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mercoledì 31 agosto 2011

Iniziano ad aprire gli occhi!




Anche Giorgio Bocca spara a zero sul Pd:
"Rubano tutti". 
Bersani? "Si tuffi in mare". 


Il giornalista commenta il caso Penati: 
"Assoluta identità con il Psi e tangentopoli. Vogliono solo potere e soldi"
Giorgio Bocca

"Non c'è nulla di nuovo rispetto a Craxi". 
E' rievocando gli anni Ottanta, il Psi e Tangetopoli che Giorgio Bocca commenta l'affaire Filippo Penati che sta travolgendo il Partito democratico. E non non si tratta di lontane somiglianze, ma di "un'assoluta identità". Intervistato da Il Fatto Quotidiano, il giornalista quasi 91enne, sulla cosiddetta questione morale della sinistra taglia corto: 
"Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole". E allora cosa dovrebbe fare il segretario Bersani: un passo indietro? "Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare".

"I politici rubano tutti" - D'altronde, spiega, lo diceva lo stesso Craxi: "I mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. 
L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà". 
"Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi". 
La differenza, rispetto al passato, è che "non c'è nessun disegno politico, questa è la cosa grave".

 [Fonte]

venerdì 19 agosto 2011

La Sicilia detiene il record di sprechi: commissariamo l'amministrazione dell'isola

Per normalizzare la situazione è necessario mettere mano alla Costituzione: altro che ricorso presentato dai Consiglieri.

Bisognerebbe prendere la Sicilia, commissariarla all'istante e cambiare la Costituzione per normalizzare la sua amministrazione parassita: altro che il ricorso presentato da un gruppo di consiglieri siciliani (capofila il sindaco di Messina, vedi articolo) che mirano a mantenere il doppio stipendio alla faccia di una sentenza della Consulta e soprattutto alla faccia nostra, che non possiamo neppure linciarli: in luglio l'assemblea siciliana si è assicurata contro il «rischio insurrezione» («tumulti e aggressioni», polizza estesa ai familiari) e hanno fatto bene, visti gli incredibili privilegi di cui godono: dai pranzi a 9 euro al «contributo sepoltura» di 5mila euro in caso di morte (tutto vero) e questo da parte di una classe dirigente che costa 496.400 euro annui a consigliere (più dei parlamentari di Montecitorio) quando i consiglieri sono 90 perché rifiutano di ridurli. Aggiungi 20mila dipendenti strapagati (1,7 miliardi annui, quasi come tutte le altre regioni messe insieme) che vanno in pensione prima degli altri e che costano 349 euro annui a cittadino, quasi venti volte il costo di un dipendente lombardo. Dimenticavamo il record nazionale di consulenze e auto blu. Dimenticavamo i 1428 dirigenti che secondo la Corte dei Conti sono in sovrannumero rispetto alla legge. Dimenticavamo ogni volta, il problema è questo.

 Dalla casta siciliana a quella dei due rami del Parlamento. Gianluigi Paragone spiega che "l'esecutivo ha annunciato la sforbiciata delle poltrone, ma finché i provvedimenti non diventano realtà c'è ragione di dubitarne". Inoltre, lo spettacolo desolante di Palazzo Madama animato dalla pochezza di undici senatori (gli onorevoli hanno provato a giustificarsi: "Era una seduta di poco conto...") dimostra soltanto una cosa: poiché i parlamentari non lavorano tanto vale dimezzarli. Leggi il commento di Paragone.

di Filippo Facci, 19/08/2011 [FONTE]

Perchè paghiamo il canone RAI? Per questo spreco?


La Rai a New York, un colosso da 16 milioni  Al servizio di quattro giornalisti!
 
La megastruttura è gestita dalla società Rai Corp. Si trova a Tribeca in uno spazio di tremila metri quadrati. Con due studi di ultimissima generazione, uno identico a quello della Cnn. 
Unico generoso cliente: il servizio pubblico italiano.
Ogni sera i corrispondenti Rai fanno la faccia scura mentre ci raccontano che succede di brutto in America: default, apocalisse, crisi mostruosa che travolgerà presto l'intero pianeta. 
Ma, spente le telecamere, quello che vedono coi loro occhi è molto più rassicurante.

Nel bell'edificio di Tribeca, quartiere alla moda di New York, lo staff di Rai Corporation è quanto di più pacioso e lussureggiante si possa immaginare: 12 dirigenti, 30 tecnici, una decina di producer e supervisor più impiegati, amministrativi, collaboratori, stagisti e chi più ne ha più ne metta. Tanto lo spazio non manca: la sede costa cara, circa un milione di dollari l'anno, ma sono pur sempre tremila metri quadri su due piani con due studi di ultimissima generazione, uno identico a quello della
Cnn con megawall al plasma e multivideo a 12 finestre che consentirebbe vere magie se non fosse che in realtà tutta la banda (47 dipendenti a tempo indeterminato più altrettanti con contratti variegati) è al servizio di Antonio Di Bella, Giovanna Botteri (Tg3), Gerardo Greco (Tg1, attualmente in Italia per condurre Unomattina Estate) e Dino Cerri (pure lui impegnato ordinariamente da Unomattina).

