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venerdì 9 settembre 2011

Conto alla rovescia per il governo Berlusconi?

Primo segnale: 
La Repubblica avverte il presidente del Consiglio, con un editoriale non firmato, che il suo tempo è scaduto e che deve sloggiare subito dopo aver fatto approvare la manovra. 
Passano due giorni e lo stesso quotidiano intervista il senatore Beppe Pisanu che conferma: Berlusconi deve essere così responsabile da capire che è ora di andarsene, per il bene del Paese, che sarà grato. 
Ancora ventiquattro ore e ecco che su Avvenire il vice presidente della Camera e insigne intellettuale dell’Udc Rocco Buttiglione lo dice chiaro e tondo: caro Berlusconi, ti sta per arrivare fra capo e collo un’altra terrificante mazzata giudiziaria e dunque ti supplichiamo di togliere le tende e andartene, anche, dice Buttiglione, avrai un salvacondotto che ti metterà al riparo da tutti i processi penali presenti e futuri, come fu fatto per l’ex presidente americano Richard Nixon il quale ottenne dal suo successore Gerald Ford un salvacondotto giudiziario in cambio delle dimissioni dopo lo scandalo del Watergate.

Dunque, esistono una serie di indizi che autorizzano a chiedersi se si tratta di parole in libertà, o se esiste un piano, una “road map” della fine del governo Berlusconi. I messaggi, specialmente quello di Rocco Buttiglione, sono tutt’altro che cifrati. Che cosa c’è di vero e di verosimile?

Alcuni elementi sono sotto gli occhi di tutti: si parla di una nuova raffica di intercettazioni nel caso di Tarantini, pronte nelle borse dei pubblici ministeri in viaggio per Palazzo Chigi dove interrogheranno il presidente del Consiglio come parte lesa. I boatos insistono sul valore dirompente sia di alcune telefonate che sulla richiesta di nuovi arresti da parte della procura di Napoli.

Intanto il Consiglio dei ministri approvava le ultime norme: abolizione delle provincie e obbligo di pareggio di bilancio. Trichet approvava e confermava di avere insistito lui stesso attraverso Draghi (nemico giurato di Tremonti) per queste ultime decisioni. Allo stesso tempo Trichet rendeva noto che la crescita europea nel suo complesso ha le ali imbottite di piombo: l’anatra oltre ad essere zoppa non vola. Queste franche dichiarazioni avevano l’immediato effetto di frenare la ripresa delle borse che hanno così perso l’erezione al quattro per cento e si sono afflosciate come amanti delusi.

L’andamento dei mercati però, prima su per cause americane e poi giù per contraccolpi europei, dimostrerebbe che il fattore “B” come Berlusconi non avrebbe poi una grande relazione né con l’impennata né con il crollo dei mercati i quali fanno come se lui non esistesse. Ma dal punto di vista politico si sostiene il contrario: Berlusconi viene descritto, malgrado l’evidenza dei fatti, parte del problema e non della soluzione, proprio allo scopo di consentirgli anche una via d’uscita.

Il partito che si sta muovendo per il governo d’emergenza è lo stesso di cui facevo parte anch’io quando votai la sfiducia al governo il 14 dicembre scorso, cioè quando mi resi conto, numeri alla mano, che non soltanto non esisteva una maggioranza alternativa al governo Berlusconi dal punto di vista aritmetico, ma che non ne esisteva alcuna dal punto di vista politico: non una maggioranza con un significato politico, non un leader, non una line economica definita. Quel progetto nacque morto e unque fu cassato. Io personalmente decisi di sostenere il governo eletto per scongiurare le elezioni anticipate, come fecero molti parlamentari. Ora la domanda da porsi in queste ore è: ci sono novità? E’ cambiato qualcosa? Il presidente della Repubblica ha preso nuove decisioni? Il Presidente guida o non guida questa ipotesi di cambio di governo? Ma, più che altro, è vero che Berlusconi è intenzionato a farsi da parte come del resto alcuni sfoghi nelle intercettazioni confermerebbero?

Non sappiamo rispondere con prove certe ma notiamo una circostanza ovvia, che proprio per essere ovvia rischia di passare inosservata: un eventuale futuro governo tecnico, o d’emergenza, o comunque lo si voglia chiamare, non può passare senza i voti di o parte della maggioranza di centro-destra. Occorre cioè che in un modo o nell’altro, magari felpato e non dichiarato, Berlusconi stesso sia protagonista dell’operazione che lo estrarrebbe dai cunicoli della miniera crollata concedendogli una via d’uscita salva e sicura, e la accompagni. Il tono dell’intervista di Buttiglione, come quello dell’intervista di Pisanu, sembra alludere proprio a una situazione ormai matura in questo senso: caro Silvio, non ti vogliamo morto né sofferente, e noi siamo disposti a concedere una soluzione politica per rendere inefficace l’attacco delle Procure: salvacondotto in cambio del famoso passo indietro.

Dunque, l’operazione di cui hanno parlato prima Pisanu e poi Buttiglione, sembrerebbe arrivata allo stadio finale. Intanto, fatto curioso, il governo sta uscendo bene con l’ultima versione della manovra che ha ricevuto il viatico delle supreme autorità internazionali. Ma politicamente il governo è fragilissimo.

Resta da chiedersi che cosa farebbe, se mai si farà, un nuovo governo. Le voci che ho raccolto dicono che prenderebbe nuovi e impopolari provvedimenti economici, concedendo però ossigeno alla legislatura con una tela di Penelope: una nuova legge elettorale che abroghi l’odiato “porcellum”, ora minacciato da un possibile referendum che se vincesse ci riporterebbero al “Mattarellum”, per tre quarti maggioritario e per un quarto proporzionale. Ma l’obiettivo della strategia sarebbe quello di dar fiato ai partiti facendo uscire di scena Berlusconi, a patto che lui stesso conceda il consenso tacito all’intera operazione. 
Il che, francamente, non ci sembra affatto scontato, conoscendo l’uomo.



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giovedì 1 settembre 2011

Ecco il documento che accusa Penati


Due milioni di euro travestiti da caparra”

Pubblichiamo una delle prove più importanti contro il dirigente del Pd. 
Secondo la Procura di Monza, la nota autografa del manager Bruno Binasco dimostra una compravendita immobiliare fittizia per occultare una tangente sull'affare Milano Serravalle. Intanto si allunga la lista degli indagati. Tra loro l'ex parlamentare Pci Marco Bertoli.



Una finta compravendita immobiliare tra Bruno Binasco, manager del gruppo Gavio, e Piero Di Caterina, imprenditore sestese legato a Filippo Penati, poi diventato uno dei grandi accusatori del dirigente del Pd indagato dalla Procura di Monza per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Ilfattoquotidiano.it pubblica una delle più importanti prove documentali raccolte dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia nell’inchiesta sul “sistema Sesto” e sul presunto giro di tangenti relativo ai principali affari urbanistici dell’ex “Stalingrado d’Italia”.

Si tratta di un compromesso firmato il 14 novembre 2008 per l’acquisto, da parte di Binasco o di “una società da designare”, dell’immobile di viale Italia 466/468 di Sesto San Giovanni, di proprietà di Di Caterina. Il documento fissa una caparra di due milioni di euro in favore del venditore.

L’anomalia, secondo i pm, sta nella postilla scritta a penna dallo stesso Binasco: “La parte promittente acquirente si riserva in qualsiasi momento prima della stipula del contratto definitivo di vendita di rinunciare mediante semplice comunicazione scritta alla parte promittente venditrice all’acquisto del bene con sola rinuncia della caparra confirmatoria versata”.





