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mercoledì 31 agosto 2011

Il costo dei furbi del sindacato: lo Stato paga 500 milioni l'anno


Un esercito di un milione di persone gode di finte pensioni: delegati, dirigenti politici e sindacali godono dei contributi aggiuntivi.

Sono un vero esercito. Poco meno di un milione di persone. Qualcuno per otto ore al mese, qualcuno per 16, altri ancora per giornate, non pochissimi tutti i giorni. Sono gli italiani che hanno un lavoro, ma ne fanno un altro a spese di tutti i contribuenti. In gran parte sindacalisti, in parte politici a tutti i livelli. Tutti insieme valgono circa 60 mila dipendenti a tempo pieno all’anno. Oggi in servizio, domani in pensione. Grazie ai contributi figurativi che lo Stato e quindi i contribuenti  versano loro. Perché basta essere delegato o dirigente sindacale o godere di permessi e aspettative, in parte retribuite in parte no, per mandato elettivo per vedersi versare figurativamente dall’Inps contributi pensionistici aggiuntivi.

Quei permessi costano alla collettività quando vengono presi perché in gran parte vengono retribuiti. Ma costano il doppio perché per ogni ora accumulata viene versato il relativo contributo figurativo dall’Inps. È  un regalo vero e proprio fatto grazie alle leggi che si sono sovrapposte nel tempo a centinaia di migliaia di rappresentanti sindacali. A cui è stato aggiunto un altro regalo: con un minimo di contribuzione aggiuntiva da parte della struttura sindacale in cui militano, tutti loro potranno prendere una pensione più ricca al momento opportuno. Lo stesso accade per tutti i parlamentari eletti, per i consiglieri regionali, provinciali e comunali. Due caste che si sono incontrate - politici e sindacati - e sono subito andate a nozze mandando naturalmente il conto agli italiani.

Quel privilegio vale oro. E passa davanti a tutti gli altri. Il periodo di mandato elettivo, così come il tempo passato a fare attività sindacale in distacco o permesso può essere conteggiato anche ai fini dei 35 anni di contributi per ottenere la pensione di anzianità. Per fare un esempio, la normativa in vigore non consente di calcolare in quei 35 anni il periodo di malattia o di disoccupazione (due condizioni non certo scelte dai lavoratori) in cui sia scattata la contribuzione figurativa. E ora sembra non conteggiare nemmeno più il periodo di servizio militare e quello trascorso in università prima di arrivare alla laurea. A sindacalisti e politici invece è concesso un tappeto rosso perfino a livello previdenziale. Nella pubblica amministrazione secondo il censimento - non esaustivo - compiuto da Brunetta, fra distacchi e permessi sindacali con o senza retribuzione annessa ci sono ogni anno 4.442 dipendenti pubblici a tempo pieno a cui vengono versati i contributi figurativi e che senza calcolare questi hanno già un costo annuo per lo Stato di 121 milioni di euro. A questi si aggiungono nel comparto pubblico aspettative e permessi per ricoprire funzioni pubbliche elettive per 2.239 persone fisse all’anno. Costano nell’immediato 67 milioni più i contributi figurativi che l’Inps deve versare.

Nel comparto privato ci sono altri 4 mila dipendenti in aspettativa o permesso per ricoprire funzioni pubbliche elettive, e oltre a questi c’è tutto l’esercito di sindacalisti in distacco, aspettativa o permesso. Secondo il cislino Bruno Manghi (citato da Stefano Livadiotti nel suo libro-inchiesta “L’altra casta”) «oggi in Italia ci sono 700 mila persone con mandato sindacale a tutti i livelli: delegati, dirigenti, membri di commissioni». Metà di loro ha diritto a otto ore di permessi retribuiti al mese, al di là dei distacchi. Gli altri possono prenderne il doppio. In tutto fanno otto milioni e 400 mila ore mensili di permessi. Valgono 43 mila assunti a tempo pieno all’anno. Il costo dei permessi viene pagato dai datori di lavoro, imprese pubbliche o private. La contribuzione figurativa su quelle ore valide per la pensione è a carico invece di tutti gli italiani, visto che la versa l’Inps.

A questi privilegi assoluti (di cui godono più della metà dei componenti delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil) si aggiungono quelli scandalosi consentiti a 40 mila italiani, dipendenti di partito e sindacalisti, dalla legge Mosca che consentì con centinaia di falsi e abusi la ricostruzione post guerra di carriere previdenziali. Furono regolarizzati gratis 8 mila funzionari del Pci, 9 mila della Cgil, 4 mila della Dc, 3 mila della Cisl, 2 mila del psi, 1.385 della Uil. 
Beneficiarono di quel dono-scandalo personaggi oggi ancora ben noti alle cronache politico-sindacali: da Sergio D’Antoni a Giorgio Napolitano, da Franco Marini ad Achille Occhetto. Questi contributi graziosamente regalati valgono secondo stime attendibili più di 500 milioni di euro all’anno. Più di quanto pesi il no al riscatto della laurea. Bisognerebbe farci un pensiero serio.

di Fosca Bincher [FONTE]

sabato 9 aprile 2011

L'ultima della sinistra? La tassa "ad personam"

Dopo la patrimoniale del Pd, ecco la proposta della Cgil: un'imposta dell'1% sulle ricchezze superiori a 800mila euro. E fa l'esempio di Berlusconi e Ferrero.