Certo a leggere la ragione sociale della compagnia (di diritto americano ma controllata Rai al 100 per cento) c'è di tutto e di più: produzione, distribuzione e commercializzazione di prodotti radiofonici e televisivi, coproduzioni internazionali, supporto all'intero gruppo Rai. In concreto, l'unico committente di un colosso che costa 16 milioni di dollari l'anno è la Rai. Per fare che? Semplice: coprire i tg e radiotg Rai coi quattro giornalisti ospiti, e poi rispondere alle eventuali richieste dei programmi cui serve un servizio dagli Usa.

Se per esempio
Chi l'ha visto o La vita in diretta decidono di approfondire un tema, il responsabile chiama il direttore generale di Rai Corp, Guido Corso, e chiede una mano. Risposta sempre affermativa ed entusiastica: dove ci mandate? Chi intervistiamo? E via con la trasferta. Pare che le troupe siano numericamente sempre ben attrezzate, e senza particolare fretta di rientrare alla base considerato il generoso budget annuale. Un buon albergo, diversi giorni di viaggio – l'America è grande – e infine il conto, perché il servizio reso da Rai Corp si paga con tanto di maggiorazione dell'8 per cento secondo quanto stabilito da un apposito accordo.In più serve un giornalista made in Italy: o i famosi quattro o uno ad hoc mandato da casa, perché un pezzo fatto e finito non si fa nemmeno per sogno.

Forse anche per questo le richieste d'intervento dall'Italia non piovono copiose sulla società che – in ogni caso – garantisce lauti stipendi a tutti grazie a un efficiente e autocefalo sindacato interno. I cameraman prendono dai 100 ai 130 mila dollari l'anno, idem per producer e supervisor (che arrivano a scucire 250 mila dollari) e botta finale per il direttore che ne incassa 500 mila. Ma almeno lui parla bene l’inglese, ed è lì tutti i giorni. Peggio va in genere con i presidenti, scelti dal Cda italiano con il consueto abuso di spartizione politica. In carica ora c'è il direttore generale della Rai
Lorenza Lei grazie a un interim con cui ha sbattuto fuori il vertice precedente: Mauro Masi (insediatosi lo scorso febbraio e subito scalzato dal precipitare degli eventi), Antonio Marano (il vicedirettore generale Rai che diceva: giusto la Gabanelli paghi in proprio le cause di Report) e Gianfranco Comanducci (vicedirettore generale Rai accusato di sostenere la struttura Delta).

Storia passata, adesso si dovrà decidere chi mandare laggiù evitando se possibile gli scandali alla Angela Buttiglione (multa della Corte dei conti per bonus e fuoriuscite milionarie conquistate anche nella Grande Mela) o Massimo Magliaro, pubblicamente fustigato per la casa da 11 mila dollari al mese, la carta di credito da 80 mila dollari, un piano industriale fatto stilare a Terni da gente fidata (200 mila dollari) e l'autista sempre in tiro. Spesucce in realtà piuttosto consuete da quelle parti, e più volte indicate come voragine assurda a fronte di un budget Rai sempre più in rosso. Eppure la soluzione ci sarebbe: se il gruppo di lavoro fosse messo a produrre contenuti anche per altri committenti, come siti web, canali digitali, reti locali e nuovi media, forse il missmanagement – lo scarso sfruttamento delle risorse – forse potrebbe essere corretto. Al momento l'unica voce di possibili cambiamenti riguarda l’arrivo di Bruno Soccillo, già responsabile della radiofonia, alla istituenda Direzione corrispondenti. Così forse ci sarà qualcuno cui chiedere: come mai Rai Corp è l'unica sede estera Rai a non avere un capo responsabile del budget? Come mai, da sola, spende come tutte le altre sedi estere messe insieme?

da IlFatto Quotidiano  del 31 luglio 2011

venerdì 12 agosto 2011

Caso PD Sesto San Giovanni ex area Falck. La scoperta lapalissiana dell'ovvio: politicanti italici = mazzette e tangenti!

Le ferie dovrebbero essere ininterrotte, ma le notizie che si susseguono in questi caldi giorni agostani non mi lasciano affatto indifferente, anzi l'esatto contrario.
 La superiorità morale degli ex comunisti italici, ora democratici, o la pretesa diversità genetica tanto strombazzata erano delle balle spaziali incredibili alle quali solo coloro che avevano le salamelle sugli occhi potevano credere.

Adesso ne abbiamo alcune plateali conferme che, però, finiranno come sempre nel dimenticatoio, come tutte le cose che riguardano le "sinistre" italiche, ad iniziare dalla sparizione del tesoro di Mussolini, opera dei "partigiani" rossi che lo assassinarono illegalmente.

Per maggior chiarezza riporto alcuni articoli pubblicati dai media nazionali che condivido totalmente.

Penati, l'inchiesta: tangenti volano da Fiumicino
I retroscena su 'Panorama'. Regia Ds sulle privatizzazioni. Falck avrebbe ceduto l'area di Sesto in cambio di Aeroporti di Roma.


