Visualizzazione post con etichetta I costi della politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta I costi della politica. Mostra tutti i post

venerdì 23 settembre 2011

DEVONO ANDARE TUTTI A CASA!

Il nuovo saggio di Stella e Rizzo svela che i tagli alla politica sono solo propaganda.

Ogni paragrafo è una dichiarazione di guerra: in epoca di vacche magre, anzi divenute ormai anoressiche, nel nostro Paese c'è sempre chi sguazza nell'oro. E va raccontando anche di aver fatto tremendi sacrifici. È arrivato in libreria "Licenziare i Padreterni - l'Italia tradita dalla Casta", di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, edito da Rizzoli. Un libro pieno di contumelie, di ingiustizie, di prepotenze. Dei politici, ovviamente, che le infliggono a chi tutti i giorni si alza presto per andare a lavorare.

Sono passati, più o meno, quattro anni da "La Casta" e "Licenziare i Padreterni" è una sorta di "tagliando" alla situazione del nostro Paese dopo quella brusca presa di coscienza di come ci prendono per i fondelli i nostri politici. La situazione è peggiorata: c'è ben poco da discutere, le nude cifre, snocciolate dai due, ormai celebri, giornalisti parlano chiaro. Di considerazioni nel libro, come comanda lo stile degli autori, ce ne sono poche. Ci sono cifre e virgolettati che dimostrano che il bambino, anzi i bambini (e sono veramente tanti, sempre di più) presi con le mani nella marmellata, sono sempre lì con le mani nella marmellata. Solo che ora minimizzano, nicchiano, negano l'evidenza. Ma di cambiare non se ne parla. In pratica prima l'italiano onesto era cornuto, ora è cornuto e mazziato. Stipendi, rimborsi, vitalizi e spese folli sono sempre lì.

Cosa è cambiato? Prima di tutto la possibilità di controllare i "paperoni" della politica: "lo dimostra la norma approvata "umma umma" nel 2006 con cui fu innalzato di 20 volte, da 2.500 a 50.000 euro il limite sotto il quale i partiti possono mantenere anonimo un "finanziamento liberale"". E questo mentre i politici degli altri Paesi sono tenuti a dichiarare in rete tutto quello che hanno ricevuto. Anche un cestino di frutta. E i tagli? Quelli veri riguardano la scuola, le politiche sociali, le comunità montane. E la politica? "Montecitorio nel 2001 costava in valuta attuale 749 milioni di euro, nel 2006 ne costava 940, e nel 2010, dopo quattro anni di politiche di "tagli", ne costava 1.059. Cioè 310 più che un decennio prima e 119 più che ai tempi dell'esplosione dell'indignazione popolare contro la "Casta"". E stanno tutti zitti, anche quelli onesti (che evidentemente ci sono), ma non denunciano, non si oppongono. Provano "fastidio ad essere buttati in un calderone bollente di "papponi" e "magna magna". Ma davanti a tagli ridicoli e offensivi, perché non urlano il loro sdegno".

E che dicono i politici di tutto questo? «Renato Schifani ammoniva: "I politici sono i primi a fare sacrifici". Walter Weltroni concordava: "Se dobbiamo tirare la cinghia dobbiamo farlo tutti assieme. Non va bene che in Italia ci siano i salari più bassi e gli stipendi di parlamentari più alti d'Europa"... "Dobbiamo ridurre della metà la casta, cioè il numero delle persone che vivono di politica" sentenziava Silvio Berlusconi». Tra tante atrocità la cosa più atroce è quella che in questo nuovo libro di Stella e Rizzo non è detta: come si esce da questa situazione. Come si esce dal tunnel, come si fa a rimettere a posto le cose? La risposta è una sola ed è nel titolo: licenziando i Padreterni.

di Antonio Angeli (FONTE)

domenica 11 settembre 2011

Premessa d’obbligo: l’esistenza in vita di B. e della sua banda, dove i precedenti penali fanno curriculum, fa della ridicola sospensione di Filippo Penati dal Pd una sanzione severissima, feroce, draconiana. Questa in fondo, da 17 anni e un pezzo, è la grande fortuna del centrosinistra: poter rispondere a ogni critica che “gli altri” sono molto peggio. Ma forse è venuto il momento di ignorare B. e la sua banda e di prendere a paragone i paesi civili, o almeno decenti.

Chi è Penati? Un dirigente del Pci che divenne, nell’ordine: sindaco di Sesto San Giovanni, presidente Ds della Provincia di Milano, capo della segreteria politica del segretario del Pd Bersani, candidato (trombato) del centrosinistra alla presidenza della Regione, vicepresidente del Consiglio regionale. Da dieci giorni sarebbe in carcere con i suoi coindagati se le tangenti di cui è accusato fossero state considerate dal gip di Monza, come dal pm, concussioni e non corruzioni, o se i fatti fossero avvenuti qualche anno dopo e dunque non fosse scattata la prescrizione.

Dopo essersi “autosospeso” dal Pd e da tutti gli incarichi istituzionali (ma non dal Consiglio regionale con relativo stipendio), Penati è stato deferito alla commissione di garanzia del partito, presieduta da Luigi Berlinguer, che gli ha inflitto la sanzione massima prevista dal Codice etico: la sospensione temporanea “fino al completo positivo chiarimento della propria posizione giudiziaria”. Cioè fino all’assoluzione che, chissà perché, è data per scontata. In caso di condanna, invece, scatterebbe l’espulsione, prevista anche in caso di arresto o rinvio a giudizio.

Non è proprio contemplata l’ipotesi che, per i politici italiani, è la più frequente: la prescrizione. A cui, in un partito serio o perlomeno decente, dovrebbe essere obbligatorio rinunciare, per reati gravi addebitati a uomini pubblici. Invece il Codice etico non vi fa neppure menzione: forse per non mettere in imbarazzo D’Alema, che della prescrizione si avvalse nel ‘96 per chiudere una brutta storia di finanziamento illecito. Insomma le regole di burocrazia interna sono state rispettate alla lettera. Ma sospendere un autosospeso da incarichi cui ha già rinunciato è come castigare un pesce gettandolo in mare o una talpa seppellendola sotto terra.

Ecco, c’è un aspetto che Bersani ha colpevolmente ignorato: la ricaduta esterna di questa decisione ridicola che dovrebbe chiudere un caso drammatico, enorme, che sta terremotando la base come non avveniva dal 2006, l’estate dei furbetti del quartierino. Infatti gli ultimi sondaggi, col governo in caduta libera come non mai, danno in calo pure il Pd. Anche perché il caso Penati segue a stretto giro gli scandali Tedesco (paracadutato in Senato da indagato e salvato dall’arresto) e Pronzato (arrestato per tangenti) col contorno di Morichini e fondazione Italianieuropei. Una situazione eccezionale che imporrebbe soluzioni eccezionali. Per esempio: siccome Penati è scampato alle manette solo grazie alla prescrizione, nessuno avrebbe trovato scandaloso se gli fosse stata applicata la sanzione prevista in caso di arresto: l’espulsione. In fondo, per molto meno, fu espulso il senatore Villari reo di aver accettato la presidenza della Vigilanza Rai contro il parere del partito.

Ora si spera che Bersani non ritenga chiuso il caso Penati e avvii un dibattito serio sul rapporto fra politica e affari, con una doverosa autocritica sul ruolo che lui ebbe nel presentare Gavio a Penati per un incontro riservato che precedette lo scandaloso regalo a Gavio sulle azioni dell’autostrada Serravalle coi soldi della Provincia. In caso contrario, si dovrà dare ragione a De Magistris quando osserva che un sistema ventennale, ramificato, con decine di protagonisti e di milioni in ballo come quello emerso a Sesto non poteva sfuggire al controllo dei vertici dei Ds e poi del Pd, milanesi e nazionali. Insomma, che Penati ha fatto carriera proprio perché era l’architrave di quel sistema. E per questo non può essere espulso.

di Marco Travaglio [VIA]

sabato 10 settembre 2011

Porchette Basta con l'evasione delle salsicce: perché alle feste di partito...niente scontrini?