E’ l’annuncio di quanto poi effettivamente avverrà: Binasco rinuncerà all’acquisto dell’immobile di viale Italia e Di Caterina intascherà due milioni di euro senza alcun sacrificio. Una contratto simulato, scrivono i magistrati nell’appello al Tribunale del riesame di Milano per chiedere l’arresto di Penati e del suo braccio destro Giordano Vimercati, negato dal gip di Monza il 10 agosto scorso. “Una simulazione che ovviamente serviva a creare una copertura a un’operazione di restituzione di fondi che rispondeva ad altre finalità”.

In base alle dichiarazioni di Di Caterina, concludono Mapelli e Macchia, “l’unica alternativa razionale e coerente per spiegare il pagamento di Binasco a Di Caterina nell’interesse di Penati e Vimercati è che la somma sia parte della tangente a loro destinata per l’acquisto da parte da parte della Provincia di Milano del 15 per cento delle azioni della Milano Serravalle (società del gruppo Gavio, ndr) avvenuto in data 29 luglio 2005”.

Filippo Penati si è dichiarato estraneo a ogni accusa in una lunga lettera pubblicata sul proprio sito internet, e naturalmente la ricostruzione dell’accusa sulla genesi di questa compravendita dovrà passare il vaglio dei giudici. Proprio sul filone Milano-Serravalle si stanno concentrando le indagini della Procura di Monza, che ha disposto nuovi accertamenti per verificare la congruità del prezzo pagato dalla Provincia di Milano sotto la guida di Penati. Un esborso di 238 milioni di euro per l’ente pubblico, che pagò 8,973 euro l’una le azioni che a Marcellino Gavio erano costate appena 18 mesi prima 2,9 euro.

Intanto emergono nuovi nomi dalla richiesta di proroga indagini inoltrata dalla Procura al giudice per le indagini preliminari. Il direttore generale del Comune di Sesto San Giovanni Marco Bertoli, già parlamentare del Pci negli anni Settanta, è accusato di finanziamento illecito dei partiti, in merito a presunti contributi in nero sborsati da un imprenditore della sanità. L’unico a essere citato negli atti, per quanto si sa finora, è Daniele Schwarz, patron di Multimedica e protagonista di altre disavventure giudiziarie, ma non ci sono conferme che il riferimento sia a lui. Sotto inchiesta è finito anche Michele Molina, imprenditore immobiliare del varesotto attivo nello sviluppo di centri commerciali.

Dalla richiesta di proroga arriva la conferma che tra gli indagati figura anche il sindaco di Sesto succeduto a Penati nel 2002, Giorgio Oldirini, pure lui del Pd. Secondo indiscrezioni, l’accusa riguarderebbe la ristrutturazione del Palazzetto dello sport, a cui lavorò gratuitamente l’immobiliarista Giuseppe Pasini, proprietario dell’area ex industriale Falck dal 2000 al 2005. Secondo il racconto di quest’ultimo, la richiesta di occuparsene avrebbe fatto parte del pacchetto di soldi e favori chiesti da Penati in cambio dell’approvazione del progetto urbanistico di Pasini sull’area Falck, il più importante affare immobiliare sestese del decennio, ora al centro dell’inchiesta di Monza.

Proprio oggi, Oldrini ha annunciato che se l’inchiesta di Monza sfocerà in un processo, il Comune di Sesto si costituirà parte civile a tutela “della onorabilità della città”.




mercoledì 31 agosto 2011

Iniziano ad aprire gli occhi!




Anche Giorgio Bocca spara a zero sul Pd:
"Rubano tutti". 
Bersani? "Si tuffi in mare". 


Il giornalista commenta il caso Penati: 
"Assoluta identità con il Psi e tangentopoli. Vogliono solo potere e soldi"
Giorgio Bocca

"Non c'è nulla di nuovo rispetto a Craxi". 
E' rievocando gli anni Ottanta, il Psi e Tangetopoli che Giorgio Bocca commenta l'affaire Filippo Penati che sta travolgendo il Partito democratico. E non non si tratta di lontane somiglianze, ma di "un'assoluta identità". Intervistato da Il Fatto Quotidiano, il giornalista quasi 91enne, sulla cosiddetta questione morale della sinistra taglia corto: 
"Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole". E allora cosa dovrebbe fare il segretario Bersani: un passo indietro? "Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare".

"I politici rubano tutti" - D'altronde, spiega, lo diceva lo stesso Craxi: "I mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. 
L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà". 
"Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi". 
La differenza, rispetto al passato, è che "non c'è nessun disegno politico, questa è la cosa grave".

 [Fonte]

domenica 31 luglio 2011

La barzelletta del secolo dell'ex comunista baffino di ferro!!!

D'ALEMA: "BERLUSCONI È
UN PERICOLO PER L'ITALIA"

Domenica 31 Luglio 2011

ROMA - «Tutti dovrebbero capire che Berlusconi porta alla rovina, non soltanto l'economia italiana, ma anche il sistema democratico. Zapatero mostra senso di responsabilità di fronte al destino del suo Paese, capendo che un governo senza consenso non può affrontare la crisi. Berlusconi, invece, non ha il minimo senso dello stato e si occupa solo degli interessi suoi». Per il deputato del Pd Massimo D'Alema, intervistato dall'Unità, il problema del paese non è la casta ma il premier, che per nascondere le sue responsabilità nella crisi «aizza campagne contro la politica in generale e contro di noi in particolare».
Il presidente della fondazione Italianieuropei denuncia «la filosofia illustrata da Giulio Tremonti: non rubo perché non ne ho bisogno. Dunque per combattere la casta e avere una politica pulita dovremmo affidarci ai ricchi». Il punto, spiega, è che «il centrodestra prima boccia in Parlamento le nostre proposte per tagliare costi e privilegi, come il vitalizio. E poi, sui suoi giornali, guida le campagne contro la casta e contro il Pd».
Sul caso Penati, «si tratta di vicende che se venissero confermate anche solo in parte sarebbero molto gravi», ammette D'Alema, che tuttavia evidenzia gli «aspetti poco chiari». «La prima domanda è perché mai, trattandosi di vicende risalenti a molti anni fa, il principale accusatore di Penati non abbia usato quelle informazioni in campagna elettorale, quando si candidò con il centrodestra. La seconda è dove sia finito questo fiume di denaro. Ricordo bene quali fossero le difficoltà economiche del partito milanese all'epoca. Tanto che si dovette vendere la sede di via Volturno».
* 
L'esponente del Pd definisce «ridicola» l'idea del «complotto dalemiano su Tedesco». «Il problema nasce dall'estrema scorrettezza del Pdl, che ha rifiutato di concedere autorizzazione all'arresto e voto palese in aula perché pensava così di crearci un problema. Purtroppo, aveva ragione». Su Vincenzo Morichini, «il mio errore riguarda il fatto di aver lasciato che per un anno raccogliesse fondi per la fondazione Italianieuropei. La sovrapposizione con le attività private di Morichini ha creato un conflitto di interessi che avremmo dovuto evitare, afferma D'Alema. »Questo però non giustifica la campagna inaccettabile scatenata contro di noi in particolare dai giornali che sono direttamente o indirettamente riconducibili al presidente del Consiglio«.
[Fonte] 
* Su quest'affermazione dell'imprenditore vinaio D'Alema, per la solita questione di ITALIOTA SMEMORATEZZA,  ne scriverò al ritorno dalle ferie.
L'argomento sarà: i debiti ultramiliardari dell'ex PCI sanati "miracolosamente" con l'arrivo in politica del Cavaliere d'Arcore che, come ha dimostrato urbi et orbi per un   ventennio, di politica capisce molto poco per non dire nulla. 