 Senza l’assenso dei vertici comunisti, non si poteva lavorare non solo a Sesto San Giovanni, ma nemmeno nel resto d’Italia. E occorreva guadagnarsi la benevolenza rossa anche per sedersi al tavolo delle privatizzazioni delle aziende statali e parastatali. Su questa ipotesi, rivela il settimanale Panorama in edicola oggi, la Procura di Monza sta indagando concretamente. Come punto di partenza, si indicano le deposizioni di Diego Cotti, imprenditore di Sesto San Giovanni con un passato in politica. Sarebbe stato lui a riferire al pm Walter Mapelli che in merito alla trattativa per l’acquisto dell’area delle ex acciaierie Falck da parte dell’allora suocero (il costruttore sestese Giuseppe Pasini), fu Giordano Vimercati, il braccio destro di Penati, ad affermare: «Falck stabilisce il prezzo, ma vende a chi diciamo noi. Perché Falck vuole entrare in Aeroporti di Roma e ha bisogno di un placet nazionale. Noi gli diamo il placet se vende l’area a chi diciamo noi, perché fa parte di un accordo più vasto per cui qui gli altri non ci mettono piede».

L’affare andò in porto l’11 luglio 2000 con la cessione da parte dell’Iri che, sotto la presidenza di Piero Gnudi, cedette il 51,1% della società Aeroporti di Roma per 2.570 miliardi di lire al consorzio Leonardo, di cui il gruppo Falck aveva all’epoca una quota minoritaria del 31 per cento. Ne uscirono sconfitti gli altri gruppi, principalmente la cordata italiana formata da Benetton, Pirelli, Caltagirone e quella internazionale costituita dagli Aeroporti di Amsterdam e Francoforte.

Passano undici anni e, il 19 luglio scorso, appena un giorno prima dell’apertura dell’indagine sulle aree ex Falck di Sesto San Giovanni da parte della Procura di Monza, ricompare lo stesso Gnudi, bolognese vicino a Romano Prodi e a Pier Ferdinando Casini. Viene nominato presidente di Sesto Immobiliare perché conosce bene la pratica: è lui ad aver seguito la vendita dei terreni da parte del gruppo Zunino (che le aveva acquistate dall’accusatore di Filippo Penati, Giuseppe Pasini) alla cordata capitanata per il 77,8% dalla Santandrea di Davide Bizzi. Il vicepresidente della società è Mario Resca, stimato da Silvio Berlusconi. A Bizzi, proprietario delle ex acciaierie, vanno i poteri di amministratore delegato della società che deve passare alla «fase operativa del più grande progetto europeo di riqualificazione urbana di ex aree industriali» e che «ridisegnerà significativamente l’intero territorio di Sesto San Giovanni». La squadra, evidenzia la società, «è stata costruita considerando la complessità del progetto urbanistico e la molteplicità degli stakeholder». Complessità e molteplicità caratterizzano anche la vicenda al centro dell’inchiesta. Sulla vicenda AdR, gli inquirenti monzesi vogliono vederci più chiaro per capire se il perimetro dello scandalo sestese si estenda anche a un “livello superiore”.

Filippo Penati nega tutto e prosegue nella propria autodifesa mediatica ad oltranza. L'ex sindaco di Sesto, ex presidente della Provincia e principale indagato, “spara” le proprie dichiarazioni non appena le agenzie di stampa diffondono notizie sugli sviluppi dell'inchiesta che lo sta travolgendo. Stavolta è per bollare «l'ennesima ricostruzione unilaterale e falsa», così «paradossale da poter essere definita fantascientifica». Si dice «molto interessato all'esito delle indagini che non potranno che smentire nel modo più chiaro e totale l'esistenza di tale legame».

Definisce fantasia il legame tra la vendita delle aree delle ex acciaierie sestesi da parte del gruppo Falck a Pasini e la privatizzazione degli aeroporti romani. Soprattutto, contesta che, per vincere la gara servisse «un assenso da Sesto San Giovanni». In realtà, dagli stralci dei verbali dell'interrogatorio di Cotti, emerge la necessità di «un placet nazionale», cioè dei Ds, il partito erede del Pci e del Pds e il cui segretario, nel 2000, era Walter Veltroni. Il quale, notoriamente, non è di Sesto San Giovanni.

di Andrea Morigi (Fonte]




Cane sciolto di Vittorio Feltri



Venti anni di moralismo interpretato all'italiana da un ceto politico con tutti i difetti del popolo, senza averne un solo pregio, hanno sortito un risultato disastroso e non privo di effetti comici. 

I buoi di uno schieramento sono ormai ridotti a dare dei cornuti agli asini avversari.

 

Enrico Berlinguer , celebrato segretario comunista, morto a metà degli anni ottanta, quello che inventò l'eurocomunismo (nessuno ancora oggi ha capito che roba fosse), è passato alla storia per aver detto: i partiti hanno invaso e occupato ogni settore – enti, banche, aziende, tv eccetera – e fanno tutti i mestieri tranne il loro, cosicché non funziona più niente, nemmeno la politica. Poi aggiunse: meno male che c'è il PCI, il movimento dei lavoratori, che vanta una diversità rispetto alla altre forze.

Berlinguer fu il primo a sollevare la <questione morale>, a comprendere la necessità di fare pulizia; peccato che guardando in casa d'altri gli sfuggì completamente lo sporco nella sua.

Difatti il PCI non era diverso, ma diversamente sudicio.

Altrimenti non si spiegherebbe come mai Botteghe Oscure ricevessero dall'Unione Sovietica montagne di rubli in forma illegale. Talmente illegale che i dirigenti rossi a un dato momento avvertirono l'esigenza di caldeggiare l'approvazione di un'amnistia che li ponesse al riparo da eventuali azioni giudiziarie.