È molto più di un riflesso condizionato, è qualcosa di innato. L’insana passione della sinistra per le tasse è qualcosa di inscritto nel codice gene­tico di questa parte politica. Non è bastata la riproposizione della patrimoniale in sva­riate versioni il mese scorso: dalla tassa dello 0,1% annuo sui 9mila miliardi di ricchezza degli italiani fino al contributo da 30mila euro per gli italiani più ricchi (copyright Giuliano Amato) passando per un’imposta sulle plusvalenze immo­biliari oscillante tra il 5 e il 20 per cento. Tutto con la benedizione di Uòlter Veltroni.

Anche la Cgil è salita sul car­ro dei «tassatori scortesi» e in vista dello sciopero generale del 6 maggio ha elaborato una proposta monstre: un’imposta sui grandi patrimoni dell’ 1% per le famiglie con ricchezza netta ( la somma del valore di beni mobili e immobili al netto delle passività come mutui e finanziamenti) superiore a 800mila euro.

Lo scopo sembrerebbe nobi­le, celato com’è sotto il titolo di «redistribuzione» e cioè fa­re come Robin Hood toglien­do ai ricchi per dare ai poveri. Ma sempre di un aggravio di imposte si tratta. Anche se nella simulazione elaborata il sindacato di Susanna Camusso cerca di indorare la pillola. La tassa non si rivolge a dipendenti e pensionati che hanno due case di proprietà (magari con un mutuo) e un portafoglio titoli di 100mila euro. Piut­tosto è diretta a «imprenditori e liberi professionisti» che - a prescindere dall’imponibile Irpef - ha due case del valore complessivo di 800mila euro e 100mila euro di titoli. Costoro dovrebbero pagare circa mille euro giacché la soglia di esen­zione è rappresentata da quota 800mila. Il discorso è sempre lo stesso: poiché imprenditori e liberi professionisti sono «evasori per natura» si cerca di stangarli per vie traverse.

L’antipatia per questa clas­se sociale è tale che si citano due esempi a caso della classi­fica italiana di Forbes: il signor F (che sta per Pietro Ferrero e famiglia, primo della lista) e il signor B (Silvio Berlusconi al terzo posto). I loro patrimoni, rispettivamente di 11 e 9 mi­liardi, produrrebbero un getti­to di 100 milioni da Mister Nu­tella e di 80 milioni dal Cav. L’obiettivo è chiaro: colpendo gli ultraricchi si potrebbero ot­tenere circa 18 miliardi di eu­ro all’anno (9,8 miliardi nel­l’ipotesi di un’aliquota ridotta allo 0,55%). Secondo Camus­so & C., liberando le risorse concentrate tra i più facoltosi si può generare ricchezza «spezzando l’alleanza tra pro­fitti e rendite» che danneggia lavoro e investimenti.

Confutare queste tesi neo­marxiste è molto semplice. E non è necessario nemmeno ricorrere al dogma liberista per il quale solo il capitalista può mettere in moto l’economia sia per la maggiore propensione al consumo sia per la naturale abitudine all’investimento, mentre i meno abbienti tendono a «bloccare» le risorse mettendole da parte per i tempi di magra. Per sconfessare la Cgil bastano i numeri e la logica. I numeri dicono che 18 miliardi sono l’1% del nostro debito pubblico e dunque la tassa è insufficiente ad assicurare quella riduzione necessaria alle politiche per lo sviluppo. La logica invece dice che 100 milioni sottratti al signor Ferrero sono 100 milioni in meno da reimpiegare nella crescita dell’azienda. In tal caso avrebbe tutte le ragioni per spostare la «baracca» dal Cuneese a un luogo fiscalmente più vantaggioso, magari varcando le Alpi in direzione Svizzera.

di Gian Maria De Francesco

[Fonte] 

mercoledì 19 gennaio 2011

Il refendum tenuto nella FIAT di Mirafiori l'ha vinto la FIOMM-CGIL?

Sembrerebbe di sì, stando al tenore delle dichiarazioni del segretario Landini della FIOMM e della segretaria Susanna Camusso della CGIL.