Come la chiesa, la ristorazione alle kermesse politiche dovrebbero pagare le tasse. Lo scempio democratico a Pesaro

Qui si è scritto che la Chiesa, in molti casi, dovrebbe pagare l’Ici come tutti gli altri. Aggiungiamo che analogo discorso dovrebbe valere per le feste dei partiti, che grazie alla ristorazione fanno incassi anche notevoli ma non emettono uno scontrino che sia uno. Il decreto 460 del 1997, infatti, stabilisce che il rilascio della ricevuta non è obbligatorio «dal momento che gli introiti non sono tassati». E perché? Non è chiaro, a parte che vendere salsicce rientra nella «disciplina tributaria degli enti non commerciali e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale». I tre quarti degli incassi vengono appunto dalle porchette varie, ma i partiti - che oltretutto si servono quasi sempre di volontari - non pagano praticamente nulla neppure per occupazione del suolo pubblico. Male che vada affittano gli stand a terzi. Domanda: ma così si fa concorrenza ad altri esercizi commerciali della zona? Risposta: sì, e basti che alla Festa nazionale del Pd nel centro storico di Pesaro, con Bersani a parlare e De Gregori a cantare, a fine agosto c’erano 13 ristoranti e 20 chioschi. Altra domanda: credete che in quella sede ci abbiano risparmiato un dibattito sul fisco e l’evasione fiscale? No, anche se sono dibattiti - vale per tutti i partiti - dei quali ai festaioli importa sempre meno: in quelle feste ormai non si fa politica, non si fa opinione. Si fanno panini.

di Filippo Facci [VIA]

Tangenti rosse, basta omertà: il Pd c'è dentro fino al collo!!!

Rete-scandalo si estende fino a Liguria e Piemonte. Giallo sulla 'caparra' dell'uomo di Prodi. 
Mussi: "Il partito dei fondi neri"!

Ammesso che abbia mai retto, la linea difensiva del Penati lupo solitario in un partito che non vedeva e non sapeva (e che, avesse saputo, onesto com’è avrebbe fatto un quarantotto) sta pochissimo in piedi. Mano a mano che emergono i dettagli delle inchieste sull’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani, si delinea un quadro che - ovviamente se confermato dai magistrati - rende difficile sostenerla.

Intanto perché, specie per quanto riguarda l’indagine sulla Serravalle, la faccenda sta travalicando gli angusti confini di Sesto San Giovanni. E sta iniziando ad accostarsi a nomi in forza ai Democratici anche in Piemonte e Liguria, rispettivamente l’ex segretario del Pci torinese e oggi presidente dello Iacp del capoluogo piemontese Giorgio Ardito (cui Binasco avrebbe fatto pervenire un pagamento: Ardito, non indagato, smentisce) e l’attuale sindaco di Genova Marta Vincenzi (che da presidente della Provincia di Genova vendette le quote dell’autostrada al gruppo Gavio).

Senza contare Angelo Rovati. L’ex braccio destro di Romano Prodi è stato intercettato al telefono con Binasco a discutere di una caparra con scadenza al 31 dicembre 2010. Che per i pm è la doppia caparra Binasco-Di Caterina al centro dell’inchiesta (i giudici vogliono capire se fosse una forma di pagamento occulto per Penati) e che per Rovati è invece la caparra di una casa da lui stesso venduta al gruppo Gavio e in scadenza, curiosamente, lo stesso giorno di quella sotto la lente dei pm.

Si obietterà che sempre di singoli si tratta e che di qui al sistema ce ne passa. Non fosse che ieri - e al momento di andare in stampa non si registravano smentite - un peso massimo degli ex Ds, l’ormai vendoliano Fabio Mussi, abbia avanzato il più terribile dei sospetti: che quei soldi siano serviti ad influenzare il congresso della Quercia nel 2001, quando i dalemiani sconfissero il Correntone e fecero incoronare Piero Fassino segretario. «Se per caso», dice l’ex ministro, «viene fuori che in quel congresso sono girati dei soldi per condizionarne l’esito, giuro che gli faccio una class action».

E forse è anche per questo che, rispetto ai primi giorni, il coro di quelli che «il partito non c’entra niente» va subendo rilevanti defezioni. A difendere il buon nome della ditta rimangono solo gli ultimi pasdaran («Nel Pd non esiste una questione morale aperta», afferma Giorgio Merlo, «e le modalità del passato qualunque esse siano state, cioè dei partiti che precedevano la nascita del Pd, non possono ovviamente ricadere sul presente»). Mentre le voci di dissenso si fanno sempre più autorevoli: «Il Pd di oggi non corrisponde alle ambizioni, ai desideri e ai sogni del momento in cui lo abbiamo realizzato», ha ammesso ieri Goffredo Bettini, ex braccio destro di Veltroni che il Pd l’ha tirato su in prima linea salvo prenderne progressivamente le distanze mano a mano che ne prendeva forma l’attuale fisionomia. E se lo dice lui.

di Marco Gorra  [VIA]

venerdì 9 settembre 2011

Ecco la prova ulteriore che i politicanti italioti continuano a prenderci per i fondelli:



La casta dei giudici si salva dai tagli!.
Consulta e Quirinale esonerati dalla riduzione delle indennità. 


Tagli alla «casta»? 

Sì, ma non troppi. Infatti a voler guardare bene sembra proprio che una parte della «casta» sia, come direbbe George Orwell, più «casta» dell'altra. 
Tutto ha avuto inizio il 13 agosto scorso. 
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, avevano appena comunicato alla presidenza della Repubblica il testo della manovra votata dal Parlamento. Un fascicolo di 189 pagine che riserva l'intero Titolo IV alla «riduzione dei costi degli apparati istituzionali». Un capitolo che si apre con l'articolo 13 dove, al comma 1, si dispone che «a decorrere dal mese successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, ai membri degli organi costituzionali si applica, senza effetti ai fini previdenziali, una riduzione delle retribuzioni o indennità di carica superiori ai 90.000 euro lordi annui(...) in misura del 10% per la parte eccedente i 90.000 euro fino ai 150.000 euro, nonché del 20% per la parte eccedente 150.000 euro. (...)». Poi ieri mattina, non appena il governo depositava al Senato il testo del maxi-emendamento alla manovra sul quale chiedeva la fiducia, ecco la sorpresa. A quello stesso comma 1 dell'articolo 13 veniva inserita una precisazione: «dopo le parole "organi costituzionali" aggiungere le seguenti: "fatta eccezione per la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale». Un favore al Quirinale e al Palazzo della Consulta che ha immediatamente sollevato le ire del leghista Roberto Castelli, viceministro alle Infrastrutture, diventato, per l'occasione, il protagonista di un duro botta e risposta con il Colle. «Sappiamo tutti che la manovra è necessaria e che ciascuno, per la propria parte, è stato chiamato a fare dei sacrifici. La cosiddetta "casta" dei politici ha stabilito il taglio dell'indennità, il contributo di solidarietà e il limite al cumulo con lo svolgimento della libera professione, dopo aver decurtato già a inizio anno i propri emolumenti. È giusto che le "caste" concorrano prima e più degli altri a fare sacrifici per dare il buon esempio. Ma - e qui inizia la denuncia di Castelli - c'è una super casta romana che non se ne vuole dare per inteso e vuole mantenere tutti i propri privilegi. Infatti nel maxi-emendamento del governo si può trovare una disposizione che esonera dal taglio delle indennità prevista per tutti gli organi costituzionali i super boiardi della Corte Costituzionale e della Presidenza della Repubblica». Il tutto corredato da un appello a Giorgio Napolitano «affinché intervenga a sanare questa... ciascuno la giudichi come crede». Un intervento che non si è fatto attendere tanto che nel pomeriggio una secca nota del Quirinale risponde all'esponente leghista: «In relazione alla dichiarazione del senatore Roberto Castelli secondo cui non si sa quali "super boiardi" della Presidenza della Repubblica sarebbero esclusi dal contributo di solidarietà, si rileva non solo che il Quirinale è estraneo alla formulazione della norma contenuta nel maxi-emendamento del Governo di cui Castelli fa parte, ma anche che a tutto il personale della Presidenza già si applica il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la pubblica amministrazione». «Naturalmente - conclude la nota - ogni determinazione in materia può essere esplicitata dal Governo; è ad esso che spetta dare chiarimenti e indicazioni in proposito». Accuse e precisazioni che non sono piaciute al senatore del Carroccio tanto da costringerlo all'ennesimo sfogo: «In merito alla nota del Quirinale preciso quanto segue: in primo luogo non ho mai detto, come si può del resto evincere dalla mia precedente nota, che la manovra sia stata ispirata dal Quirinale. In secondo luogo anche io non so quali e quanti siano i super boiardi che beneficeranno di questa norma». «Fortunati» che, come continua Castelli, «dovrebbero essere gli uffici della Presidenza della Repubblica e della Corte Costituzionale a dirci quanti e chi siano». Richiesta che, invece, almeno fino a ieri sera, è rimasta senza risposta. Eppure, se da una parte Castelli ha lanciato la propria offensiva contro i «boiardi romani» forse, dall'altra, ha dimenticato di bacchettare anche chi ha voluto inserire nell'emendamento uno sconticino sulla riduzione dell'indennità per i Parlamentari che svolgono anche un'altra attività lavorativa. Infatti sempre l'articolo 13, ma questa volta al comma 2 lettera a), prevedeva che l'indennità parlamentare sarebbe stata decurtata del 50% per chi svolge «un'attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15% dell'indennità medesima». Norma che il governo, con il maxi-emendamento ha modificato trasformando la riduzione dell'indennità «in misura del 20 per cento per la parte eccedente i 90.000 euro e fino a 150 mila euro, in misura del 40 per cento per la parte eccedente i 150 mila euro». In altre parole, i parlamentari professionisti, in primis gli avvocati, sono riusciti, con una raccolta firme, a limitare i "danni" previsti dalla prima versione della manovra.