L'origine dei guai nazionali è questa. La <festa del perdono> ebbe luogo nel 1989. Dopo di che i compagni non incassarono più il becco di un quattrino e poterono cavalcare la <questione morale> senza il timore che qualcuno rinfacciasse loro di predicare bene ma di razzolare male.

Alcuni anni più tardi, nel 1992, scoppiò lo scandalo cosiddetto Tangentopoli. Il pentapartito fu spazzato via come immondizia.

Tutti ladri meno i comunisti?

Nossignori. Anche i comunisti ebbero le loro belle grane, ma se la cavarono. Perché fortunati o perché avevano qualche santo in paradiso che li proteggeva? Giudichi il lettore.

Sta di fatto che i ladri andarono in galera mentre i compagni andarono al governo, per la prima volta nella loro storia, sventolando la bandiera dell'onestà, della diversità.

Ora conviene che straccino o almeno sotterrino quella bandiera, perché, nonostante abbiamo conquistato il potere, la corruzione seguita trionfare a ogni livello amministrativo, in ogni anfratto pubblico dove la politica riesca la mano lesta. Lo si è constatato con chiarezza negli ultimi mesi grazie a inchieste su episodi clamorosi. Per brevità cito soltanto i casi di Sesto San Giovanni, della Puglia e di Genova.

Intendiamoci, le indagini sono ancora in corso e le sentenze sono di la da venire, pertanto è meglio essere prudenti nel commentare le schifezze emerse.

Ma il significato politico della presente congiuntura è evidente: il Paese si è dato un sistema che offre troppi spazi ai partiti, i quali hanno finito per abdicare ai doveri istituzionali, trasformandosi in associazioni che puntano a tutto, anche all'arricchimento e alla spartizione dei posti, tranne al bene comune.

Se ne infischiano degli interessi nazionali, pensano ai propri, primo fra i quali conservare le poltrone di potere e sfruttarle al massimo: la politica non più come servizio, ma come carriere professionale da cui trarre benefici e privilegi.

Da qui al furto il passo è breve: il confine tra lecito e illecito è labile.

A forza di parlare di moralità, la moralità si è svalutata. Non si sa più cosa sia morale e cosa immorale. Ci hanno rubato anche la semantica.



Da Panorama 11/8/2011, pag. 65

sabato 30 luglio 2011

Penati & Bersani, ecco la Tangentopoli ipocrita dei leader Democratici


Bersani & Penati, che sceneggiata: il segretario fa il giustizialista ma scorda i guai del suo numero due

Filippo Penati è Pierlui­gi Bersani, e Pierluigi Bersani è Filippo Pe­nati. Non parlo della even­tuale responsabilità penale che, ad eccezione del caso di Silvio Berlusconi e dei teore­mi sul non­poteva-non-sapere che lo riguarda­no, è notoriamente personale. Non parlo nem­meno della strettissima associazione politica tra i due, visto che Penati è stato l'artefice orga­nizzativo e politico dell'elezione di Bersani a ca­po del Pd, il testimonial del ritorno al Nord di quel partito che dal Nord era stato marginaliz­zato e virtualmente espulso (Bersani si è fatto ritrarre in maniche di camicia, dietro il simboli­smo fattivo del suo messaggio c'è il «fare» di Pe­nati, un virtuoso superdirigente, e dei vari Pena­ti minori del Pd).  
Parlo invece della responsabi­lità politica e dei caratteri profondi di una lea­dership. Bersani è un solido amministratore pubblico emiliano, di tradizione comunista. Penati è un solido amministratore pubblico lombardo, di tradizione comunista. Sono entrambi migliori­sti o riformisti, credono che la funzione sociale e politica della loro gente e del loro partito sia quella di governare la società, e pensano che per governare una grande nazione occidentale sia necessario sporcarsi le mani con i problemi da risolvere, in collaborazione conflittuale e al tempo stesso in cooperazione con sindacati e im­prenditori. Bisogna realizzare opere pubbliche navigando tra gli appalti, ge­stire in modo efficiente e competitivo aziende pubbliche assumendosi la re­sponsabilità di nomine e scelte strategi­che e pratiche, lasciare il più che sia possibile spazio ai privati e alla concor­renza, difendere il welfare ma rispetta­re le regole del mercato, organizzare forza e consenso nelle istituzioni per stabilire e raggiungere traguardi diffici­li ma irrinunciabili dando forma a quell'ordine delle cose, a quell'energia della politica, a quella capacità di pro­muovere idee, persone, competenze, gruppi che si chiama governo di una so­cietà complessa.
Non basta tenere alta la guardia della legalità e dell'etica, co­me invocano teppisti e tribuni del circo mediatico- giudiziario. Quelli a sinistra, come a destra, che hanno le mani pulite, non hanno le ma­ni. Sono buoni a nulla che sanno solo in­veire contro la «casta», il sostituto pove­ro dell'antica lotta di classe, seguono il trend più becero dell'antipolitica qua­lunquista, e invece di rimproverare ai partiti di non saper più fare il loro me­stiere, di non saper dare una rotta all' Italia, li dannano se e quando il loro me­­stiere lo facciano. Per un buco in una montagna, in Val di Susa la società civi­le fa la guerra civile.
Per evitare riforme che spazzino via lo spreco dell'acqua pubblica, i guru della decrescita inven­tano la filosofia dei beni comuni e refe­rendareggiano a vanvera ma con di­screto successo demagogico. Per evita­re di pagare il doppio dei nostri concor­renti l'energia, che è la ragione non ulti­ma del mancato sviluppo della nostra economia e dunque dell'incapacità di dare un futuro all'esercito dei precari e di risolvere la questione del debito pub­blico, non hanno soluzione alcuna: ma vorrebbero l'Eni e l'Enel e Finmeccani­ca in galera per principio, sono antinu­clearisti fondamentalisti alla Greenpe­ace, pensano che il petrolio sia una co­sa sporca mentre premono l'accelera­tore del Suv sulla strada del week end o, peggio, fanno passerella in bicicletta al­la ricerca di un uovo fresco a chilome­tro zero. Una differenza importante fra Penati e Bersani c'è.
Penati ha provato a difen­dere l'autonomia della politica, e infat­ti è diventato il centro di delazioni più o meno credibili, di indagini a chilome­tro zero, molto milanesi come stile, sui suoi trascorsi di amministratore a Se­sto San Giovanni, un comune dell'hin­terland milanese che da tempo imme­morabile è la cassa cooperativa del mo­vimento operaio cosiddetto.
Penati è candidato al linciaggio. Bersani invece pensa di evitare guai, e cerca di lasciar­si soltanto sfiorare dalle inchieste giu­diziarie e dai sospetti anticastali, ali­mentati dal caso Pronzato, il suo consu­lente ministeriale e di partito che pren­deva tangenti volanti, assumendo po­se e posizioni che incoraggiano i moz­zorecchi a dilagare con i loro cappi, con le loro parole d'ordine, con le loro anti­politiche giustizialiste. A sinistra è un film già visto, una festa dell'ipocrisia in­sieme insipida e indigeribile, al contra­rio delle famose salamelle alla Festa dell'Unità.
Fonte: stampa italiana