Un “sì” che umilia la sinistra

Vince chi prende più voti. 
Ma non in Italia per i compagni della FIOMM e della CGIL.
Accade e viene riconosciuto non soltanto in tutte le democrazie del mondo, ma anche in ogni libera associazione, perfino nelle bocciofile emiliane tanto care a Bersani. A Mirafiori il 54% dei dipendenti ha detto sì all’accordo per nuovi investimenti e il 46% ha detto no. Eppure larga parte della sinistra ha festeggiato e brindato.
Sindacalisti, politici, intellettuali e giornalisti hanno raccontato perché e per come ha perso chi ha vinto, con un singolare rovesciamento del significato del voto e quindi della stessa regola principe della democrazia partecipata. Si è parlato di risultato “sul filo del rasoio” (otto punti di differenza non sono proprio niente), si è ragionato di lavoratori, quelli del sì, privi di dignità e orgoglio (“uomini e no” il titolo del quotidiano il Fatto di MArco Travaglio), si è scritto che “hanno detto no quasi tutti” (ma la direttora dell’Unità sa far di conto?), hanno insomma fotografato il referendum applicando il filtro rosso dell’ideologia salottiera di sinistra, grazie al quale il voto “amico” è “più responsabile” e come tale vale doppio.

Viva l'Italia.

venerdì 7 marzo 2008

Dopo il caso Report-Gabanelli, ora CGIL-Lavoratore

Scorrazzando per la rete ho trovato quest’altra chicca di legalità italica.

Dal blog di Gianni Barbacetto, 6/3/2008:

Racconto storie (vere)
Mandatemi spunti, suggeritemi personaggi. E scriveremo insieme

Mi piace raccontare storie. Ne ho scritte molte, sui giornali, dentro i libri. Mi piacciono le storie vere. Sono più emozionanti e più incredibili di quelle inventate. L’Italia, del resto, è una fonte inesauribile di intrecci impensabili, è la patria di personaggi da non credere.

In tutti i paesi c’è un po’ di corruzione e di cattiva politica. In molti paesi c’è un po’ di eversione e di terrorismo. In qualche paese c’è perfino la criminalità organizzata. In Italia non ci facciamo mancare niente. Corruzione, eversione e mafia sono radicate e potenti. Sono tre sistemi illegali. E sono intrecciati tra loro. Il confine tra il bene e il male, tra legalità e illegalità, tra Stato e Antistato è spesso difficile da decifrare.

Un paese fantastico, per chi vuole raccontare storie. Peccato che siano vere. E che dentro queste storie passano, giorno dopo giorno, anche le nostre vite.


Ecco le prime storie che mi avete mandato

La Calabria? Stupisce in tutto

Quanto sto per raccontare ha sicuramente poco di emozionante, ma di incredibile abbonda veramente. Sono iscritto da 36 anni alla CGIL da quando io ne avevo 17. Sono stato dirigente sindacale a vari livelli e poi quando il sindacato cominciava a somigliare troppo a un ufficio ho deciso di tornarmene al lavoro. Purtroppo la società nella quale lavoravo (Tecnosistemi) è finita male, e tutti i 2000 lavoratori, impiegati ,quadri e operai siamo rimasti senza lavoro. Con 900 euro di indennità di mobilità il primo anno e circa 700 per gli anni a seguire è dura mandare avanti una famiglia. Ma fino adesso siamo nella normalità delle vicende italiane.

Circa 3 anni fa cercavano una “compagna” per una Camera del lavoro di zona , sono stato contattato dal “Segretario Generale” e cosi mia moglie da allora lavora. Svolge attività di patronato occupandosi della tutela dei diritti dei lavoratori. Dei diritti degli altri però, lei invece lavora 8/10 ore al giorno senza contratto di alcun tipo, senza assicurazione e senza tutela. Da quasi tre anni la sua retribuzione tutto compreso e di euro 200,00 (DUECENTO) togliendo le spese per gli spostamenti rimane una cifra da terzo mondo, ovvero circa 7 euro al giorno, meno di 1 euro all’ora. Se questo non è abbastanza incredibile aggiungo che il tutto avviene nella gloriosa CGIL. I colloqui, le conversazioni formali e non, le email, le raccomandate a livello locale, regionale e nazionale per chiedere un ritocco al lauto compenso non hanno prodotto alcun risultato. E così il bisogno fa si che una donna di 48 anni e la sua famiglia continuino a sottoporsi a una simile umiliazione.

Purtroppo non è l’unica. La Calabria stupisce in tutto. Abbiamo quindi da una parte una simil casta di burocrati (dirigenti?) con un tenore di vita spropositato e un modo di fare sindacato con riunioni inutili seguite da pranzi,cene e pernottamenti non sempre necessari.Dall’altra persone costrette a subire le situazioni appena descritte. Non è incredibile dopo 36 anni di militanza dover rivolgersi ad avvocati privati per chiedere alla CGIL di rispettare i diritti dei suoi dipendenti? La Calabria stupisce in tutto.

Mario Vallone, Catanzaro

Caro Mauro,

quando militavi nelle lo fila, non sapevi cosa accadeva e accade ai lavoratoti/soci delle COOP rosse?

Cosa ti aspettavi, che trattassero meglio la moglie di un “compagno”.

Loro devono magnà, mica noi!

Che gli frega, noi siamo il popolo bue che non si ribella mai, neanche quando va al macello.

Questo lor signori lo sanno molto bene.

Tu sei calabrese come me, quindi sconosci il motto: chinati juncu ca passa la china!

Questo agire applicano i pOLITICI italici: aspettano che passi la sterile protesta per poi tornare, come sempre, a fare i fatti loro.