domenica 20 febbraio 2011
Ma ci voleva un comico per farci sentire un popolo?
Roberto Benigni merita un grande “grazie!”. Certo, alcune baggianate le ha dette nella sua performance al festival di Sanremo.
Per esempio, se ho ben capito (perché affastellava argomenti con un eloquio sovraeccitato) ha detto che fu Mazzini, nel 1830, a inventare il Tricolore. E’ una sciocchezza.
Chissà come gli è venuta in mente: il Tricolore fu concepito da Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, a Bologna nel 1794 (l’ho raccontato di recente su queste colonne). E fu poi ripreso – come tutti sanno – dalla Repubblica Cispadana nel 1797. Mazzini non era neanche nato.
Suggestivo è il riferimento benignesco alle origini del Tricolore dalla Divina Commedia (Purg. XXX, 30-33), ma purtroppo l’attore toscano ignora che i colori bianco, rosso e verde del vestito di Beatrice indicano le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità e così il riferimento dantesco rimane monco.
Qualcuno poi dovrà spiegare a Bossi e alla Lega che il Tricolore nasce dallo stendardo della Lega lombarda (la croce rossa in campo bianco che proveniva dalle crociate) e che l’unità d’Italia è in gran parte un’ “impresa padana”.
Ma chissà se ascolteranno.
Per tornare a Benigni, ci sono poi le gaffe dovute all’ingarbugliamento verbale del comico, come quando ha detto che la cultura italiana esisteva prima della nazione: una cosa senza senso, chissà perché rilanciata dai tg come una geniale idea.
In realtà intendeva dire che la nazione e la cultura italiane esistevano prima dello Stato unitario (che è sorto appunto nel 1861).
Era uno spunto bello – quello della cultura italiana che precede lo Stato – che sarebbe stato da approfondire. Peccato che l’abbia lasciato cadere.
E peccato che l’orazione civile di Benigni abbia celebrato un Risorgimento da scuola elementare di cento anni fa.
E’ stato un alluvione di retorica da piccola vedetta lombarda. Ha narrato una favoletta piena di eroi giovani e forti (che sono morti) assai lontana dalla realtà dei fatti.
Non c’è stato nemmeno il sentore delle zone d’ombra, degli errori e pure degli orrori della “conquista piemontese”.
Detto questo credo che Benigni sia stato grande e abbia fatto comunque una grande cosa.
Prima di tutto per la sua emozione e la sua commozione che ci hanno toccato il cuore e che ci hanno fatto sentire come nostro perfino un inno nazionale improbabile e per certi aspetti imbarazzante.
Il caso Benigni è emblematico. Nessuno ha riflettuto su quanto sia singolare che a un comico sia di fatto affidata l’unica vera celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia (in effetti la performance di Benigni a Sanremo era più attesa dei discorsi ufficiali del presidente Napolitano).
In realtà c’è una ragione profonda. E’ data dal fatto che, dopo il fascismo, che ridusse l’amor di patria a una macchietta comica prima e tragica poi (per il nazionalismo, il colonialismo e la catastrofe bellica), le sole due modalità che gli italiani, nel cinquantennio repubblicano, si sono concessi per essere patriottici sono state il calcio (lo stadio, dove giocava la Nazionale, è diventato l’unico posto dove sventolavamo il Tricolore) e la comicità (vedi “La grande guerra” interpretata da Gassman e Sordi, per fare un esempio).
Il registro comico ci permette infatti di dirci che siamo fieri di essere italiani (specie col mito “italiani brava gente”), ma con un sorriso rassicurante, col sottinteso cioè che non ci prendiamo troppo sul serio e nessuno si sogna più di emulare la Roma imperiale: infatti gli italiani possono essere solo “eroi involontari”, proprio come Gassman e Sordi in quel capolavoro di Monicelli.
Anche il palcoscenico della celebrazione di Benigni era emblematico: il festival di Sanremo e la Tv.