Il sistema degli onesti comunisti, ora democratici!

Finta caparra da 2 milioni
L'accusa sul sistema Penati

Coinvolto Binasco, accusato nel '93 di aver pagato Greganti

Filippo Penati
Filippo Penati
MILANO - Dal Pci al Pd, da Greganti a Penati, dalle lire agli euro. In mezzo, quasi 20 anni trascorsi da Mani pulite. Bruno Binasco, l'imprenditore arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite «il compagno G» Primo Greganti con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, è ora indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 il leader del Pd lombardo Filippo Penati, di nuovo con un meccanismo ruotante attorno a una caparra.
Anche in questa vicenda, come già per i 4 miliardi di lire in contanti che il costruttore e consigliere comunale di centrodestra Giuseppe Pasini dice di aver dato all'estero nel 2001 a due fiduciari dell'allora sindaco ds di Sesto San Giovanni (il futuro capo di gabinetto Giordano Vimercati e l'imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina), il percorso dei soldi ipotizzato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia non è rettilineo, ma triangolato: un finanziamento illecito perfezionato a fine 2010 (quando Penati era capo della segreteria di Bersani) benché ideato nel 2008 (quand'era presidente della Provincia di Milano), secondo lo schema di una simulata trattativa d'acquisto da parte di Binasco di un immobile dell'imprenditore Di Caterina, quello che ha rivelato ai pm di aver finanziato il partito di Penati nella seconda metà anni 90, a volte anche con 100 milioni di lire al mese.

La finta maxi-caparra
del manager di Gavio

Il finanziamento illecito, alla fine, avrebbe assunto appunto la forma di una caparra immobiliare versata dal 66enne Binasco, più volte arrestato in Mani pulite ma quasi sempre sgusciato tra prescrizioni e assoluzioni. Storico braccio destro dello scomparso nel 2009 Marcellino Gavio, e amministratore delegato della cassaforte del gruppo (che gestisce 1.200 km di autostrade, è primo azionista di Impregilo e macina 6 miliardi di euro di fatturato), Binasco firma nel 2008 un contratto preliminare per l'acquisto di un immobile di Di Caterina, valutato in partenza a un prezzo molto alto. Ma, nel farlo, Binasco verga a mano una clausola che prevede che Di Caterina incameri una caparra generosissima, di ben 2 milioni di euro, nel caso in cui Binasco non eserciti l'opzione d'acquisto entro il 2010. E' esattamente quello che accadrà, ma che per gli inquirenti «doveva» accadere sin dall'inizio: Binasco nel 2010 lascia decadere l'opzione, e così effettua quello che l'accusa qualifica finanziamento illecito di 2 milioni al pd Penati, perché in questo modo estingue nel 2010 un «debito» che Penati nel 2008 si era visto reclamare dal finanziatore Di Caterina.

«Caro Penati, caro Binasco
vi ricordate i miei soldi?»