Con questo post chiudo il blog per "ferie estive".
Auguri di buone vacanze anche a voi. 
Vi aspetto a settembre. 

mercoledì 15 giugno 2011

Dopo Fini servivano le urne

Questi due articoli dovrebbe leggerli il Cav. Berlusconi. E comportarsi di conseguenza. [NdB]




Con il tradimento del cofondatore bisognava rimettersi in gioco. Ora si rischia un’implosione. Va recuperato lo spirito del ’94.

È inutile fare finta di nulla. L’esito dei quattro quesiti referendari ha un significato politico sul quale è necessario riflettere. Che gli italiani - dopo anni e anni di totale disinteresse per le consultazioni referendarie - abbiano deciso di recarsi in massa alle urne per esprimersi su un referendum caricato di valenza politica e presentato al corpo elettorale come una occasione per colpire il governo e la leadership berlusconiana è un fatto che dimostra come il presidente del Consiglio non abbia più quegli elevati livelli di consenso dei quali era giustamente orgoglioso. E che tale analisi sia esatta lo conferma il fatto stesso che i risultati del quesito relativo al cosiddetto «legittimo impedimento», quello cioè di più diretto interesse per il premier, non siano stati molto diversi da quelli degli altri quesiti. Si potrà ben osservare come una quota parte di coloro che si sono recati al voto fossero realmente interessati al merito dei singoli quesiti e non già alle implicazioni politiche del referendum, ma non si può negare che si tratti di una minoranza e che il significato complessivo del voto sia quello di una esplicita presa di distanza dalla coalizione di centro-destra e da un premier la cui immagine pubblica appare fortemente appannata. La verità è questa. E bisogna prenderne atto. Il risultato della consultazione referendaria è netto. E si muove nella direzione già segnata dalle ultime elezioni amministrative. Denuncia l'insoddisfazione del Paese per la mancata attuazione di una politica autenticamente liberale sulle quale si erano concentrate tante attese e tante speranze. E della quale Silvio Berlusconi era in qualche misura percepito, a torto o a ragione, come l'ispiratore. Che il fallimento, se così vogliamo chiamarlo, sia pure parziale, della «rivoluzione liberale» - usiamo pure questa brutta e contraddittoria espressione - non sia imputabile, tutto e solo, a Berlusconi è un dato di fatto che le persone oneste debbono riconoscere. Tanto più che, nella bilancia dell'attivo e del passivo, sono ben presenti e pesano i sintomi di rinnovamento del sistema politico nel suo complesso e i tentativi di ammodernamento e semplificazione della macchina burocratica. E basterebbe, in proposito, richiamare l'attenzione sull'alternanza politica, divenuta ormai una prassi, e sulla proposizione al corpo elettorale, in sede di campagna elettorale, di programmi di coalizione e di governo alternativi. Si tratta, rispetto alla deriva oligopolistica della prima repubblica, di vere e proprie conquiste, certamente in linea con i principi di una democrazia autenticamente concorrenziale e liberale.

La crisi di credibilità del centrodestra è, con ogni probabilità, iniziata quando, dopo il tradimento di Fini e del Fli e dopo l'inverecondo assalto giudiziario e mediatico cui è stato sottoposto, Berlusconi non ha avuto la lucidità necessaria per imporre, con un colpo d'ala, il ricorso anticipato alle urne e si è imbarcato in una campagna tesa ad acquistare consensi parlamentari e si è visto costretto a creare posti di sottogoverno per contentare gli appetiti dei sostenitori dell'ultima ora. È stata una strategia devastante che lo ha costretto a scendere a compromessi e a cedere a ricatti, più o meno manifesti. È stata una strategia che ha fornito l'impressione di un ritorno al passato, alle pratiche più nefaste della partitocrazia e della correntocrazia dei tempi che furono. Gli elettori del Popolo della libertà - coloro che avevano visto scendere in politica nel 1994 come l'incarnazione della volontà di rinnovamento e come il cavaliere dell'antipolitica trasformata in politica - non potevano che chiedersi dove fosse finito Berlusconi, il Berlusconi che conoscevano, che ammiravano, che erano disposti a seguire. Ora, davanti a loro, c'era un nuovo Berlusconi incapace di reagire di fronte alle pressioni di un Quirinale, sempre più esondante dalle sue prerogative istituzionali, e di fronte alle richieste, sempre più imperative e demagogiche di una Lega divenuta, pur essa, prigioniera dei vizi della vecchia politica a cominciare dal nepotismo. E questo nuovo Berlusconi non era più percepito come l'uomo capace di interpretare il sentire comune della popolazione e di esprimere, anche con toni provocatori ma sempre con franchezza, ciò che il cittadino qualunque pensava e, magari, non aveva il coraggio di dire apertamente. Il nuovo Berlusconi era diventato, insomma, un vecchio politico, prigioniero, forse suo malgrado, dei riti del passato e dell'oligarchia venutasi a consolidare attorno a lui. E la gestione, tutta sbagliata, della campagna elettorale per le amministrative non ha fatto che confermare questa impressione. Non credo che le vicende private di Berlusconi - così come sono state enfatizzate da una campagna mediatica e da una offensiva giudiziaria volte a screditarne, con criminale incoscienza, l'immagine pubblica soprattutto all'estero e a suggerire l'idea che l'Italia vivesse ormai una situazione da basso impero - abbiano avuto un peso determinante nell'offuscamento della sua immagine. Hanno contribuito, certo, a indebolirla, in particolare presso l'universo femminile, ma non in maniera decisiva. Credo, piuttosto, che le cause profonde del declino di Berlusconi siano, soprattutto, di natura politica: la incapacità di rendersi conto che settori del suo «popolo» - segnatamente i ceti medi tartassati - lo stavano abbandonando o stavano, quanto meno, scegliendo l'Aventino mentre le nuove leve di giovani sempre più prestavano orecchio alle sirene della sinistra radicale e antipolitica. Ma anche, diciamolo pure, la sua sordità a intervenire in maniera incisiva con un programma di ridefinizione, organizzazione, rilancio del Pdl e di tutto il centrodestra. Mi viene in mente quanto, nel febbraio del 1941, Galeazzo Ciano confidò al suo amico Giovanni Ansaldo a proposito di Mussolini: «L'uomo ha delle facoltà di autoillusione enormi. Non si rende affatto conto dello stato d'animo del popolo e dell'esercito; se questo stato gli è testimoniato da qualcuno, non vi crede». Sono parole di settanta anni fa che sembrano pronunciate oggi per Berlusconi. I risultati della consultazione referendaria - se questa analisi è esatta - segnano davvero la fine di un ciclo. Anche se, come sembra, sembrerebbe prevalere, in molti settori dell'area di centrodestra, la tentazione di sottovalutare le conseguenze politiche del voto e continuare a vivacchiare alla giornata. Sarebbe necessario un colpo di timone capace di recuperare davvero lo «spirito del '94» e far tornare a soffiare il vento della «rivoluzione liberale». Realisticamente, però, l'impresa è difficile, disperata anzi, per mancanza di idee, volontà, uomini. L'ipotesi più probabile, in mancanza di ciò, è una implosione del centrodestra. E con essa la fine di un sogno. Con lo spettro, sullo sfondo, di una crisi istituzionale perché il centrosinistra, quand'anche riuscisse vincitore in una prossima consultazione elettorale, non sarebbe capace di governare, diviso com'è su tutto tranne che sull'odio nei confronti di Berlusconi. Povera Italia.

di Francesco Perfetti  [Fonte] 



La diabolica analogia con Craxi

Dalle elezioni anticipate snobbate alle consultazioni sottovalutate. Silvio ripete gli errori commessi da Bettino nella sconfitta del ’91.