Emblematico perché (primo) Festival e Tv sono il tempio del sentimento nazional-popolare, (secondo) perché rientrano perfettamente nello stereotipo più diffuso e banale – gli italiani spaghetti e mandolino – e (terzo) perché confermano perfino lo stereotipo colto per il quale – in fin dei conti – la nostra arte e la nostra cultura ci fanno da duemila anni il cuore del mondo (del resto il Festival si vanta di essere “la musica italiana”).
C’è un’altra piccola rivoluzione memorabile compiuta da Benigni: per un cinquantennio la parola “patria” è stata un tabù per la Sinistra comunista e per la cultura ufficiale. Bastava pronunciarla per essere accusati di fascismo.
Non solo. I comunisti avevano certamente dato un grandissimo contributo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, nella guerra partigiana, però il Pci era asservito a Stalin, a una potenza straniera minacciosa e nemica dell’Italia.
Per capire cosa significa ciò bisogna ricordare che nel momento più drammatico dello scontro fra mondo libero e Urss, attorno al 1948-1949, quando l’Armata Rossa si stava divorando mezza Europa, asservendo decine di Stati dell’Est europeo e arrivando fino a Trieste con mire fameliche e aggressive, uno come Enrico Berlinguer – il migliore di quel campo (a quel tempo leader della Fgci) – affermava che in caso di guerra i giovani non avrebbero combattuto contro l’Armata Rossa.
Fece indignare lo stesso De Gasperi che gli rispose di persona, con un suo duro discorso (il legame del Pci con l’Urss è durato a lungo: perfino i finanziamenti sovietici sono arrivati fino alla fine degli anni Settanta).
Ancora negli anni Ottanta – nella decisiva vicenda degli euromissili (che poi porterà tali cambiamenti a Mosca da provocare il crollo del comunismo) – il Pci, anziché schierarsi con la Nato per far fronte alla minaccia dei missili sovietici puntati sull’Europa, scelse un “pacifismo” che di fatto significava non difendere gli interessi nazionali e avvantaggiare l’Urss (chissà se il presidente Napolitano ricorda…).
Ciò detto che oggi si possa parlare di “patria” senza più i tabù ideologici del passato, come ha fatto Benigni, è una gran bella cosa. Che tutti insieme ci si possa riconoscere nel nostro passato e nel nostro Paese, come una sola famiglia è meraviglioso.
Tanto più in questo anniversario dei 150 anni dell’unità nazionale, nel quale il Paese sembra dilaniato dagli odi e il disprezzo reciproco quasi rende impossibile riconoscersi come un solo popolo.
Benigni si è trovato a svolgere un ruolo che non dovrebbe essere affidato a un attore, specialmente a un attore comico, ma ha trovato nella propria religiosità il modo per cantare un inno che ci ha unito e che nessuno avrebbe potuto restituire con eguale semplicità. Per qualche minuto sugli odi e sul disprezzo reciproco ha prevalso in tutti la sensazione di essere un popolo. E ha prevalso l’amore per quella cosa bellissima che si chiama Italia.
Per esempio, se ho ben capito (perché affastellava argomenti con un eloquio sovraeccitato) ha detto che fu Mazzini, nel 1830, a inventare il Tricolore. E’ una sciocchezza.
Chissà come gli è venuta in mente: il Tricolore fu concepito da Luigi Zamboni e Giambattista De Rolandis, a Bologna nel 1794 (l’ho raccontato di recente su queste colonne). E fu poi ripreso – come tutti sanno – dalla Repubblica Cispadana nel 1797. Mazzini non era neanche nato.
Suggestivo è il riferimento benignesco alle origini del Tricolore dalla Divina Commedia (Purg. XXX, 30-33), ma purtroppo l’attore toscano ignora che i colori bianco, rosso e verde del vestito di Beatrice indicano le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità e così il riferimento dantesco rimane monco.