di Alessandro Bertasi  [FONTE]

giovedì 8 settembre 2011

Siamo un popolo di pecoroni, sudditi senza diritti e privi di amor proprio. Partecipiamo a scioperi indetti contro noi stessi fatti a prescindere e permettiamo questo spreco denaro ai politicanti italioti.

Il colpo di coda della casta: gli onorevoli si fanno lo sconto!



Il Senato approva la fiducia sul testo. Il governo fa il pieno: 165 sì al decreto. Diminuiscono i tagli alle indennità dei politici con doppio reddito. Nel 2013 le buste paga torneranno uguali a quelle del 2010. Risparmiati dal giro di vite gli stipendi dei membri della Consulta. C'è anche una norma salva Colle. La replica: "Estranei a tutto"


Erano le misure bandiera della manovra, servivano a dimostrare che i tagli non colpiscono chicchessia e che, comunque, i sacrifici li subisce in primo luogo chi li decide. Da ieri sono ridotte a ben poca cosa, un pennacchio di fumo dell’ennesima fiammata di antipolitica finita nel silenzio di chi dell’anti-casta ha fatto un brand di successo.
A mutare nel rush finale della manovra sono i tagli alle indennità dei parlamentari che svolgono un lavoro, notevolmente ridotti rispetto alla prima versione, quella conosciuta ai cittadini e ai media. Poi il super contributo di solidarietà applicato agli stipendi dei membri degli organi costituzionali, doppio rispetto a quello che era stato studiato per i cittadini normali e che poi è stato ritirato.
A salvarsi sono soprattutto la Corte Costituzionale e la Presidenza della Repubblica, ma anche per tutti gli altri (praticamente solo il Parlamento e il Cnel) sarà drasticamente ridimensionato.
Ma andiamo con ordine. L’alleggerimento delle norme anti casta è arrivato a rate e si è concentrato tutto sull’articolo 13 del decreto, quello sulla «Riduzione dei costi agli apparati istituzionali». Il primo passo risale a tre giorni fa, con un emendamento passato in commissione Bilancio del Senato, a firma del senatore Pdl Gilberto Pichetto Fratin. «Al comma uno, dopo le parole “organi costituzionali”, aggiungere le seguenti: “Fatta eccezione per la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale”».
La stretta che viene risparmiata a Quirinale e ai giudici costituzionali è il taglio del 10% per le «indennità di carica» (gli stipendi dei membri degli organi costituzionali) sopra i 90mila euro e del 20% sopra i 150mila. Doveva partire dal prossimo mese. L’eccezione per Quirinale e Palazzo della consulta è passata dalla commissione Bilancio del Senato al maxi-emendamento, quello approvato ieri dall’aula di Palazzo Madama.
A questo punto se n’è accorto il vice ministro alle Infrastrutture Roberto Castelli (Lega), che ha denunciato «una super casta romana che non se ne vuole dare per inteso e vuole mantenere tutti i propri privilegi» poi ha puntato il dito contro «i super boiardi della Corte Costituzionale e della Presidenza della Repubblica» e si è rivolto al «Presidente della Repubblica affinché intervenga a sanare questa... ciascuno la giudichi come crede». La risposta del non si è fatta attendere. Intanto il Quirinale si è dichiarato «estraneo alla formulazione della norma contenuta nel maxi-emendamento del Governo di cui il sen. Castelli fa parte», poi ha ricordato che «a tutto il personale della Presidenza della Repubblica già si applica il contributo di solidarietà a suo tempo introdotto per la Pubblica Amministrazione». E il riferimento è una misura che vale per dipendenti pubblici e super pensionati, sopravvissuta alla cancellazione del contributo che avrebbero dovuto pagare tutti gli altri cittadini.
Il maxi-emendamento prevede però un’altra limitazione. Il contributo extra varrà solo per tre anni, dal 2011 fino al 2013, quando il deficit dovrà essere azzerato. Tra quattro anni «i membri degli organi costituzionali» per i quali valgono ancora i tagli (praticamente solo i parlamentari), potranno tornare a incassare gli stipendi del 2010. Per questi tre anni, si potranno accontentare dell’altro alleggerimento ai tagli arrivato ieri al fotofinish, con il maxiemendamento.
Il taglio alle indennità dei parlamentari che percepiscono altro reddito sono state ridotte. Fino a ieri era del 50 per cento dell’indennità. La nuova formulazione prevede che ai parlamentari «che svolgano qualsiasi attività lavorativa per la quale sia percepito un reddito uguale o superiore al 15% dell’indennità parlamentare la riduzione dell’indennità si applica in misura del 20% per la parte eccedente i 90mila euro e fino a 150mila euro, in misura del 40% per la parte eccedente i 150 mila euro».
Inutile cercare Pichetto Fratin. Silenzio da parte delle opposizioni. Nemmeno un comunicato di Italia dei Valori a condannare lo sconto concesso ai parlamentari nel giorno dell’aumento dell’Iva che colpirà tutti i redditi.


di Antonio Signorini


[FONTE]

domenica 4 settembre 2011

Bersani spiegaci questo...


Riporto quanto scrive Sallusti, il direttore de il Giornale, condividendone il contenuto.

Penati non parla dei soldi ma è libero. Tarantini parla ma resta in galera. Il leader del Pd invece di minacciare querele dovrebbe dare delle spiegazioni.

Quella che pubblichiamo qui a fianco è la fo­tografia di uno degli assegni del caso Pena­ti ­Pd. È di due milioni di euro, firmato da un costruttore a favore di un imprenditore (entrambi coinvolti nell'inchiesta). Ma secondo i ma­­gistrati è il pagamento di una delle tangenti pretese dalla sinistra lombarda guidata dal braccio destro del segretario Pierluigi Bersani. Al quale chiediamo di spiegarci qualche cosa in merito, invece di conti­nuare a querelare i giornali e i giornalisti che scavano nella vicenda.

Lo faccia pubblicamente, pretenda da Penati una versione completa e convincente. Non ci facciamo illusioni. Bersani tacerà (vi ricordate mister G, ovvero il compagno Greganti! NdB), perché ad affron­tare davvero il problema si rischiano risposte inde­centi per Penati, forse per Bersani stesso, sicuramen­te per l'intero partito, perché la verità è che la sinistra italiana non ha perso il vecchio vizio di finanziarsi at­traverso tangenti. Guardate bene questo assegno e poi pensate che tra due giorni i signori che ne hanno illegalmente be­neficiato sarann­o in piazza a infangare l'Italia e a chie­dere tagli agli sprechi pubblici, lotta all'evasione fisca­le, moralità nella politica. Sono gli stessi che oggi pon­tificano sul caso Tarantini, un faccendiere sfigato che crea guai ovunque vada. L'obiezione dei più ha una sua logica.