Il leader del Psi Bettino Craxi Per quanto sgradevoli possano comprensibilmente apparire a Silvio Berlusconi, le analogie fra i referendum appena celebrati e quello del 1991 sulla preferenza unica, nel quale inciampò Bettino Craxi, sono diventate troppe e troppo evidenti per essere negate. Peraltro, esse non si limitano ai referendum in sé, ma riguardano anche, o ancora di più, il contesto politico e i possibili effetti. Cominciamo proprio dal contesto. Vent'anni fa Craxi si lasciò scappare l'occasione delle elezioni anticipate, che gli avrebbero permesso di dare forse il colpo di grazia politico al Pci, reduce da un sofferto e imbarazzante cambio di nome e di simbolo impostogli dal crollo del comunismo. Fu un errore, com'è stato probabilmente quello commesso da Berlusconi nei mesi scorsi, quando avrebbe fatto forse meglio ad investire appunto nelle elezioni anticipate la debacle del suo ormai ex alleato Gianfranco Fini. Che si era unito ai vari Bersani, Di Pietro e Casini nel tentativo di rovesciarlo in Parlamento. Le elezioni anticipate avrebbero permesso a Craxi anche di disinnescare con un rinvio la trappola del referendum contro le preferenze plurime, così come a Berlusconi la trappola dei tre referendum di questa tarda primavera. Le stesse elezioni amministrative di maggio si sarebbero svolte in un quadro assai diverso. Eppure il carattere politicamente e mediaticamente pericoloso di questi referendum, sui quali Antonio Di Pietro non a caso aveva messo il cappello, era stato ben avvertito dal presidente del Consiglio. Che ne aveva fissata la data il più lontano possibile, nell'ultima domenica utile della finestra referendaria fissata dalla legge, per scoraggiare l'affluenza alle urne sulla soglia dell'estate. Anche nel 1991 si votò verso metà giugno: il 9 e 10. La trappola nel caso di Berlusconi era diventata ancora più grossa ed evidente dopo l'incidente di Fukushima, che aveva caricato di ulteriore paura la prova referendaria contro il nucleare interessando ancora di più gli elettori e spingendoli ai seggi. Dove avrebbero trovato anche le schede dei due referendum sull'acqua e di quello sul legittimo e temporaneo impedimento processuale del presidente del Consiglio e dei ministri. Pur consapevole di tutto questo, il Cavaliere ha imprudentemente pensato di saltare l'ostacolo con un atteggiamento di contraddittoria e discontinua indifferenza. Che fu adottato vent'anni fa anche da Craxi. Il quale non si rese conto che il referendum contro le preferenze plurime, e a favore della preferenza unica, era un treno su cui era stata caricata tant'altra merce ad altissimo rischio, come l'insofferenza per una classe politica considerata inamovibile e per un sistema immobile, con la conseguente volontà di cambiare cose e uomini. Come Craxi nel 1991, così Berlusconi vent'anni dopo ha snobbato i referendum definendoli «inutili», ha evitato di difendere le leggi contestate dai referendari, pur avendole fatte approvare lui in Parlamento, diversamente dalle preferenze plurime in vigore sin da quando Craxi portava ancora i calzoni corti, o quasi. E, snobbandoli, il Cavaliere ha anche strizzato l'occhio all'astensionismo, sollecitato da Craxi con l'ormai tristemente famoso ma fuggevole invito ad andare al mare, convinto che sarebbe bastato a far mancare il cosiddetto quorum di partecipazione. Ricordo come fosse ieri lo scontro che dopo quell'invito ebbi con lui, che pure apprezzavo ed avevo convintamente sostenuto dal suo arrivo alla segreteria del Psi, nel 1976. Gli dissi che era un errore non intraprendere e chiedere agli alleati una grande e aperta campagna, non tra una battuta e l'altra con i giornalisti, per difendere, magari anche con l'assenteismo, i diritti degli elettori insultati dai referendari con la storia del commercio dei voti di preferenza. Io i miei non li avevo mai venduti. E chi lo avesse fatto, avrebbe continuato a vendersi anche l'unica preferenza lasciatagli dal referendum, o il semplice voto di lista. Lui mi rispose che, troppo preso dall'impegno della direzione de Il Giorno, non mi rendevo conto che di quel problema importava poco al pubblico. Rimasi allibito ancora di più la sera del 10 giugno, quando la vittoria dei referendari risultò travolgente e lui mi telefonò non per ravvedersi, ma per escludere che la situazione politica potesse ulteriormente complicarsi: un po' come stanno facendo adesso dalle parti del Cavaliere. Rispetto alla vicenda referendaria del 1991, quella appena conclusasi in questa declinante primavera ha purtroppo un segno ancora più negativo. Craxi era allora solo il segretario di un partito pur determinante di una coalizione di governo guidata da Giulio Andreotti. Invece Berlusconi è il presidente del Consiglio. Al quale francamente pochi hanno dato una mano, nel suo stesso partito, per ridurre gli errori o coprire le falle. Per quanto incerta e scarsamente motivata, la scelta del Cavaliere di disertare le urne referendarie è stata incredibilmente e gravemente smentita da esponenti anche autorevoli del Pdl, che sono non andati ma corsi alle urne per esibire le loro schede elettorali ai fotografi. Penso, per esempio, al sindaco di Roma Gianni Alemanno e alla «governatrice» della regione Lazio Renata Polverini. O al ministro della Difesa Ignazio La Russa, che ancora l'altra sera giocava con i giornalisti a fare l'incerto. Almeno con Craxi non ricordo francamente socialisti di qualche peso che avessero vent'anni fa aggravato i suoi errori smentendolo con pose ufficiali. Lo scollamento del Pdl è stato pari a quello della Lega, visto, per esempio, che mentre Umberto Bossi ha proclamato il suo rifiuto di votare, come fece ai tempi di Craxi, anche se a subirne i danni allora fu solo il leader socialista, il «governatore» leghista del Veneto Luca Zaia, sino all'anno scorso ministro dell'Agricoltura, ha ostentato i suoi quattro sì per essere in sintonia - ha detto - con la sua «gente». Le armate Brancaleone fanno tutte e sempre guai, di qualsiasi colore siano le loro camicie: rosse, azzurre o verdi.
 
 di Francesco Damato

[Fonte] 

martedì 14 giugno 2011

Qualcuno ricorda quel tempo in cui l'avvocato Pisapia sparava a zero sul giudice Di Pietro?

Oggi costretti a convivere, ma in passato il sindaco di Milano criticava Tonino: "Arresti per le confessioni"

Politica significa scendere a patti col diavolo o addirittura con Di Pietro. Non esiste passato, non esiste memoria: altrimenti mettere insieme tre personaggi come loro - Antonio Di Pietro, Giuliano Pisapia e Bruno Tabacci - risulterebbe impossibile. È vero, alla fine l’Italia dei valori non è entrata nella giunta milanese: ma spunteranno altri incarichi, perché la politica è questo. Resta da chiedersi: ma come fanno? Non si fa politica col risentimento, è vero, ma lo stesso: come fanno?

