores giudica «sterile e improduttivo ». E la promessa di chiarire tutto— dice in una intervista a La Stampa—si è rivelata una promessa da marinaio. Ci sono argomenti, pubblici e privati, che vengono lasciati cadere quando invece il primo a trarre beneficio da una maggiore chiarezza sarebbe proprio Di Pietro. Tanto più che quando si spiega, l’ex magistrato lo fa bene. All'inizio di quel 2009 per lui infausto, il suo nome spuntò nell’inchiesta napoletana su Global Service, il mega appalto dei servizi pubblici. Tra gli altri, era stato arrestato Mario Mautone, provveditore alle Opere Pubbliche della Campania che Di Pietro aveva chiamato a lavorare al ministero delle Infrastrutture da lui diretto. Numerose intercettazioni allegate agli atti dimostravano come il suo primogenito Cristiano, consigliere provinciale a Campobasso per l'Italia dei Valori, tentasse tramite Mautone di sistemare gli amici, e sembravano anche dare conto delle preoccupazioni del padre per tenerlo fuori dall'indagine, della quale risultava essere al corrente.


Di Pietro prese carta e penna, e scrisse un memoriale dettagliato, che diede ai magistrati e alle stampe. Le voci e i sussurri sul suo conto si zittirono immediatamente. In quell'occasione mostrò la sua faccia migliore, argomentando e spiegando. Rimasero solo le accuse di familismo spinto, e l'unico caduto sul campo fu Cristiano, costretto a dimettersi dal partito. Oggi è passato poco più di un anno, ma sembra un secolo. Secondo Di Pietro la pubblicazione dei verbali dell'architetto Zampolini va letta come «parte di una strategia eversiva» nei suoi confronti, decisa da «mandanti e beneficiari occulti». Colpa delle lobby, di una informazione schierata contro di lui. All'appello dell'invettiva mancano i giudici comunisti, ma con qualche allenamento possiamo arrivarci.

Marco Imarisio, 05 giugno 2010, Corriere della Sera