Ma come fa il premier a essere amico di uno così? Giusto. Ma a parte che Tarantini era ami­co anche di D'Alema (e non soltanto), io mi chiedo: come fa Bersani ad essere amico di uno come Pena­ti? Con l'aggravante che Tarantini fa danni tra privati, il sistema tangentizio danneggia l'economia nazio­nale, falsa le regole di mercato e truffa il fisco. Dovendo scegliere, meglio mille Tarantini che uno come il braccio destro di Bersani. Delle escort piazzate qua e là me ne frego, mi preoccupano di più le grandi aree urbane paralizzate da quei ladri della sinistra. I danni di Tarantini li ha pagati Silvio Berlu­sconi di tasca sua, quelli di Penati li paghiamo tutti noi. Il primo è in galera, insieme alla moglie, nono­stante la sua presunta vittima (Berlusconi) neghi di essere tale (ognuno dà i suoi soldi a chi vuole), il se­condo (Penati,NdB) continuiamo a pagarlo noi (quindicimila eu­ro al mese) perché il furbetto ovviamente non si è di­messo da consigliere regionale lombardo. E poi qual­c­uno si scandalizza se uno dice che siamo in un pae­se di merda. 

mercoledì 31 agosto 2011

Quando Pericu, l'ex sindaco di Genova, perse la causa di Esselunga a favore della Coop

Su questo tema delle agevolazioni indebite alle COOP ed il trattamento loro riservato nelle regioni amministrate dalle Sinistre ho già scritto qui, qui, e qui.
Vi propongo il seguente articolo per mantener viva la memoria proprio in questi giorni che le COOP si lamentano si essere trattate come tutte le altre normali società, cosa che avevo consigliato giorni addietro (vedi qui) al ministro Tremonti che pare abbia letto il mio blog. 

Se nella nostra regione (Liguria NdB) i prezzi sono mediamente più alti che in altre zone, e Genova spesso si conquista il triste primato di «città più cara d'Italia», il colpevole non è l'inflazione, il petrolio o la corsa interminabile del caro vita, ma un potentato economico che agisce in condizione di monopolio da Sarzana a Ventimiglia: Coop Liguria. La denuncia, documentata con nomi, cognomi e cifre, viene dal libro «Falce e carrello - Le mani sulla spesa degli italiani» di Bernardo Caprotti (Marsilio Editore). Caprotti non è uno sconosciuto nel panorama industriale italiano. Infatti è il titolare dei supermercati Esselunga e il suo libro nasce più che altro come sfogo per raccontare a tutto il Paese di che cosa è capace la macchina bellica di Coop Italia che, come si domanda Geminello Alvi nella sua prefazione al volume, «con un fatturato di oltre 12 miliardi di euro, rientra ancora negli scopi di mutualismo che giustificano i privilegi fiscali, e non solo, di cui gode?».
La domanda è pertinente, in quanto le Coop, espressione economico-finanziaria dell'ex Pci, poi dei Ds e oggi del Pd, approfittano del loro ridotto carico fiscale per estendersi a macchia d'olio in tutta Italia e, invece di fornire prezzi più bassi, in nome di quel solidarismo sociale che sta alla base della loro costituzione, fanno di tutto per consolidare un monopolio della distribuzione che si manifesta con un rialzo artificiale dei prezzi. E l'esempio più eclatante di questo andazzo, ma guarda il caso, è proprio in Liguria. «All'inizio del 2006 - scrive Caprotti - avendo in programma l'apertura di un nostro negozio a La Spezia, abbiamo incaricato una qualificata società francese di rilevare lo stato del mercato in Liguria, raffrontato con altre piazze. Lo abbiamo fatto due volte. Il risultato è stato sorprendente. In quella regione il livello dei prezzi praticato dalla Coop è mediamente più alto (di una percentuale variabile tra l'8,2 ed il 20,2) che nelle altre piazze monitorate».
Perché questo succede? Perché in Liguria le quote di presenza delle Coop sono addirittura superiori a quelle di Reggio Emilia: siamo al 48,10 per cento a Genova, al 51,35 per cento a Savona e al 52,89 per cento a La Spezia. Solo Imperia, area «bianca» da sempre, si salva con un semplice 10,4 per cento. In altre parole, più aumenta la presenza delle Coop sul territorio, più si alzano i prezzi. Alla faccia dello slogan commerciale: «La Coop sei tu, chi può darti di più?».
Ma vediamo nel concreto come si muovono le Coop in Liguria, confrontando i prezzi degli articoli in comune tra gli Ipercoop liguri e quello di Sesto Fiorentino, in Toscana. Tutti, infatti, appartengono a Coop Italia, ma per qualche misteriosa ragione in Liguria i prezzi vengono aumentati. I prezzi rilevati nella terza settimana del luglio 2006 rivelano infatti che, nella Coop di Genova Rivarolo, erano più cari del 18,8 per cento rispetto a quelli dell'Ipercoop di Sesto Fiorentino, del 14,4 per cento quelli dell'Ipercoop Aquilone, del 19 per cento quelli della Coop Sanremo, del 10,6 per cento quelli della Coop La Spezia. E sapete perché nello Spezzino i rincari sono meno accentuati? Perché lì la concorrenza è più organizzata, per cui la Coop è costretta ad abbassare le proprie pretese. Il resto della distribuzione si uniforma infatti ai prezzi del monopolista…
 Ma quello che ha fatto uscire dai gangheri Caprotti è stata una vicenda del 1984 quando Esselunga acquistò a Rivarolo un immobile di proprietà della società Pastore & Baldazzi per aprirvi un supermercato. Non appena le Coop lo vennero a sapere, scoppiò il finimondo e, casualmente, il Comune si rifiutò di rilasciare i permessi a Esselunga. La faccenda è lunga, ma in sintesi alla fine Esselunga si vide costretta a vendere il suo immobile alle Coop che, come per incanto, subito ottennero i permessi e vi aprirono un loro supermercato. 



Per ironia della sorte, in quell'occasione Esselunga si fece difendere (ma con scarso successo) da uno dei migliori civilisti di Genova, l'avvocato e professore Giuseppe Pericu (Poi diventato sindaco di Genova per ben due volte ed iscrittosi al PD, NdB).
 

[FONTE] 

Iniziano ad aprire gli occhi!




Anche Giorgio Bocca spara a zero sul Pd:
"Rubano tutti". 
Bersani? "Si tuffi in mare". 


Il giornalista commenta il caso Penati: 
"Assoluta identità con il Psi e tangentopoli. Vogliono solo potere e soldi"
Giorgio Bocca

"Non c'è nulla di nuovo rispetto a Craxi". 
E' rievocando gli anni Ottanta, il Psi e Tangetopoli che Giorgio Bocca commenta l'affaire Filippo Penati che sta travolgendo il Partito democratico. E non non si tratta di lontane somiglianze, ma di "un'assoluta identità". Intervistato da Il Fatto Quotidiano, il giornalista quasi 91enne, sulla cosiddetta questione morale della sinistra taglia corto: 
"Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole". E allora cosa dovrebbe fare il segretario Bersani: un passo indietro? "Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare".

"I politici rubano tutti" - D'altronde, spiega, lo diceva lo stesso Craxi: "I mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. 
L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà". 
"Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi". 
La differenza, rispetto al passato, è che "non c'è nessun disegno politico, questa è la cosa grave".

 [Fonte]

lunedì 29 agosto 2011

Al peggio non vi è mai fine. Lor signori sì che sanno vivere...!

La casta del sindacato 
Ecco chi sono i furbetti con la doppia pensione (tre fra i tanti! NdB).

I due ex segretari Cisl Franco Marini e Sergio D'Antoni incassano 14mila euro al mese come parlamentari. Ma si sono procurati altri due ricchi assegni mensili

Cerco studente che sia andato a le­zione da Sergio D'Antoni. Giuro: lo voglio trovare. Qualcuno me lo segna­­li, mi faccia scrivere o telefonare: vo­glio avere la prova che l'ex sindacali­sta della Cisl ha avuto una grande car­riera da professore, come la sua pen­sione lascia intendere. 
Eh sì: perché da quando ho scoperto che D'Antoni riceve dall'Inpdap un assegno mensi­le di 5.233 euro netti (netti!) al mese (103.148 euro lordi l'anno) come ex docente universitario non mi do pace: voglio parlare con qualcuno che sia andato a lezio­ne da lui. Qualcuno che si sia ab­beverato alle fonti di così costoso sapere. Se entro una settimana non lo trovo, sarò costretto a un gesto malsano: mi rivolgerò a «Chi l'ha visto?» e lancerò un ap­pello in Tv.