Cominciamo con Bruno Tabacci, uno che a poco più di trent'anni dirigeva l'ufficio studi del Ministero dell’Industria e in seguito ha diretto la segreteria tecnica del Ministero del Tesoro. Dal 1987 al 1989 è stato presidente della Regione Lombardia e ha affrontato brillantemente l'emergenza dell'alluvione in Valtellina, poi è arrivato Di Pietro e gli ha rovinato la vita. No, non solo con Mani pulite: prima ancora. Nel 1989 Tabacci fu indagato nella cosiddetta inchiesta «Oltrepò Pavese» (che verteva su anomale distrazioni della Protezione Civile a favore di un centinaio di parroci) ma dopo un po’ di frittura fu prosciolto una prima volta. Però aveva già tratto un’impressione precisa: «Di Pietro», disse, «era ansioso di utilizzare le inchieste anche per la pubblicità che gliene derivava sui giornali. Un furbo. Ho scoperto dopo che le mie frequentazioni milanesi erano più prudenti delle sue».

Poi, eletto deputato nell’anno di Mani pulite, la procura di Mantova notificò a Tabacci quattro avvisi di garanzia, e chiese anche l’autorizzazione per arrestarlo: per scongiurare che scattassero le manette dovette intervenire il pidiessino Giovanni Correnti. Ma nel 1996 Tabacci fu prosciolto ancora. Poi, nella primavera 1993, riecco Di Pietro a chiedere l’autorizzazione a procedere sempre contro di lui: ricettazione e finanziamento illecito dei partiti. E Tabacci, nel marzo 1996, fu assolto anche per questi due reati. Morale: per colpa di Di Pietro era stato decapitato come presidente della regione Lombardia, come segretario regionale della Dc e come aspirante ministro: anzi, a margine dell’ultimo proscioglimento, nel 1996, Tabacci dovette avvedersi che ministro, semmai, era divenuto il suo accusatore. Ecco: come fanno? Come fa, lui, a stare dalla stessa parte di uno come Di Pietro? Come è possibile che nel gennaio 2008, a proposito di nuovi partiti, si leggesse addirittura di una fantomatica «cosa bianca» condivisa da Tabacci e Di Pietro?

Poi c'è Giuliano Pisapia, che non era soltanto l'avvocato di Tabacci: era e resta un garantista coi fiocchi, figlio di quel professor Giandomenico Pisapia che era stato relatore del nuovo Codice Penale varato nel 1989. Doveva essere una rivoluzione copernicana, quel Codice: nelle intenzioni si proponeva la terzietà del giudice, la pari dignità giuridica tra accusa e difesa, la custodia cautelare come extrema ratio, la segretezza delle indagini, la pubblicità del processo, soprattutto la prova e il contraddittorio che dovevano formarsi rigorosamente in aula. E chi è stato il prim'attore nello stravolgimento del Nuovo Codice, simbolicamente ma anche praticamente? Lui, quel Di Pietro che Pisapia aveva già conosciuto quando istruiva sconosciutissime indagini sulle messaggerie telefoniche del Videotel: «Di Pietro», ha raccontato Pisapia, «fece scattare un grosso blitz: senza seguire le regole, alcune persone, anziché essere invitate a comparire come previsto dal Nuovo codice, furono prelevate alle 6 di mattina e portate non in Procura ma nella sede della Criminalpol, e interrogate con modalità non conformi al Codice, nella convinzione che questo modo choccante di interrogare favorisse la racconta di dichiarazioni utili». Un'inchiesta finita in nulla.

Poi lo aveva incontrato ancora nell’inchiesta cosiddetta Patenti facili, un'istruttoria estenuante durante la quale Di Pietro chiese assoluzioni e derubricazioni per gli stessi reati che pure gli avevano consentito arresti di massa. Disse Pisapia: «L'ho conosciuto all'interrogatorio di un'anziana titolare di una scuola guida che era stata convocata a piede libero ma con modalità estranee al Codice, e cioè non con un formale invito a comparire in Procura ma con una telefonata e in una caserma della polizia stradale. Pochi giorni dopo ho ritrovato Di Pietro all'interrogatorio di un funzionario della Motorizzazione civile, arrestato. Tutte e due furono prosciolti: la donna già alla fine delle indagini preliminari, l'uomo in appello, dopo aver scontato numerosi mesi tra carcere e arresti domiciliari. Da subito emerse chiaramente la sua concezione dell'arresto o della minaccia all'arresto, troppo spesso finalizzato alla ricerca della prova, della confessione». Ora quell'uomo è suo alleato politico, suo e di Bruno Tabacci. Non esiste passato, non esiste memoria.

di Filippo Facci

Referendum, Bersani esulta ma il Pd ammette: "Se Berlusconi si dimette, noi siamo nei guai"

In realtà dietro la strategia del Partito democratico ("Berlusconi vada al Colle e si dimetta") si nasconde la loro unica vera preoccupazione. Un passo indietro del Cavaliere "spariglierebbe i giochi e metterebbe in grossa difficoltà noi", il Pd pensa a un governo di transizione insieme al Carroccio. Ma Berlusconi assicura: "Nessuna spallata". Però teme uno strappo dal Senatur.

Per paradosso, proprio il tonante ultimatum che il Pd, segretario in testa, dà al governo («Berlusconi vada al Quirinale e si dimetta») nasconde la loro unica preoccupazione, nel giorno del trionfo referendario.

Se davvero il premier, a sorpresa, facesse un passo indietro e aprisse la strada ad un altro governo di centrodestra, magari aperto al sostegno del centro e persino di pezzi di sinistra in nome del bene del paese e della crisi economica «spariglierebbe i giochi e metterebbe in grossa difficoltà noi», come ammette la vicepresidente Pd Marina Sereni. Riaprendo i giochi per chi nel Pd immagina governi tecnici o “transizioni” più o meno lunghe prima del voto. Cui invece punta Bersani, che spera nella Lega (tendenza Maroni) per staccare la spina al governo, in cambio di un ritocco della legge elettorale che renda il Carroccio autonomo da quorum nazionali, premi di maggioranza e alleanze forzate.

Ma l’eventualità, al momento, appare remota, e questo mette a tacere dentro il Pd ogni altra voce, da quella di D’Alema a quella di Veltroni, e rafforza un Bersani che ormai non teme più neppure le primarie di coalizione contro Vendola: «Se adesso le chiedesse, a noi toccherebbe frenare perché in questa situazione stravince», sospira un dirigente di Sel.

L’opposizione si gode il bis dell’entusiasmo post amministrative. In un clima di fair play che non si vedeva da anni, a sinistra: sarà pur vero che il Pd sul carro dei referendum c’è salito in corsa e pure all’ultimo chilometro, e con molti mal di pancia interni e contraddizioni di linea; ma i partiti promotori - Italia dei Valori e Sel - si guardano bene dal rinfacciarglielo. Anche se da Sel già avvertono che «il referendum dice chiaro che il programma del nuovo centrosinistra dovrà ripartire da lì: altro che liberalizzazioni e anti-sindacalismo alla Marchionne», come dice Gennaro Migliore. E in casa Pd i riformisti già sono in allarme: «Così finirebbe come nel 2008: si vince e poi non si riesce a governare», dice Francesco Boccia.

Di Pietro, che i quesiti sul nucleare e il legittimo impedimento li ha voluti e promossi da solo, raccogliendosi le firme tra l’indifferenza e i rimbrotti democrat (e infatti ora da solo incasserà i 400mila euro di rimborso elettorale), è diventato ecumenico come un aspirante vescovo e non rivendica alcuna primazia sulla vittoria, né sbeffeggia come un tempo i riflessi lenti del Pd. L’unica bacchettata che riserva a Bersani serve a scavalcarlo a destra: l’ex pm lo zittisce sulla richiesta di dimissioni del premier: «Noi le abbiamo chieste da tempi non sospetti. Ma farlo ora in nome dei risultati referendari è una strumentalizzazione».