Nelle mani degli inquirenti, infatti, è caduta una missiva molto aspra indirizzata nel 2008 da Di Caterina non solo all'ex sindaco ds di Sesto San Giovanni ma anche a Binasco, sequestratagli nel portafoglio dai finanzieri della polizia giudiziaria milanese nel luglio 2009: «Nel corso degli anni, a partire dal 1999, ho versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro a Filippo Penati, notevoli somme» di cui «il sottoscritto ha cercato di tornare in possesso, ma, salvo marginali versamenti, senza successo. Penati ha promesso di restituire, dopo estenuanti mie pressioni, proponendo nel tempo varie opzioni che si sono rivelate inconcludenti fino a quando ha proposto l'intervento del gruppo Gavio». Ma «ad oggi non è stato effettuato nessun ulteriore versamento, e ciò mi ha costretto a ricominciare nuovamente ad effettuare pressanti azioni di sollecito».
Di Caterina prende atto che «Binasco ha di fatto tentato di chiamarsi fuori», e peraltro «avrebbe potuto tranquillamente non entrarci»: segno che il pagamento a Di Caterina non è qualcosa che riguardi Binasco, ma qualcosa che a Binasco viene chiesto di adempiere per conto altrui. «Vi sollecito a rispettare gli impegni assunti nelle modalità», avverte Di Caterina nella lettera a Penati e Binasco, perché gli «accordi raggiunti» sono «vitali anche per il proseguimento delle attività lavorative». Perciò «vi invito a trovare conclusioni ai contenziosi che ci vedono interessati, per me di enorme gravità».

«Rispettate gli impegni.
Tutto ha un limite»

Sono calunnie o millanterie o un'altra di quelle «parziali, contraddittorie e unilaterali ricostruzioni» che ieri in una dichiarazione Penati lamenta e ai quali si ribadisce «totalmente estraneo»? Fatto sta che nel novembre 2008 la trattativa immobiliare produce il suo scopo: liquidare a Di Caterina 2 milioni dietro lo schermo della caparra di Binasco e con il contributo tecnico di un professionista di Binasco ritenuto vicino a Penati, Renato Sarno (tra gli otto perquisiti mercoledì). E alla fine del 2010, puntuale, arriva la rinuncia di Binasco a esercitare l'opzione d'acquisto: Di Caterina si tiene l'immobile e incamera i 2 milioni di euro di caparra.
Nella sua lettera del 2008, Di Caterina si congedava da Penati e Binasco non proprio leggiadramente, «diffidandovi dall'assumere atteggiamenti minacciosi e offensivi» e «ricordandovi che non si può giocare cinicamente con la vita degli altri. Tutto ha un limite».
 
Fonte: stampa italiana 

giovedì 21 luglio 2011

I noti ladri che si aggirano a Palazzo Marini, sede degli uffici dei singoli parlamentari.

Palazzo Marini, piazza San Silvestro, Roma.
Qui di ladri non ce ne sono tanti, ma uno solo, che però risulta molto più scaltro dei tanti parlamentari che sopravvivono con "solo" 14.000 euro al mese. Lui intasca dalla Camera dei deputati all'incirca 2 milioni di euro al mese.
Il suo nome è Sergio Scarpellini, un noto palazzinaro romano che guadagna, solo attraverso l'affare di Palazzo Marini, 150 volte più del "misero" stipendio parlamentare.
Lo scandalo già alcuni anni fà venne fuori.
In pratica la camera dei deputati paga 25 milioni l'anno per l'affitto dell'intero Palazzo Marini, per 20 anni.
Il palazzo Scarpellini l'ha comprato con un mutuo, le cui rate vengono pagate dalla Camera dei Deputati.
Geniale, vero?
 
Ma non è finita qui.
Il vero scandalo non è solo regalare a questo signore qualcosa come 150 stipendi parlamentari al mese, o 2000 stipendi normali, ma è anche e soprattuto nella misera funzionalità di questa struttura.
Qui infatti hanno gli uffici i parlamentari "sfigati": i segretari di partito, i capigruppo, i presidenti di commissione hanno gli uffici all'interno di Montecitorio, ma essendo gli spazi limitati (limitati un corno: ho visto finanche 10 stanze con centinaia di metri quadri a disposizione di un singolo capogruppo d'opposizione), restavano qualche centinaio di deputati da sistemare.
questi li hanno spediti a palazzo Marini, che è in piazza san silvestro, sono 500 metri o poco meno da montecitorio, ma essendo che i peones sono a roma solo dal martedì pomeriggio al giovedì per le votazioni, ed essendo il loro mestiere in quei giorni incentrato essenzialmente nel premere il pulsantino del voto al suono della campana, non possono permettersi il lusso di allontanarsi così tanto.
E così quel palazzo è sempre vuoto, spettrale, cammini per centinaia di metri per i suoi labirintici corridoi senza trovare mai un'essere umano, un segno di vita.
I corridoi sono sempre vuoti, le tasche dei palazzinari collusi invece sono sempre piene!

spidertruman

I segreti della casta di Montecitorio!


I segreti della casta di Montecitorio:

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito



Alle reazioni isteriche e polemiche dei politicanti nostrani e dei comunicati dei loro sgherri, al loro tentativo spasmodico di individuare l'identità e "personalizzare" spider truman, non posso che rispondere rispolverando il vecchio detto: QUANDO IL SAGGIO INDICA LA LUNA, LO STOLTO GUARDA IL DITO.

I segreti della casta di Montecitorio: dentro un orchestra di pianisti, fuori tante voci ...

I segreti della casta di Montecitorio:

Dentro un orchestra di pianisti, fuori tante voci isolate: UNIAMOCI E LOTTIAMO!