Guardando ieri la prima pagi­na del Giornale sui sindacalisti che diventano ricchi organizzan­do gli scioperi ho fatto un salto sulla sedia: alcune persone cita­te, infatti, non solo ricevono il già abbondante stipendio parlamen­tare ma ad esso uniscono una pensione maturata grazie alla mi­tica legge Mosca, quella che ha consentito a 40mila persone fra sindacalisti e dirigenti di partito di vedersi riconoscere con un col­po di bacchetta magica contribu­ti di fatto mai versati. Privilegio su privilegio: lo vedete che a orga­n­izzare scioperi conviene davve­ro? I lavoratori no, loro ci perdo­no soldi e, in casi come questi, an­che la faccia. I loro capi, invece, ci guadagnano. In carriera. In bene­fit assortiti. E, di conseguenza, in conto in banca.


Prendete Franco Marini, l'ex presidente del Senato, una vita da democristiano, sempre lì a pe­dalare fra un vino d'Abruzzo e una dichiarazione in Tv. Ebbene a voi, leggendo il Giornale di ieri, sarà sembrato esagerato il com­penso mensile che si è assicurato difendendo gli operai: 14.557 eu­ro, che corrisponde per l'appun­to all'indennità da senatore. Ma per la verità non è quello il solo de­naro che riceve dalle casse pub­bliche: infatti egli percepisce an­che una pensione Inps di circa 2.500 euro al mese, che gli piove in tasca dal 1991, cioè da quando aveva 57 anni. Merito della legge Mosca, che evidentemente se ne è sempre impipata dell'allunga­mento dell'età lavorativa chiesto ai cittadini comuni... 


Fra l'altro, visto che si parla di di­fensori del popolo, ci sia permes­so di ricordare che della legge Mo­sca beneficia anche il compagno Cossutta: la incassa dal 1980, cioè da quando aveva 54 anni (avete presente il 1980? Tanto per dire: in Urss c'era ancora Breznev, a Sanremo Bobby Solo cantava «Ge­losia » e il capitano del Milan era Aldo Maldera...). Dal 2008, poi il compagno Cossutta ha unito alla pensione Inps maturata grazie al­la legge Mosca anche il vitalizio parlamentare (9.604 euro al me­se). E per non farsi mancare nulla al momento dell'uscita dal Parla­mento s'è assicurato anche la li­quidazione- monstre di 345mila euro, tutti in una volta. Un vero re­cord. Dimenticavo: la liquidazio­ne d­ei parlamentari viene chiama­ta tecnicamente «assegno di rein­serimento » o «assegno di solida­rietà». E,a differenza delle liquida­zioni dei normali lavoratori, è esentasse. Si capisce, con la solida­rietà bisogna essere generosi...

345mila euro di liquidazione. La pensioncina Inps grazie alla legge Mosca e 9.604 euro come vita­­lizio parlamentare: lo vedete? Pro­clamarsi paladini degli operai conviene. Salire sulle barricate de­gli scioperi è un affare. Infatti non c'è niente che renda in Italia come l'attività sindacale: fra Caaf, patro­nati, corsi di aggiornamento pro­fessionale, trattenute e balzelli va­ri Cgil, Cisl e Uil gestiscono ogni anno un patrimonio gigantesco, che fra l'altro viene amministrato con le stesse regole della cassa del coro alpino di Montecucco o della bocciofila di Pizzighettone. Non esistono bilanci consolidati, non esistono organi di controllo. E per di più c'è la possibilità, gestendo quel tesoro, di diventare in un amen parlamentari, europarla­mentari o mal che vada presidenti della Regione Lazio... Non male, no?

A conti fatti organizzare sciope­ri è come fare bingo. Alle spalle dei lavoratori. In effetti: alla ricchezza dei sindacati (l'ultimo vero organi­smo della Prima Repubblica) si unisce la ricchezza dei sindacali­sti. Che, come si è detto, riescono ad accumulare prebende, inden­nità, stipendi, pensioni e benefici di varia entità. Come quelli che ab­biamo citato qui, a cominciare na­turalmente dall'uomo che amava la Jacuzzi e i vestiti di Brioni, il sin­dacalista Sergio D'Antoni. Lui, in­fatti, come si è detto oltre all'inden­nità da parlamentare (14.269 eu­ro lordi al mese) incassa la pensio­ne Indpad da ex professore (5.233 euro netti al mese): ma sapete da quando la incassa quest'ultima? Da quando aveva 55 anni. E sape­te perché quella pensione è così al­ta? Perché, grazie al meraviglioso meccanismo dei contributi figura­tivi, a 55 anni risultava pensionabi­le con 40 anni di anzianità. Tutto regolare, tutto a norma di legge. Si capisce. Ma a me resta il dubbio: l'ex sindacalista Cisl, non solo è stato un grande docente, come di­mostra la sua pensione d'oro. È stato anche un docente molto pre­coce. 
A 15 anni già saliva in catte­dra e insegnava. 
E allora è possibi­le c­he io non riesca a trovare nean­che uno che è andato a lezione da lui?

di Mario Giordano  
[FONTE] 

lunedì 22 agosto 2011

500 mila baby pensionati!!!

Via dal lavoro prima dei 50 anni. Costano 9 miliardi e mezzo l'anno
 
In Italia ci fu un tempo, nemmeno tanto lontano, in cui si regalavano le pensioni. Era prima della grande crisi petrolifera. Erano gli anni del centrosinistra, quando ancora ci si cullava nell'illusione di una crescita senza fine e una classe politica miope arrivò al punto, nel 1973 (governo Rumor, con Dc, Psi, Psdi e Pri), di concedere alle impiegate pubbliche con figli di andare in pensione dopo 14 anni, sei mesi e un giorno, mentre era già possibile per gli statali lasciare il servizio dopo 19 anni e mezzo e per i lavoratori degli enti locali dopo 25 anni.Come definire la pensione ai trentenni, se non un regalo? E se vi pare impossibile, basta riprendere gli articoli di Elisabetta Rosaspina e Gian Antonio Stella che sul Corriere della Sera , nel 1994 e nel 1997, raccontarono i casi delle signore Ermanna Cossio e Francesca Zarcone, che erano riuscite ad andare in pensione, rispettivamente, a 29 e a 32 anni, dopo aver lavorato come bidelle, con assegni quasi pari alla retribuzione. Insomma, mentre oggi non sono pochi quelli che a 30-35 anni non hanno ancora trovato un lavoro, fino al 1992 (riforma Amato), c'erano giovani che a questa stessa età andavano in pensione!
 Se poi vogliamo avere un'idea della disastrosa eredità che quelle leggi ci hanno lasciato, basta elaborare i dati del Casellario centrale dei pensionati, aggiornati al primo gennaio 2001. Si scopre che ci trasciniamo ancora più di mezzo milione di pensioni baby, liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d'età: 535.752 per la precisione, che costano allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l'anno. Ancora oggi l'Inpdap, l'ente di previdenza del pubblico impiego, paga 428.802 pensioni concesse sotto i 50 anni: di queste più di 239 mila vanno a donne e quasi 185 mila a uomini, per una spesa nel 2010 di 7,4 miliardi. A queste pensioni si sommano 106.905 pensioni liquidate a persone con meno di 50 anni nel sistema Inps (regimi speciali e prepensionamenti) per un costo di altri 2 miliardi.
 Proprio un baby pensionato, Franco Tomassini, ha fatto tornare d'attualità il tema scrivendo al Corriere una lettera pubblicata mercoledì, nella quale l'ex «dirigente di una grande azienda Iri», dopo aver raccontato di aver lasciato il lavoro a 50 anni, conclude: «Sento un po' di rimorso per aver contribuito a defraudare le generazioni seguenti. Per questo, non avrei alcuna difficoltà a versare il 10% dei miei duemila euro mensili a un Fondo Giovani. La mia vita non cambierebbe, e mi sentirei più vicino alle nuove generazioni». Venerdì, nella pagina dei commenti, il Corriere ha rilanciato l'idea di Tomassini, chiedendosi se non sia il caso di studiare un contributo, qui davvero di solidarietà, per chi è andato in pensione con meno di 20 o 25 anni di contributi e prima dei 50 anni e che abbia un reddito familiare superiore a 25 mila euro, magari modulandolo per fasce di reddito (5% tra 25 e 50 mila euro, 10% sopra). La proposta ha ricevuto il sostegno di moltissimi lettori che hanno chiesto di tornare sull'argomento.
Sempre secondo i dati del Casellario centrale, l'età media di questo mezzo milione di pensionati baby sta tra 63,2 anni (per chi ha lasciato il lavoro nella fascia d'età 35-39 anni) e 67 (per chi ha lasciato a 45-49 anni). Questo significa che stanno prendendo l'assegno come minimo da 18-24 anni e che, considerando la speranza di vita, continueranno a prenderlo per un'altra quindicina d'anni. I baby pensionati ricevono in media una pensione lorda di circa 1.500 euro al mese. Importi generosi considerando che mediamente vengono pagati per più di 30 anni e che hanno alle spalle pochi contributi. Tanto che di solito un pensionato baby incassa minimo tre volte quanto ha versato. Se anche si volesse limitare il contributo a coloro che sono andati in pensione prima dei 45 anni, la platea sarebbe ampia: 240.063 assegni per un costo di 3,8 miliardi l'anno. Le pensioni concesse sotto i 50 anni sono concentrate al Nord (il 65% circa). Al primo posto c'è la Lombardia con 110.497 baby pensioni e una spesa di 1,7 miliardi. Seguono: Veneto, Emilia Romagna e Piemonte.