Una svolta moderata in piena regola, quella attuata nelle scorse settimane da Di Pietro. E chi sospettava si trattasse solo di tattica, al fine di rafforzare la campagna referendaria, deve ricredersi: l’ex pm sprizza buonsenso da ogni poro e annuncia la nascita di una «Idv 2, che parlerà meno di criminalizzazione dell’avversario, più di capacità di voler fare meglio». E chiama a testimone Bersani, con il quale «ci sentiamo spesso e siamo dello stesso avviso», pronti a «dimostrare ai cittadini di voler governare».

In realtà, spiegano le malelingue del Pd, Di Pietro sta - con grande prontezza di riflessi - cercando una via d’uscita dal vicolo cieco: la batosta elettorale presa da Idv alle amministrative rendono necessaria come il pane, per lui, una stretta intesa con il Pd. «La sua paura - spiega un dirigente bersaniano - è che si costruisca un’alleanza con Sel a sinistra e Casini a destra che lo tagli fuori: senza apparentamento elettorale, rischia di non tornare in Parlamento». Di qui la svolta dell’ex giustizialista: Di Pietro non vuol dare pretesti per metterlo ai margini. Ora, ripetono nel centrosinistra, si tratta di vedere cosa accade nella maggioranza, che sulla carta i numeri per resistere in Parlamento li ha ancora. Il cerino lo ha la Lega, divisa come il Pd dei bei tempi. E in vista della «verifica» del 22 giugno Bersani non vuol presentare mozioni di sfiducia che «servirebbero solo a frenare le spinte centripete» nella maggioranza.
Ultimissime: Opposizione in panne. 
Bersani sceglie di non scegliere: "Vediamo prima cosa fanno loro". 
Anche Di Pietro rinuncia alla spallata: "Ci sono troppi traditori in parlamento" .

venerdì 10 giugno 2011

Gli ex comunisti fra tutti gli italioti sono i più smemorati in assoluto!

Eccone un'altra prova provata della loro "superiorità" intellettuale. Si fa per dire!!!


Referendum, e la sinistra disse: "Non votare è un diritto di tutti"

Il Cav fa sapere che non andrà a votare. Ed è subito bagarre. D'Alema: "Se si è contrari a un quesito referendario ci si batte per il no e non per stare a casa. E' un messaggio brutto e di debolezza". Ancora più duro Grillo (
Qui la sua storia, NdB): "Chi non vota commette reato" (Quale reato pensano sia i suoi editori/suggeritori della Casaleggio Associati? NdB). 

Ecco cosa pensavano i Ds nel 2003: "Non votare un referendum inutile e sbagliato è un diritto di tutti". Oggi pur di portare la gente ai seggi offrono le "colazioni sociali" a chiunque presenti la tessera elettorale timbrata.

Roma - In piazza del Popolo la manifestazione "Io voto". Nei Palazzi gli anatemi dei big dell'opposizione che attaccano duramente il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, per aver detto che non andrà alle urne. "Un Paese democratico che dice 'non vado a votare' non è un bel messaggio, è un messaggio brutto. Se si è contrari a un quesito referendario ci si batte per il no e non per stare a casa. E' un messaggio brutto e di debolezza, non di forza". Parola di Massimo D'Alema.

Ma cosa dicevano i Ds nel 2003?

Era il 15 giugno e gli elettori furono chiamati a votare per due referendum. Il più importante quello che riguardava l'abrogazione delle norme che stabiliscono limiti numerici ed esenzioni per l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora la sinistra scese in piazza per dire che "non votare un referendum inutile e sbagliato è un diritto di tutti: lavoratori e non". I manifesti bianchi con un enorme "non" rosso a tutta pagina avevano fatto il giro del Paese per sensibilizzare la popolazione a far di tutto per evitare di raggiungere il quorum. Ce la fecero.

Ma oggi gridano contro tutti quelli che hanno detto apertamente che non andranno alle urne. A distanza di pochi anni, infatti, la sinistra sembra aver cambiato completamente opinione. Dico sembra perché, in realtà, essere pro o contro un referendum è una questione di mera strumentalizzazione. "Per un Berlusconi che sta a casa ci sono migliaia di italiani che capiscono che bisogna andare a votare - spiega D'Alema - è importante che si torni a raggiungere il quorum, sarabbe un grande segnale di salute della democrazia che è un bene comune, come l’acqua". Durissimo anche il segretario piddì Pier Luigi Bersani per cui è "disdicevole che chi giura sulla Costituzione non senta il dovere di dare un messaggio di civismo". Infine la stoccata finale (che suscita moti di ilarità): "Noi partiti di alternativa manteniamo con coerenza il nostro atteggiamento: diamo una mano ai movimenti per uscire insieme, nel rispetto reciproco, da un periodo buio". Quando si dice coerenza.

C'è chi riesce a far di peggio. Per esempio Beppe Grillo che spara: "Chi non vita commette un reato". Non è una delle solite battute del comico genovese. Ci crede. Come ci crede tutta l'opposizione che ha voluto caricare il referendum di un pesante significato politico: "Se vinciamo, Berlusconi deve andare a casa". Lo stesso Matteo Renzi, sindaco di Firenze, teme che sia stato un grave errore, "perché si offre a Silvio Berlusconi la possibilità di una rivincita".

Ad ogni modo, in queste ultime ore il centrosinistra le tenta tutte per portare a votare quante più persone possibile. Ogni espediente è buono. Non manca chi come il Pd si mette addirittura ad offrire la colazione. Cappuccio e brioche. E la torta, pure. Succede a San Terenzo, in Liguria. Il circolo Pd ha infatti aderito all'iniziativa Una colazione da battiquorum: domenica mattina sarà aperto per offrire "una colazione democratica a tutti coloro che andranno a votare al referendum". Non sono gli unici. Anche il Popolo viola organizza appuntamenti simili. Cosa non si fa per portare le persone a votare?

di Andrea Indini

venerdì 13 maggio 2011

Ecco il metodo della sinistra quando una notizia è poco gradita...

Questa notiziola,  di questi tempi di guerra alla Libia, non faceva comodo al bolognese Romano Prodi  che gli italiani,  a suo dire, vorrebbero nuovemente a capo del governo.  
Qualche mente eccelsa dei "democratici" di sinistra,  già dell'ulivo, ha pensato di farla sparire dal sito web della fondazione Téresys,  dimenticando o non sapendo che la rete ha una memoria più che elefantiaca. 

Non dimentica nulla di nulla, in special modo i server di Big G!

Notiziola che ho ritrovato su un numero della rivista Panorama.

Se una cosetta del genere l'avesse fatto l'entourage del Cav. (ma non sono sprovveduti fino a questo punto, almeno spero), i soliti quotidiani la Repubblica e il Fatto, il tribuno televisivo Santoro, e il noto pluripregiudicato per diffamazione Marco Travaglio ci sarebbero andati a nozze, con e senza fichi secchi,  per un bel po' di giorni e giorni.

Viva l'Italia!!! 

Clicca per ingrandire

giovedì 12 maggio 2011

D’Alema persevera: reati (forse) no, ma tra lobbismo e immunità qualche peccatuccio c’è

Pubblico senza inutili commenti, considerata la "difesa" del baffino  nazional-popolare sulla "legalità" dei contributi che però non ne spiega la dazione! 