I precari della scuola, poi i comitati antidiscarica, poi gli operai dell'Irisbus, poi gli studenti, poi i pensionati, poi i terremotati, poi gli animalisti, poi i poliziotti, poi gli ospedalieri.
Fuori montecitorio arrivano ogni giorno un gruppo di cittadini indignati, a volte centinaia, a volte migliaia, ma sempre divisi, ognuno a cercare una risposta parziale per un singolo problema. poi arriva sempre il politico di turno, esce dal palazzo, promette, si impegna, arringa. poi arrivederci e grazie
Dentro il palazzo invece sono tutti uniti: lo hanno dimostrato nell'ultima settimana in occasione della finanziaria, ma l'unità loro la praticano tutti i giorni: nell'aula ognuno recita la sua parte, ma poi in transatlantico, alla buvette, al ristorante, sorrisi e abbracci, sotto braccio l'uno all'altro discutono di affari, di accordi e di festini.
Mi arrivano decine di mail di appuntamenti di lotta e di denuncia contro la casta.
Ancora una volta però sempre divisi.
Bisogna indicare una data, una qualsiasi data, che sia il 15 ottobre o qualsiasi altro giorno, per radunarci tutti uniti sotto i palazzi del potere e pretendere QUE SE NE VAYAN TODOS!

I segreti della casta di Montecitorio: il difficile mestiere del pianista.

I segreti della casta di Montecitorio:

il difficile mestiere del pianista.

Parlare della proposta di riforma costituzionale di Calderoli è sicuramente una perdita di tempo, visto l'iter legislativo particolarmente complesso che richiede una riforma del genere.
Ma a Calderoli piace recitare al "teatro montecitorio" e finito lo sketch teatrale sul trasferimento dei ministeri a Milano, eccone pronto uno nuovo.
Nello specifico colpisce l'ipocrisia di Calderoli quando parla di un' "indennità in misura corrispondente alla loro effettiva partecipazione ai lavori parlamentari".
Già esiste allo stato attuale il taglio dell'indennità in base alle assenze giornaliere.
Ma non solo esiste già la norma, ma già esiste anche l'inganno.
Lo conosciamo tutti, abbiamo visto tutti le foto dei deputati che votano su due, se abbastanza scaltri, anche su tre diversi scranni parlamentari.
Non devono nemmeno farlo tutto il giorno, basta il 30% delle votazioni giornaliere, per fare in modo che non venga decurato di duecento euro lo stipendio parlamentare del deputato assente.
In pratica un deputato in aula può "coprire" 5 colleghi parlamentari, se abbastanza scaltro addirittura 8! inizia su due o tre scranni,  poi va su altre due o tre scranni, e finisce su altri due o tre: 33%, 33%, 33% e il gioco è fatto.
Per votare però devi inserire il mitico "tesserino parlamentare" (di cui tratteremo in un altro posto sul suo potere magico) nello scranno, altrimenti non funziona la postazione.
Lo stesso tesserino che però ti serve da mostrare al controllore dell'Alta Velocità o in aereoporto per viaggiare gratis. Come risolvere quest'impasse?
Niente di particolarmente complesso.
A disposizione all'entrata dell'emiciclo ci sono i tesserini parlamentari giornalieri: se il deputato "per caso" non hai il tesserino con sè, ecco un tesserino usa e getta a sua disposizione (alcuni portaborse ne hanno una collezione di tutte le legislature, io dovrei averne qualcuno da qualche parte, domani lo cerco e lo scannerizzo).
Per cui quando leggete che i deputati hanno lavorato solo 500 ore quest'anno, oppure 67 giorni, dovete prendere questo dato e dividerlo per 6 o per 9!
Ora io non sò se di questa storia dei tesserini giornalieri ci sia traccia in rete, in qualche libro o su qualche articolo di giornale. Se l'avete già letta da qualche parte e mi mandate il link, ve ne sarei particolarmente grato.

I segreti della casta di Montecitorio: Dentro il palazzo un'oschestra sinfonica di pianis...


I segreti della casta di Montecitorio:

Dentro il palazzo un'oschestra sinfonica di pianisti, fuori tante voci isolate e stonate: UNIAMOCI E LOTTIAMO (parte 1)

E' bastato poco per farli intimorire.
Tante voci isolate di indignazione non fanno paura, ma se diventano un coro unico e assordante, allora i potenti iniziano a tremare.
In questi giorni il vento sta cambiando, ora forse è giunto finalmente il momento  che - per citare Thomas Jefferson - "non sono più i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli".
Spider Truman c'entra poco e nulla.
E' la loro tracotanza che ha provocato quest'ondata di indignazione.
Hanno deciso, in modo unanime, di rispondere alle aspettative degli avvoltoi della finanza internazionale con la stessa intensità con la quale hanno ignorato e continuano a ignorare le aspettative e i bisogni del popolo.
Hanno deciso di rastrellare 70 miliardi dalle tasche della povera gente: tagli alla spesa sociale, alle pensioni, agli stipendi, senza intaccare minimamente nè i loro privilegi, nè le rendite stramilionarie loro e dei loro amici, di quella  "casta" di intoccabbili che pagano meno tasse di un pensionato al minimo, avendo conti correnti, yacht e titoli azionari nei loro sicuri e protetti paradisi fiscali.