Qualche lettore ha osservato che prima di tutto bisognerebbe colpire i parlamentari che, come ha documentato ieri Maria Antonietta Calabrò sul Corriere , prendono una buonuscita anche dopo solo 5 anni: 47 mila euro che diventano 140 mila dopo tre legislature. Privilegi assurdi. Ma forse non tutti sanno che per alcuni parlamentari questi si sommeranno a quelli già goduti da baby pensionati. 
Prendiamo per esempio il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, che, come scrive Mario Giordano nel libro Sanguisughe , è andato in pensione da magistrato a 44 anni (oggi ne ha 60) e incassa 2.644 euro lordi al mese. Difficile aspettarsi che possa farsi promotore di un contributo sulle baby pensioni. Così come è difficile che possa farlo Umberto Bossi, visto che la moglie Manuela Marrone, è andata in pensione a 39 anni dopo aver fatto l'insegnante e prende 766 euro al mese.

di Enrico Marro, [FONTE]

A proposito della moglie del senatur padagno Basso, ecco cosa ha scritto, qualche mese addietro, Luca Telese.
La moglie di Bossi?
È una baby pensionata

La notizia è di quelle a cui ci ha abituato questo Paese, afflitto dalla maledizione dei paradossi, degli sprechi, e delle ingiustizie sancite per decreto e controfirmate con i sigilli di ceralacca. La notizia è questa: la moglie del nemico giurato di Roma, la moglie del guerrigliero indomito che si batte contro lo Stato padrone e che fa un vanto di denunciare gli sprechi dello Stato assistenzialista, è una baby pensionata. Proprio così, avete letto bene. La moglie di Umberto Bossi, Manuela Marrone, riceve un trattamento previdenziale dal lontano 1992, da quando, cioè, alla tenera età di 39 anni, decideva di ritirarsi dall’insegnamento. Liberissima di farlo, ovviamente, dal punto di vista legale: un po’ meno da quello dell’opportunità politica, se è vero che suo marito tuona un giorno sì e l’altro pure contro i parassiti di Roma. E si sarebbe tentati quasi di non crederci, a questa storia, a questo ennesimo simbolo di incoerenza tra vizi privati e pubbliche virtù, se a raccontarcela non fosse un giornalista a cui tutto si può rimproverare ma non certo l’ostilità preconcetta alla Lega Nord e al suo leader.

Eppure, nello scrivere il suo ultimo libro inchiesta (Sanguisughe, Mondadori, 18 euro, in uscita martedì prossimo), Mario Giordano deve essersi fatto una discreta collezione di nemici, se è vero che l’indice dei nomi di questo libro contiene personaggi noti e ignoti, di destra e di sinistra, gran commis e piccoli furbi, una vera e propria pletora di persone che a un certo punto della loro vita, anche se molto giovani, hanno deciso di vivere alle spalle della collettività e di chi lavora, approfittando dei tanti spifferi legislativi che il Palazzo ha generosamente concesso in questi anni.

Il libro di Giordano (sottotitolo: Le pensioni d’oro che ci prosciugano le tasse) però ha un attacco folgorante. Ed è la riproduzione dell’estratto conto di una pensione di 78 centesimi. Una incredibile “busta paga” autentica che nasce così: “Pensione lorda 402,12 euro, trattenute Irpef 106,64 euro, saldo Irpef 272.47, addizionale regionale 23.00, arrotondamento 0.78. Totale: 0.78”. Scrive Giordano: “Quando uno Stato si accanisce su una pensione minima di 402 euro (che è già una miseria) e la riduce a 0.78 centesimi (che è appunto un insulto) mentre lascia inalterati i supervitalizi dei parlamentari, il loro insindacabile diritto al cumulo, o gli assegni regalati a qualche burocrate d’oro, ebbene, noi non possiamo far finta di niente”.

Allora, forse, si può leggere questo libro saltando da un assurdo all’altro. Dalla “pensione centesimale” a quella della signora Marrone in Bossi, che è – in Italia – non un caso isolato, ma una delle 495.000 persone, come racconta il direttore dell’agenzia NewsMediaset, “che ricevono da anni la pensione senza avere i capelli grigi e senza avere compiuto i sessant’anni di età”. Nel 1992, quando la Marrone aveva 39 anni, Bossi attaccava “la palude romana” e chiedeva di cambiare. “Come no? – chiosa Giordano – Il cambiamento, certo. E intanto la baby pensione, però”.

Manuela Marrone, seconda moglie di Bossi, siciliana d’appartenenza attraverso il nonno Calogero “che arrivò a Varese come impiegato dell’anagrafe e finì deportato nei lager nazisti, dopo aver aiutato molti ebrei a scappare”, custodì Bossi nella convalescenza dopo l’ictus e favorì l’ascesa del figlio Renzo. “Fra le attività che ha seguito con più passione – annota Giordano – la scuola elementare Bosina, da lei medesima fondata nel 1998, ‘la scuola della tua terra’, che educa i bambini attraverso la scoperta delle radici culturali, anche con racconti popolari, leggende, fiabe, filastrocche legate alle tradizioni locali. E sarà un caso che nelle pieghe della Finanziaria 2010, fra tanti tagli e sacrifici, sono stati trovati i soldi per dare un bel finanziamento (800 mila euro) proprio alla Bosina?”. Tutto sembrerebbe fuorché un caso.

La signora Bossi, d’altronde, ha molto tempo libero perché riceve un vitalizio regolarmente. “Aveva diritto a prendere i suoi 766,37 euro al 12 di ogni mese, ha diritto a percepire l’assegno, che in effetti incassa regolarmente da 18 anni, da quando suo figlio Renzo, il Trota, andava in triciclo, anziché andare in carrozza al consiglio regionale” (Già, perché se tra pensione, parlamento e Regione, se non ci fosse lo Stato assistenzialista, il reddito di casa Bossi passerebbe da quasi trecentomila euro a zero).

Ma Manuela non è sola: il corposo capitolo sui baby pensionati si apre con la storia di Francesca Z., che si è messa a riposo nel 1983, quando aveva appena 32 anni (“L’ex collaboratrice scolastica ha già ricevuto dallo Stato 280 mila euro, cioè 261 mila euro più di quanto abbia versato in tutta la sua carriera – si fa per dire – lavorativa”). E prosegue con i casi di Carlo De Benedetti (in pensione a 58 anni), Cesare Romiti (2.500 euro a 54: ai tempi della marcia dei quarantamila, nel 1980, era pensionato da tre anni!). Ma non mancano i grandi moralisti. 
Adriano Celentano è in pensione da quando aveva 50 anni. Oppure le artiste: Raffaella Carrà e Sophia Loren (in pensione da quando avevano 53 anni) e i duri come Carlo Callieri (l’ex uomo forte della Fiat) che prende la bellezza di 5 mila euro al mese da quando aveva 57 anni. Ecco perché, in mezzo a questa selva di nomi il consiglio è di non leggere i capitoli sulle pensioni onorevoli, sulle pensioni d’oro, e sulle pensioni truffa. Vi incazzereste troppo.

di Luca Telese, 31/3/2011[FONTE]

venerdì 19 agosto 2011

La Sicilia detiene il record di sprechi: commissariamo l'amministrazione dell'isola

Per normalizzare la situazione è necessario mettere mano alla Costituzione: altro che ricorso presentato dai Consiglieri.