Un singolare giro di fatture emesse da Vincenzo Morichini ha provocato l’apertura di un’inchiesta sui quattrini versati da alcuni destinatari di queste fatture alla fondazione ItalianiEuropei presieduta da Massimo D’Alema, amico di Morichini. Analoghi comportamenti vengono ascritti a Francesco Nerli, altro collaboratore della fondazione, accusato di concussione. Non c’è ragione di scorgere, in base alle notizie di stampa, un qualche reato penale a carico dell’ex presidente del Consiglio, che ha replicato con toni indignati.
D’Alema probabilmente resterà fuori da questo pasticcio per il carattere volontario dei contributi ricevuti, così come ha evitato i guai conseguenti alla sponsorizzazione della scalata di Unipol a Bnl grazie all’immunità di cui ha goduto in quanto parlamentare europeo all’epoca dei fatti.

Non c’è niente di male a utilizzare le immunità, come fa anche il giustizialista Luigi De Magistris, ma salta agli occhi la contraddizione tra questi comportamenti elusivi e la denuncia roboante della “impunità” attribuita ad altri, a cominciare da Silvio Berlusconi, che per la verità ha dovuto e deve affrontare una caterva di processi. Anche se le amicizie dalemiane configurano solo un’attività lobbistica e non un reato, sarebbe utile che questo tipo di attività fosse regolato da leggi simili a quelle in vigore in America, come questo foglio sostiene da sempre, incorrendo in veti e critiche moralistiche proprio da esponenti del Pd e della fazione giustizialista.

 [Fonte]

martedì 3 maggio 2011

Se lo dice il bolognese che li conosce bene...

Prodi bolla il PD: "Sciacalli. Litigano per eredità Ulivo."

Per i democratici di sinistra arriva la certificazione di malattia del Professore:
"Baruffe per il patrimonio lasciato dal partito."

Il Partito Democratico secondo Romano Prodi è un'enrome baruffa. Un caos totale. Un microcosmo dove tutti cercano di fregare gli altri. E se non c'erano particolari dubbi sulla scarsa salute (politica) dei democratici, la 'certificazione' di malattia rilasciata dal Professore fa sempre un certo effetto. "Quando uno è morto - spiega - gli eredi non fanno che litigare, e più grosso è il patrimonio che lascia, e più litigano". Con questa battuta Prodi ha risposto a chi gli chiedeva chi fossero e come si stessero comportando gli eredi politici di quello che fu l'Ulivo.

La sferzante valutazione è arrivata in occasione della presentazione del libro Dove andremo a finire, di Alessandro Barbano, pubblicazione che contiene otto interviste su quello che aspetta il nostro Paese a personalità come Sergio Romano, il guru della sinistra Umberto Eco, Giuliano Amato e Nicola Cabicco. Barbano ha incalzato Prodi sui temi di più stretta attualità, e poi, prevedibile, è giunta la domanda sulla 'eccezionale' parentesi dell'Ulivo. La risposta, questa inattesa, è stata accolta dalla platea - composta soprattutto da studenti - con un forte applauso.

Il professore ha poi spiegato come "il problema è tornare ad avere visioni di lungo periodo, avere un riformismo su temi concreti, a cominciare dal lavoro e dall'immigrazione. Invece nella politica di oggi è tutto concentrato su problemi più stretti, ma che non coinvolgono l'ansia di tutte le famiglie".

[Fonte]

domenica 1 maggio 2011

L’alternativa in mano ai carabinieri e ai militari

Non potendo arrivare a governare l'Italia con libere elezioni, l'intellighezia di sinistra dopo averci provato con i pm amici, ne ha pensata un'altra: il ribaltone militare,  considerata la mancanza di un presidente amico come l'emerito Scalfaro.
AsorRosa
Facciamoci del male. Asor Rosa propone un golpe, un governo militare d’emergenza per liberare il paese da Berlusconi. Non è uno scherzo. E nemmeno una pazzia isolata. È solo l’ultimo atto di mutazione antropologica di una sinistra, o pseudo-tale, che ha seppellito la questione sociale e trasformato l’alternativa al Cavaliere in una faccenda di manette e tribunali. Che alza lo share e la tiratura. Ma non riempie le urne.
Vedi come cambiano i tempi. Una volta aprivi il manifesto e ci trovavi i consigli su dove e come dormire fuori casa la notte per non farti trovare dai militari in caso di golpe. Oggi sul quotidiano comunista ci trovi Alberto Asor Rosa che propone di dichiarare lo stato di emergenza e di mandare al governo polizia, carabinieri e magistratura. Il golpe lo vuol fare Asor, insomma. Ma un golpe “buono”, per liberare il paese da Silvio Berlsuconi. Siccome «c’è una obiettiva frantumazione delle regole ed è opera del capo del governo», ha ribadito ieri a Repubblica lo storico della lettaratura ed ex deputato del Pci , allora «dobbiamo fare tutto il possibile per evitare il peggio».

Il piano Asor lo si potrebbe rubricare alla voce follie di primavera. Ma sarebbe un errore. Anzi, peggio, sarebbe solo un modo per mettere la testa sotto la sabbia.

È più onesto raccontarsi a viso aperto che cosa è diventato un pezzo enorme della sinistra di questo paese, la sua spaventosa mutazione antropologica, soprattutto il suo essere la migliore garanzia di lunga vita politica per Berlusconi.Innanzitutto, perché questa è l’opposizione che Berlusconi sogna. Ci va a nozze. Ci sguazza. Perché è un’opposizione che fa di tutto per adeguarsi al vestito che la propaganda berlusconiana le ha cucito addosso. Avete presente la vulgata sulla sinistra tecnocrate, elitista, collaterale ai poteri forti, mandante dei pm, allergica al suffragio universale? In due giorni di esternazioni, Asor l’ha incarnata a perfezione, fornendo alla macchina mediatica del Cavaliere la possibilità di sferrare una controffensiva per oscurare almeno in parte l’approvazione dell’ennesima scandalosa legge ad personam

Ma l’idea che ci si possa liberare di Berlusconi mandando l’Arma a Palazzo Grazioli, come le comari di De Andrè con Bocca di Rosa, è conseguenza di una degenerazione ideologica che parte da lontano e che oggi ha dilagato, soprattutto tra i più giovani. Il giustizialismo che s’è divorato centinaia di migliaia di intelligenze non è solo la puerile e fanatica convinzione che la magistratura sia “i buoni” e la politica i “cattivi”. 

È una delega - per molti inconscia, per altri apertamente teorizzata - concessa a chi dovrebbe disarcionare il Cavaliere con mezzi esterni alla politica: magistratura, polizia, carabinieri. Il giustizialismo è il figlio degenere della incapacità, divenuta cronica col passare degli anni, di comunicare e spiegare al paese, di coltivare il proprio insediamento sociale e di corteggiare quello altrui.
Berlusconi è un premier indegno di guidare il paese. E lo è anche a causa dei suoi problemi giudiziari. Resta il fatto che è stato democraticamente eletto, che continua a governare in virtù di una maggioranza in Parlamento, sebbene razzolata a suon di compere, e che per mandarlo a casa serve una coalizione capace di sconfiggerlo con le armi della politica.
Si rimprovera al Partito democratico di non essere stato in grado di attrezzare un’alternativa convincente. Vero. 