Qualcuno poi dovrà spiegare a Bossi e alla Lega che il Tricolore nasce dallo stendardo della Lega lombarda (la croce rossa in campo bianco che proveniva dalle crociate) e che l’unità d’Italia è in gran parte un’ “impresa padana”.
Ma chissà se ascolteranno.
Per tornare a Benigni, ci sono poi le gaffe dovute all’ingarbugliamento verbale del comico, come quando ha detto che la cultura italiana esisteva prima della nazione: una cosa senza senso, chissà perché rilanciata dai tg come una geniale idea.
In realtà intendeva dire che la nazione e la cultura italiane esistevano prima dello Stato unitario (che è sorto appunto nel 1861).
Era uno spunto bello – quello della cultura italiana che precede lo Stato – che sarebbe stato da approfondire. Peccato che l’abbia lasciato cadere.
E peccato che l’orazione civile di Benigni abbia celebrato un Risorgimento da scuola elementare di cento anni fa.
E’ stato un alluvione di retorica da piccola vedetta lombarda. Ha narrato una favoletta piena di eroi giovani e forti (che sono morti) assai lontana dalla realtà dei fatti.
Non c’è stato nemmeno il sentore delle zone d’ombra, degli errori e pure degli orrori della “conquista piemontese”.
Detto questo credo che Benigni sia stato grande e abbia fatto comunque una grande cosa.
Prima di tutto per la sua emozione e la sua commozione che ci hanno toccato il cuore e che ci hanno fatto sentire come nostro perfino un inno nazionale improbabile e per certi aspetti imbarazzante.
Il caso Benigni è emblematico. Nessuno ha riflettuto su quanto sia singolare che a un comico sia di fatto affidata l’unica vera celebrazione del 150° dell’Unità d’Italia (in effetti la performance di Benigni a Sanremo era più attesa dei discorsi ufficiali del presidente Napolitano).
In realtà c’è una ragione profonda. E’ data dal fatto che, dopo il fascismo, che ridusse l’amor di patria a una macchietta comica prima e tragica poi (per il nazionalismo, il colonialismo e la catastrofe bellica), le sole due modalità che gli italiani, nel cinquantennio repubblicano, si sono concessi per essere patriottici sono state il calcio (lo stadio, dove giocava la Nazionale, è diventato l’unico posto dove sventolavamo il Tricolore) e la comicità (vedi “La grande guerra” interpretata da Gassman e Sordi, per fare un esempio).
Il registro comico ci permette infatti di dirci che siamo fieri di essere italiani (specie col mito “italiani brava gente”), ma con un sorriso rassicurante, col sottinteso cioè che non ci prendiamo troppo sul serio e nessuno si sogna più di emulare la Roma imperiale: infatti gli italiani possono essere solo “eroi involontari”, proprio come Gassman e Sordi in quel capolavoro di Monicelli.
Anche il palcoscenico della celebrazione di Benigni era emblematico: il festival di Sanremo e la Tv.
Emblematico perché (primo) Festival e Tv sono il tempio del sentimento nazional-popolare, (secondo) perché rientrano perfettamente nello stereotipo più diffuso e banale – gli italiani spaghetti e mandolino – e (terzo) perché confermano perfino lo stereotipo colto per il quale – in fin dei conti – la nostra arte e la nostra cultura ci fanno da duemila anni il cuore del mondo (del resto il Festival si vanta di essere “la musica italiana”).
C’è un’altra piccola rivoluzione memorabile compiuta da Benigni: per un cinquantennio la parola “patria” è stata un tabù per la Sinistra comunista e per la cultura ufficiale. Bastava pronunciarla per essere accusati di fascismo.
Non solo. I comunisti avevano certamente dato un grandissimo contributo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, nella guerra partigiana, però il Pci era asservito a Stalin, a una potenza straniera minacciosa e nemica dell’Italia.