Bisognerebbe prendere la Sicilia, commissariarla all'istante e cambiare la Costituzione per normalizzare la sua amministrazione parassita: altro che il ricorso presentato da un gruppo di consiglieri siciliani (capofila il sindaco di Messina, vedi articolo) che mirano a mantenere il doppio stipendio alla faccia di una sentenza della Consulta e soprattutto alla faccia nostra, che non possiamo neppure linciarli: in luglio l'assemblea siciliana si è assicurata contro il «rischio insurrezione» («tumulti e aggressioni», polizza estesa ai familiari) e hanno fatto bene, visti gli incredibili privilegi di cui godono: dai pranzi a 9 euro al «contributo sepoltura» di 5mila euro in caso di morte (tutto vero) e questo da parte di una classe dirigente che costa 496.400 euro annui a consigliere (più dei parlamentari di Montecitorio) quando i consiglieri sono 90 perché rifiutano di ridurli. Aggiungi 20mila dipendenti strapagati (1,7 miliardi annui, quasi come tutte le altre regioni messe insieme) che vanno in pensione prima degli altri e che costano 349 euro annui a cittadino, quasi venti volte il costo di un dipendente lombardo. Dimenticavamo il record nazionale di consulenze e auto blu. Dimenticavamo i 1428 dirigenti che secondo la Corte dei Conti sono in sovrannumero rispetto alla legge. Dimenticavamo ogni volta, il problema è questo.

 Dalla casta siciliana a quella dei due rami del Parlamento. Gianluigi Paragone spiega che "l'esecutivo ha annunciato la sforbiciata delle poltrone, ma finché i provvedimenti non diventano realtà c'è ragione di dubitarne". Inoltre, lo spettacolo desolante di Palazzo Madama animato dalla pochezza di undici senatori (gli onorevoli hanno provato a giustificarsi: "Era una seduta di poco conto...") dimostra soltanto una cosa: poiché i parlamentari non lavorano tanto vale dimezzarli. Leggi il commento di Paragone.

di Filippo Facci, 19/08/2011 [FONTE]

Quei dirigenti Coop passati nelle stanze ds!

Il presidente Legacoop Poletti è stato consigliere provinciale e assessore Pci Stefanini, il successore di Consorte, ha guidato la Quercia bolognese
Il partito, gli enti locali, le coop rosse. Il triangolo proibito, «una sorta di mafia» dice il ministro Carlo Giovanardi, «una piccola Unione Sovietica nel cuore dello Stato» aggiunge il senatore Amedeo Ciccanti. L'ingarbugliata ragnatela dei rapporti tra i Ds e la Lega delle cooperative è stata raccolta dal ministro in un lungo elenco di nomi. Vertici delle coop che ricoprono (o ricoprivano) incarichi di partito, funzionari di partito dipendenti delle coop. «Nulla di penalmente rilevante», precisa Giovanardi: è un ritornello frequente in queste settimane. «La questione non è giudiziaria ma politica. Da quando è scoppiato il caso Unipol i Ds si sgolano a ripetere che non c'è rapporto organico tra il partito e il mondo della cooperazione, che il collateralismo è finito, che al Botteghino politica e affari corrono su binari paralleli. Storie. Leggete questi nomi: chi avrà il coraggio di negare la contiguità? Il rapporto tra Ds e coop è consustanziale. Lo è sempre stato e continua a esserlo».
Giovanardi sta girando l'Emilia per parlare di questi temi. Quindici giorni fa a Modena, ieri a Reggio Emilia, patria di Romano Prodi e di Ivano Sacchetti, braccio destro di Giovanni Consorte nell'Unipol. La tavola rotonda s'intitola Affare e malaffare nelle regioni rosse. L’Udc non attacca la cooperazione in sé: è una realtà economicamente importante di cui fanno parte anche le coop «bianche». L'indice è invece puntato contro «la lobby di potere radicata e ramificata dentro la politica». Ds, coop ed enti locali giocano di sponda: uno dà gli ordini, il braccio economico esegue, le istituzioni spalleggiano. La politica permea l'amministrazione e l'attività economica: «Dagli uffici pubblici “amici” filtrano informazioni alle coop - accusa l'Udc - e questo indotto convoglia il consenso verso il partito. E capita che a governare la Quercia, la pubblica amministrazione e le coop siano le stesse persone».
Ecco che Giuliano Poletti, presidente nazionale della Legacoop, è stato consigliere provinciale e assessore Pci; Pierluigi Stefanini, erede di Consorte al timone dell’Unipol, ha guidato la federazione Ds di Bologna; Giampiero Calzolari, presidente della Legacoop felsinea, è stato sindaco Ds a Monzuno; Egidio Checcoli, presidente della Legacoop Emilia Romagna, fu sindaco di Argenta (Ferrara). A Reggio Emilia, hanno spiegato ieri il consigliere provinciale Tarcisio Zobbi e il consigliere comunale Mario Poli, succede che Oddo Torelli si sia occupato di lavori pubblici prima come assessore all'Urbanistica e adesso come presidente di una potente coop edilizia, la Orion (che tra l’altro ha costruito l’Oval e la pista di bob per le Olimpiadi invernali di Torino e lavora alla terza corsia del raccordo anulare romano). E Antonella Spaggiari, dipendente Legacoop, sindaco Ds del capoluogo per 13 anni, adesso è presidente della Fondazione bancaria Manodori nata dalla Cassa di risparmio di Reggio e azionista di Capitalia.
Giganti produttivi e ora anche finanziari. «Lo scopo mutualistico è ben presente nella gran parte delle 75mila coop italiane - dice Ciccanti - e non possiamo tollerare che queste siano umiliate e mortificate dalle coop aderenti alla Lega che hanno deformato la finalità sociale. È quanto accaduto con l'Unipol». La chiave per capire l'operazione Bnl, ha spiegato il senatore Udc, sta nel vantaggio fiscale concesso ai soci che prestano soldi alle coop: questo denaro viene remunerato con interessi che nessuna banca è in grado di offrire (attorno al 2 per cento netto) sui quali il socio paga un'imposta del 12,5 per cento anziché del 27 che grava sui depositi bancari.
«Il monte di questi prestiti sociali è oggi pari a 13 miliardi di euro, una cifra stratosferica, 12 dei quali (riguardanti soprattutto cooperative di consumo) sono utilizzati per operazioni finanziarie tipiche di banche, che non c’entrano nulla con gli scopi sociali delle coop e sfuggono ai controlli della Banca d’Italia e della Consob.
Così - ha specificato Ciccanti - è nata la provvista per la scalata di Unipol a Bnl. Un vantaggio fiscale concesso dalla legge per agevolare l'aggregazione di interessi economici deboli nei confronti dei grandi operatori del mercato, viene sfruttato per perseguire scopi estranei alla mutualità. 
Compreso l'arricchimento personale».

[FONTE]

Agosto = tempo libero e quindi molti nuovi post!

L'argomento di questi post agostani è sempre quello della Memoria sullo spreco e sperpero del denaro pubblico da parte dei nostri politicanti senza limiti o vergogna alcuna.
Il primo post di questa serie riguarda l'ineffabile bolognese FINI, già camerata ed ora compagno.