In questi giorni sgomitano davanti alla televisione per dire che loro sono sempre stati contro i privilegi, il solito fumo senza arrosto: la proposta di riforma del ministro Calderoli è l'ennesima dimostrazione della loro ipocrisia.
Questi signori tentano di truffare e imbrogliare, sperando di far leva sull'ignoranza, ma contro la potenza orizzontale della comunicazione telematica possono far poco e nulla.
In sintesi: visto che non vogliono tagliare i loro stipendi, propongono di tagliare i parlamentari.
Un poco di penoes in meno, per calmare le acque.
C'è uno squallido tentativo di confondere i costi della politica con i costi della democrazia: il problema non è il numero dei deputati, ma quello che fanno (o meglio quello che non fanno) e quello che guadagnano per questo "servizio" sempre meno pubblico e sempre più privato.
Vogliono giocare sull'indignazione popolare per favorire un ulteriore svolta autoritaria: "basta con 630 fannulloni che rubano lo stipendio, bastano pochi e buoni, anzi ne basta anche uno solo!", capovolgendo una battaglia per la trasparenza e la democrazia, in una battaglia per il plebiscitarismo autoritario di cui questo paese ha già avuto, in tempi passati e in tempi recenti, modo di saggiare i disastri che comporta.
caro Calderoli non è questo il punto: non è tanto un problema di quantità dei deputati, ma della quantità delle loro indennità (e dei loro privilegi) e ancor più della loro qualità.
C'è una degenerazione nella classe politica parlamentare del nostro paese che non trova fine: io sono sempre stato affascinato dai nostri padri costituenti, gente semplice ma anche colta, senza frinzoli per la testa se non i loro ideali di qualunque colore politico, gente che viaggiava di notte nelle cuccette dei treni per raggiungere Roma e non nelle auto blu, che prima di sedere in parlamento ha combattutto sui monti con le armi in pugno per la democrazia, che ha vissuto il carcere, l'esilio, la lotta clandestina.
Oggi siamo a un parlamento di nominati la cui forza è data dalla compravendita dei proprio voto, dalle tangenti che riescono a incassare e dalle clientele che riscono a dispensare, dai favori sessuali che al vecchio potente depravato riescono stomachevolemnte a regalare alle guerre delle "tessere" dei partiti che riescono a scatenare.
Il problema non è ridurre i parassiti in parlamento da 1000 a 500: certamente questo comporterebbe un risparmio di svariati decine di milioni di euro, ma la vera "ciccia" (i 70 miliardi di euro tanto per intenderci) la continueranno a pagare i poveri e non i ricchi.
Insomma 500 o 1000, cambia poco e niente: noi li vogliamo cacciare via tutti, a calci nel sedere.
Que se ne vayan todos, come gridavano nelle piazze argentine dopo il fallimento del paese nel 2002. Que se ne vayan todos, prima che sia troppo tardi.
Ancor più ridicola la seconda parte della proposta Calderoli, dove pretende di agganciare le indennità all'effettiva partecipazione ai lavori parlamentari.
In questo caso non siamo più al vecchio detto "fatta la legge, trovato l'inganno", perchè qui l'inganno già c'è e nemmeno troppo velato.
Nel prossimo post appunto vi racconto  i trucchi del mestiere del pianista.

I segreti della casta di Montecitorio: Io sono Spider Truman: oggi ho deciso di svelare l...

I segreti della casta di Montecitorio:

Io sono Spider Truman: oggi ho deciso di svelare la mia vera identità.

Malgrado dubbi e insinuazioni di illustri opinionisti, politici e commentatori, continuano ad arrivare migliaia di adesioni sul profilo di Spider Truman. Vogliono a tutti i costi sapere chi c'è dietro Spider Truman, intervistarlo, proporre progetti editoriali: tutti ad osannare il suo coraggio, poi con le buone o le cattive sapranno come metterlo a tacere. Dicono che ha manie di protagonismo, ma al tempo stesso pretendono che sveli la sua vera identità.
Editori, giornalisti, televisioni: centinaia di avvoltoi cercano di stanarlo.
Allora dico a questi signori, ai politici che siedono sulle poltrone, alle schiere di sgherri sguinzagliati nei corridoi di Montecitorio come nel mondo virtuale del Web: state attenti.
Spider Truman è lì vicino a voi.
Spider Truman è ovunque.
Spider Truman è ogni disoccupato che non trova lavoro perchè non ha santi in paradiso.
Spider Truman è ogni precario che viene struttato per 900 euro al mese e poi dopo anni e anni buttato in mezzo a una strada.
Spider Truman è ogni cassintegrato che deve sudare per arrivare a fine mese.
Spider Truman è ogni operaio sfruttato e malpagato per 40 anni alla catena di montaggio per un salario e una pensione da fame.
Spider Truman è ogni giovane costretto ad emigrare perchè gli hanno rubato il proprio futuro.
Spider Truman è ogni anziano costretto a sborsare decine di euro di ticket se ha la pretesa di andare in un ospedale.
Spider Truman è ogni uomo e ogni donna che a luglio ed agosto non può permettersi nemmeno una settimana al mare.
Spider Truman è uno, nessuno e centomila.
I suoi segreti possono imbarazzare i potenti, ma è l'indignazione popolare che alimenta il loro vero incubo.
Se avete paura di lui, significa che avete qualcosa da nascondere.
E allora fate bene ad aver paura, perchè presto ci riprenderemo ciò che ci spetta.
Ci riprenderemo la dignità. La giustizia. La democrazia.

Da un anonimo internet-point di una calda città italiana.
Spider Truman