Per capire cosa significa ciò bisogna ricordare che nel momento più drammatico dello scontro fra mondo libero e Urss, attorno al 1948-1949, quando l’Armata Rossa si stava divorando mezza Europa, asservendo decine di Stati dell’Est europeo e arrivando fino a Trieste con mire fameliche e aggressive, uno come Enrico Berlinguer – il migliore di quel campo (a quel tempo leader della Fgci) – affermava che in caso di guerra i giovani non avrebbero combattuto contro l’Armata Rossa.
Fece indignare lo stesso De Gasperi che gli rispose di persona, con un suo duro discorso (il legame del Pci con l’Urss è durato a lungo: perfino i finanziamenti sovietici sono arrivati fino alla fine degli anni Settanta).
Ancora negli anni Ottanta – nella decisiva vicenda degli euromissili (che poi porterà tali cambiamenti a Mosca da provocare il crollo del comunismo) – il Pci, anziché schierarsi con la Nato per far fronte alla minaccia dei missili sovietici puntati sull’Europa, scelse un “pacifismo” che di fatto significava non difendere gli interessi nazionali e avvantaggiare l’Urss (chissà se il presidente Napolitano ricorda…).
Ciò detto che oggi si possa parlare di “patria” senza più i tabù ideologici del passato, come ha fatto Benigni, è una gran bella cosa. Che tutti insieme ci si possa riconoscere nel nostro passato e nel nostro Paese, come una sola famiglia è meraviglioso.
Tanto più in questo anniversario dei 150 anni dell’unità nazionale, nel quale il Paese sembra dilaniato dagli odi e il disprezzo reciproco quasi rende impossibile riconoscersi come un solo popolo.
Benigni si è trovato a svolgere un ruolo che non dovrebbe essere affidato a un attore, specialmente a un attore comico, ma ha trovato nella propria religiosità il modo per cantare un inno che ci ha unito e che nessuno avrebbe potuto restituire con eguale semplicità. Per qualche minuto sugli odi e sul disprezzo reciproco ha prevalso in tutti la sensazione di essere un popolo. E ha prevalso l’amore per quella cosa bellissima che si chiama Italia.
sabato 12 febbraio 2011
Altro ex comunista DOC condivide quanto scriviamo da sempre sulle intercettazioni!
Calvi: «Una vergogna, non esiste il dovere di pubblicare tutto»Guido Calvi. Per il membro del Csm, lo scambio continuo tra pm e giornalisti «nuoce alla formazione della prova». E la divulgazione delle intercettazioni in tempo reale è «una vergogna».
Sulle pagine del Corriere della Sera Luciano Violante ha denunciato il rapporto perverso fra informazione e giustizia, rappresentato dalla pubblicazione indiscriminata di intercettazioni e atti coperti dal segreto istruttorio. Quindi ha esortato tutti a trovare un equilibrio fra riservatezza delle indagini, garanzia della privacy, e diritto dell’opinione pubblica a conoscere. Un intervento, quello dell’ex presidente della Camera, che potrebbe animare a sinistra un dibattito sulle ragioni di un autentico garantismo, rompendo luoghi comuni e pigrizie intellettuali troppo a lungo coltivate. L’ex magistrato non è il primo né l’unico, nel suo schieramento, a porre con forza il valore delle garanzie giuridiche e costituzionali contro la spirale giustizialista in corso dal periodo di Mani Pulite. Il tema appassiona da tempo Guido Calvi, avvocato e per anni parlamentare del Pci dei Ds, oggi consigliere laico del Csm. Calvi individua l’«anomalia» italiana nell’attenzione ossessiva politica e dei media alla fase preliminare dell’attività giudiziaria: un fenomeno che porta la stampa a pubblicare contenuti completamente estranei all’inchiesta, privi di qualunque rilevanza penale e oggettiva, con grave danno per i cittadini e per le stesse indagini.
È in atto un processo di «barbarie giuridica» nella diffusione mediatica di intercettazioni e atti giudiziari?