Adesso Fini salva la Fondazione di Montecitorio Soldi a Bertinotti per avere un futuro garantito
Il presidente ha "salvato" l'istituto che garantisce un ufficio agli ex che non vengono rieletti in futuro. Lo stop alla proposta di Laboccetta ci è costato 15 milioni di euro, ma 446 deputati hanno votato per continuare con gli sprechi
Corre molta differenza tra uno slogan e un'azione concreta. E così, nella stagione in cui tutti o quasi i politici si sintonizzano su parole d'ordine assolutamente obbligate alla luce del momento economico che stiamo vivendo - «tagliare le spese non necessarie», «ridurre i costi della politica», «favorire la trasparenza del trattamento economico riservato agli eletti» - nella prassi dei voti parlamentari le cose vanno in maniera differente.
L'ultimo caso di resistenza delle Camere alla messa in pratica dei buoni propositi si è verificato ieri nel corso della discussione sul bilancio interno di Montecitorio. Un appuntamento parlamentare di quelli che rivestono un inevitabile significato simbolico e diventano cartina di tornasole della reale volontà dei rappresentanti del popolo di imboccare la via dell'austerità. Alla prova dei fatti i deputati sono incappati in almeno un paio di bucce di banana. La prima scivolata è avvenuta sul voto con il quale è stato bocciato il tentativo di Amedeo Laboccetta di imporre la chiusura della Fondazione Camera dei Deputati. Il combattivo parlamentare napoletano ce l'ha messa tutta. Ha sollecitato più volte un intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e dell'ufficio di presidenza. Alla fine, a forza di insistere, è riuscito a portare in Aula la richiesta di abolizione di quello che, a suo dire, può essere considerato a tutti gli effetti «un ente inutile». Risultato: proposta respinta con 446 voti contrari, 57 favorevoli e 30 astenuti.
Alla fine il commento di Laboccetta è segnato dall'amarezza e dalla delusione. «Con questo voto Fini ha salvato la poltrona del compagno Fausto Bertinotti di presidente della Fondazione Camera dei Deputati. La Camera poteva impegnare subito l'ufficio di presidenza di Montecitorio per fare in modo che si sciogliesse la Fondazione, voluta dal presidente Casini nel 2002, ente sostanzialmente inutile e costoso che ha già gravato sui nostri bilanci per circa 15 milioni di euro, buono solo per far rimanere nel giro gli ex presidenti della Camera non rieletti deputati». Il deputato del Pdl, comunque, non si dà per vinto. «Nel voto 86 parlamentari hanno votato in difformità rispetto alle indicazioni dei loro gruppi. Fini dovrà tenerne conto. Lo scioglimento della Fondazione è solo rinviato. Questo spreco di denaro pubblico non può continuare visto che le iniziative di promozione e immagine della Fondazione potrebbero essere tranquillamente svolte direttamente dalla Camera stessa. Peraltro non mi risulta che il Senato abbia costituito una Fondazione con compiti simili e questo ne comprova l'inutilità».
La sortita di Laboccetta non è, però, l'unica ad essere rispedita al mittente. Nelle stesse ore la parlamentare radicale Rita Bernardini, da sempre in prima linea nel fare le pulci a spese e comportamenti dei rappresentanti delle istituzioni, tenta di sottoporre all'aula un ordine del giorno con il quale chiede la pubblicazione sul sito della Camera - senza preventiva liberatoria da parte dei parlamentari - di tutte le informazioni riguardanti l'anagrafe patrimoniale e le spese elettorali sostenute dai deputati. Fini, però, dichiara inammissibile la richiesta e chiude la questione sul nascere.
Finora, alla faccia della trasparenza in politica, solo 107 deputati (tra cui i ministri Brunetta e Frattini) su 630 hanno concesso il via libera alla pubblicazione online della propria dichiarazione dei redditi. Il documento è altrimenti consultabile un solo giorno all’anno. «È dal 2008 che come Radicali ci stiamo battendo per la trasparenza» spiega Bernardini. «Pubblicando online i dati patrimoniali dei parlamentari sarebbe possibile farsi un'idea dell'operato di chi ci governa in maniera trasparente e responsabilizzare le loro scelte. Tuttavia, appellandosi alla privacy, deputati e senatori si sono potuti rifiutare di rendere pubblici questi dati. Ma noi non ci fermiamo di certo. È stata ad esempio respinta la nostra richiesta di dare pubblicità alla dichiarazione dei contributi versati ai partiti. Ebbene ci penseremo noi a farlo e metteremo online tutti i contributi ai partiti dal 2003 ad oggi».  

di Fabrizio De Feo [FONTE] 

venerdì 12 agosto 2011

Gigino 'a manetta, adesso sindaco dei napoletani s'arrotola nella monnezza!

Il sindaco di Napoli, Giovanni Lettieri, ha mantenuto l'impegno preso in campagna elettorale: pronta la delibera per il conferimento all'estero dei rifiuti. Scusate, c'è un errore.
Rewind. Il sindaco di Napoli non è Giovanni Lettieri, ma Luigi De Magistris, che lo ha sconfitto al ballottaggio. E che diceva, più o meno, questo sulla proposta dell’avversario: «Si tratta del solito meccanismo arraffa-soldi legato alla cricca della munnezza, sprechi sistemici che spazzeremo via come il vento». Infatti, appena conquistata la poltrona De Magistris ha messo in cantiere esattamente la stessa idea lanciata dal suo ex competitor del Pdl. «La differenza tra me e Lettieri è che lui alla fine del ciclo prevede il termovalorizzatore che invece io non farà mai», ha detto di recente a chi gli faceva notare il piccolo plagio in salsa napoletana. Ma il personaggio è così, nessuna sorpresa: ha pontificato contro le immunità parlamentari (altrui) considerandole scudi abusivi contro l'invadenza giudiziaria, salvo poi avvalersene un paio di volte quando toccava a lui. Il prof. Sartori lo chiamava «rovesciofrittatismo».

È di ieri la notizia che la giunta ha approvato lo schema di delibera che consentirà il trasporto della spazzatura all'estero, precisamente in un paese del Nord Europa. Olanda in primis. «La priorità di consentire la liberazione di Napoli dalla piaga dei rifiuti», si legge in una nota, «ci ha spinto a continuare l’attività dell'amministrazione anche in pieno agosto, tenendo presente i tempi stretti del progetto perché, come abbiamo annunciato e secondo gli impegni pubblicamente presi, già a settembre dovrà partire la prima nave di rifiuti verso il Nord Europa». Da notare la sottolineatura della «attività anche in pieno agosto»: sta cascando il modello occidentale, Napoli casca più degli altri perché c’ha pure la spazzatura in seno, non si capisce perché la “rivoluzione” dovrebbe fermarsi. Ma veniamo alla delibera.

Nel testo si parla della costituzione di un nuovo consorzio pubblico tra l'Asìa e la Sapna, società pubbliche rispettivamente di Comune e Provincia, per la gestione del ciclo dei rifiuti. Insomma, è il patto dei “Giggini”, tra «’a manetta» (De Magistris) e «’a purpetta» (Cesaro). Inutile dire che si abbonda di precisazioni, secondo cui il neonato consorzio esterno «sarà a costo zero e non potrà comportare aumento di spesa». Questo in linea di principio, dal momento che «tale consorzio potrà stipulare convenzioni e contratti per conto delle società consorziate, con imprese ed enti anche in ambito transfrontaliero, e compiere tutti gli atti giuridici (ivi comprese operazioni finanziarie e commerciali) finalizzati alla realizzazione dello scopo comune». Ma, come sempre, il diavolo si annida nei dettagli. «L’Asìa Napoli spa ha sottoscritto due intese preliminari, da trasformare in contratti: la prima con la società che svolge anche per diverse importanti municipalità olandesi il servizio di smaltimento dei rifiuti, per fronteggiare l'attuale fase di emergenza per una quantità massima di rifiuti di 48mila tonnellate a partire dal prossimo mese di settembre e fino al mese di marzo 2012; la seconda con il consorzio costituito dalle società pubbliche di diverse città olandesi per una quantità di rifiuti pari a 200mila tonnellate e per una durata di 24 mesi». Ventiquattro mesi? Ma la percentuale di raccolta differenziata non doveva arrivare al 70% entro fine anno (per la verità era settembre 2011, poi, si sa, una proroga non si nega a nessuno)? Se 200mila tonnellate sono previste in viaggio per due anni, cos'è che sarà trasportato se la promessa sulla differenziata sarà mantenuta? C'è una sola risposta: non potrà essere mantenuta. A Napoli, e non solo, lo sanno tutti, ma tutti fingono di crederci per non far infuriare il sindaco rivoluzionario che «in 5 giorni libererò Napoli e la provincia».
Un po’ come con l'altra grande promessa: «Rottura totale con il bassolinismo». Davvero? Per ora i due, Bassolino e De Magistris, sono separati solo dal mare e dal nome del paese straniero. Nel senso che, il primo i rifiuti li portava in Germania e con la ferrovia. Il secondo lo farà via mare. Anche se pure questo non è del tutto vero. In delibera, infatti, c’è scritto che il trasporto avverrà «prevalentemente per via marittima». Appunto, prevalentemente.

di Peppe Rinaldi [Fonte]