Peccato che a rimproverare questo torto al Pd, e a imputargli di non essere più un partito di sinistra, è una massa di impresentabili che pare uscita fuori da un film sui colonelli greci. Professori che invocano lo stato di emergenza, opinionisti che lavorano solo sulle veline delle Procure, comici guru che si esprimono invasati e inqueitanti sul loro blog sostenendo il superamento di destra e sinistra e diffondendo la rozzezza come metodo di lettura dei fatti d’attualità. Sono loro, la sinistra? L’alternativa? O magari lo è Di Pietro, l’ex pm caudillo de noantri, che non ha alcuna idea politica propria, ma che è considerato da milioni di elettori l’unico vero oppositore di Berlusconi?
Questa cricca non sa più cos’è lo Stato di diritto, se mai l’ha saputo, non porta una sola idea per sconfiggere Berlusconi che non siano gli auspici di carcerazione e le urla di impeachment giudiziario. Questa congrega di brigadieri dell’opposizione ha rimosso la questione sociale, o magari l’ha capovolta, perché non è raro imbattersi in editorialisti che a pagina uno fanno tintinnare le manette e a pagina due sposano acriticamente la causa di Marchionne, con tanti saluti alle ragioni e al voto operaio. Questa schiatta di furbacchioni vende giornali, dvd, magliette e spaccia il successo del merchandising per successo politico, come se le elezioni si vincessero a colpi di share o di tirature, e non coi voti dei cittadini.

Questi professionisti della purezza invocano l’arresto preventivo di un senatore (parliamo di Alberto Tedesco) a due anni dai fatti contestati, quando palesemente non sussiste oggi altra ragione di ammanettarlo se non quella di sancire la supremazia di un ordinamento di potere sull’altro, e magari ne fanno pure una questione dirimente di coscienza e trasparenza, come la professoressa De Monticelli, che si è prodotta sul Fatto in una struggente articolessa invocando pure lei i carabinieri sull’uscio di casa Tedesco. 

Perlomeno, a differenza di Asor, De Monticelli si accontenta delle manette, senza pretendere che la sera i militi si spostino a Palazzo Chigi a presiedere il governo d’emergenza.
 
di Stefano Cappellini

venerdì 15 aprile 2011

La sinistra scarica Fini: "E' il peggior presidente della storia della Camera"

Senza alcun commento pubblico questa "notiziola" che covava sotto le ceneri fin da quando il bolognerse Fini disse: " Che fai mi cacci?" 
Prescindendo dal fatto che Berlusconi doveva "cacciarlo" molto tempo prima, l'ex camerata bolognese Fini,  che mastica pane e politica da quando era in fasce, sa perfettamente che gli ex comunisti hanno praticato tale regola fin dagli albori del comunismo reale in quanto la regola è stata teorizzata dal fondatore del loro partito, tale Lenin!  


Il Pd accusa il leader del Fli: "Da quando è sotto attacco di Pdl e Lega è il peggior presidente della storia". Scoppia il caos. Ma è ormai da tempo che la maggioranza denucia la parzialità di Fini.

Alla fine anche la sinistra ha scaricato Gianfranco Fini. Nella bagarre della prescrizione breve, Montecitorio è stato assalito da una crisi di nervi che ha fatto letteralmente perdere le staffe ai partiti di opposizione che da ieri mattina si stanno affannando a rosicare minuti, secondi ai lavori parlamentari per procrastrinare il più possibile la discussione del ddl presentato dalla maggioranza. E, dopo oltre sedici ore di estenuante dibattito, i democratici hanno gettato la maschera e si sono scagliati contro il "baluardo" della sinistra contro lo strapotere dell'asse Pdl-Lega.

Lo hanno definito "il peggiore presidente della Camera". Non di questi tempi. Il peggiore di tutta la storia della Repubblica italiana. Un'accusa pesante soprattutto se viene dal partito di Pierluigi Bersani con cui Fini, da diversi mesi a questa parte, sta flirtando per riuscire a far cadere il governo. Questa mattina il piddì Roberto Giachetti ha attaccato il leader del Fli per la conduzione dei lavori a Montecitorio. "Da quando è sotto attacco di Pdl e Lega che chiedono le sue dimissioni - ha spiegato l'esponente democratico - lei è il peggior presidente della storia". Fini, impassibile, ha proseguito con gli interventi sul processo verbale.

Pier Ferdinando Casini si è subito schierato al fianco del presidente della Camera tenendo all'immagine di un Terzo polo coeso. "Sono allibito dalle parole del tutte incongrue di Giachetti contro il presidente - ha detto il leader centrista se avevo qualche dubbio sulla sua terzietà, ora ogni dubbio è svanito. Qui ciascuno vuol tirare il presidente dalla sua parte, ma il presidente non si difende solo quando fa le cose che piacciono a noi...". Ma la difesa di Casini è caduta nel vuoto. Tanto che Bersani è stato costretto a intervenire: "Giachetti ha esagerato un po' e comunque il suo non era un giudizio globale sulla presidenza, ma su un passaggio particolare della conduzione d’aula".

L'impossibilità di essere super partes per un politico che si trova a guidare sia Montecitorio sia uno dei partito dell'opposizione è stata più volte avanzata dalla maggioranza. Il Pdl lo aveva tacciato di essere un "dipietrista aggiunto". La Lega Nord, invece, aveva presentato una discussione parlamentare per affrontare l'argomento e sanare la "ferita istituzionale" che si era venuta a creare. Discussione che era stata immediatamente abbandonata. Finché gli ha fatto comodo, però, la sinistra ha giocato di sponda con il fondatore di Futuro e Libertà rispedendo al mittente le accuse del Pdl. E Fini? Avanti per la sua strada. Due giorni prima del voto di sfiducia alla Camera, intervistato da Lucia Annunziata, il leader del Fli si era assunto in prima persona il ruolo di sfiduciatario del primo ministro italiano. Aveva detto: "Voteremo compatti la sfiducia al governo". Il resto è storia: il 14 dicembre Fini ha perso la battaglia parlamentare in cui ha scelto di giocare un ruolo di primo piano. Ma il suo attenggiamento non è cambiato. Poche ore prima dell'inizio della discussione sulla prescrizione breve - tanto per citare uno degli ultimi episodi - il presidente della Camera ci ha tenuto a ricordare che il ddl è stato presentato dalla maggioranza e che lui è a capo di un partito dell'opposizione. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Forse la sinistra si aspettatava qualcosa di più. Magari un colpo di mano per mandare all'aria il processo breve. Così l'ha scaricato. D'altra parte, sondaggi alla mano, gli italiani hanno già dimostrato di non apprezzare la Santa Alleanza di Massiomo D'Alema che mette insieme democratici, futuristi e centristi. In realtà, i media progressiti avevano, già in passato, invitato Fini ad abbandonare lo scranno più alto di Montecitorio. All'indomani del colpo di mano fallito, Ezio Mauro scriveva su Repubblica: "Fini dovrà dimettersi dalla presidenza della Camera per fare liberamente la sua battaglia politica decisiva". Stessa tirata di Franco Cardini su Europa del 22 dicembre: "Una volta sceso sul terreno politico impugnando la bandiera della moralizzazione, e visto che il paese rispondeva (specie a sinistra), avrebbe dovuto far lui subito e per primo il gesto di abbandonare la presidenza della camera per rientrare a vele spiegate, come leader, nella politica". Anche l'Unità non ci era andata leggera: "Era una scena che sfiorava i limiti della decenza della democrazia quella di veder sfilare i dissidenti del partito di Fini con gli occhi bassi, perché se li alzavano lì, sopra di loro, non c'era chi li doveva proteggere, ma colui che avevano tradito".

A rigor di legge, Fini non è costretto a lasciare la presidenza della Camera. La costituzione non prevede, infatti, che questo ruolo istituzionale coincida con l'appartenenza alla maggioranza. Tuttavia, da sempre, le prerogative delle più alte cariche dello Stato sono - in base a una prassi precisa - imparziali e in grado di garantire quanto più possibile la propria neutralità. Adesso, anche il Partito democratico si è accorto che Fini non è una figura politica super partes.