È bene non usare espressioni esagerate. Il codice di procedura penale del 1989 aveva regolamentato in modo rigoroso le modalità delle intercettazioni. Uno strumento di indagine essenziale per scoprire reati gravi, è stato poi soggetto ad abusi e utilizzazioni distorte da parte di alcuni magistrati. E spesso ha finito per coinvolgere e screditare la privacy di persone completamente estranee alle indagini. Un ulteriore arbitrio è stato poi compiuto da parte dei giornali, che hanno divulgato in maniera abnorme il loro contenuto, violando la dignità e l’immagine di molti cittadini. Non credo affatto che esista un dovere per il giornalista di pubblicare ogni cosa. E, da sostenitore convinto della libertà di stampa, ritengo che chi intercetta e chi divulga debbano avere una solida cultura della giurisdizione.
Quale è la via di uscita dal rapporto perverso fra informazione e giustizia?
Esistono i limiti penali della querela per diffamazione, anche se sono assai deboli per risarcire il danno subito. Ricordo che nel 1996, assieme a Salvatore Senese, presentammo un progetto di legge in materia. Quel testo si basava sull’intangibilità delle intercettazioni e sull’assoluta disciplina nel loro uso. Imponeva la distruzione delle conversazioni estranee alle indagini e il divieto totale di pubblicazione fino al termine della fase istruttoria. Prevedeva poi una responsabilità per il pm e multe severe per i giornalisti, in caso di violazione del segreto. Ma la proposta, che aveva ottenuto un ampio consenso, rimase sulla carta. È questa la grave responsabilità della politica, che dovrebbe anticipare e governare i fenomeni, anziché strepitare quando viene toccato un suo rappresentante, o varare leggi deprecabili come fa l’attuale governo. Mi chiedo perché Silvio Berlusconi non abbia mai trovato il tempo di far approvare un provvedimento civile e garantista su questo tema.
Oggi siamo arrivati alla pubblicazione in tempo reale di sms privi di rilevanza oggettiva.
È questo il punto, la vera vergogna di questo paese. L’attenzione della stampa, e della politica, è tutta imperniata sulle intercettazioni, rispetto al momento cruciale e decisivo che è il processo. La prova di questa deriva è rappresentata dalla vicenda di Calciopoli: dopo il clamore per la diffusione dei colloqui degli indagati, nessuno ha seguito con la dovuta attenzione il dibattimento. E un’altra espressione di inciviltà è costituita dai processi celebrati e anticipati in tv. Pensi agli Stati Uniti, dove il fotografo non può nemmeno entrare in aula, e le udienze sono raffigurate dai disegni. Quella che stiamo vivendo è una stagione infernale, che oltre a violare i diritti del cittadino ha danneggiato anche le stesse indagini, la genuinità della formazione della prova. La quale rischia di essere influenzata proprio dalla simbiosi, dallo scambio reciproco di documenti fra magistrati e giornalisti, che va ben al di là del circuito mediatico-giudiziario di Mani Pulite. Quanto all’inchiesta della Procura milanese, mi domando poi quale fosse l’urgenza di conoscere e pubblicare le carte, visto che i pm hanno chiesto il giudizio immediato.
di Edoarpo Petti, venerdì, 11 febbraio 2011
[Fonte]
Un ex comunista DOC conferma quello che scriviamo da sempre!
LUCIANO VIOLANTE: INTERCETTAZIONI PUBBLICHE? ITALIA COME IL SUDAMERICA!
"Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni Paesi del Centro e Sudamerica". Lo dice in un' intervista al Corriere della Sera Luciano Violante (PD), a proposito dello spazio "spropositato" che l'informazione dedica alla cronaca giudiziaria e in particolare alle intercettazioni che finiscono sui giornali italiani. "C'é un intreccio malato - spiega Violante - tra indagini e informazione. Nell'antichità era pubblica l'esecuzione della pena che dimostrava la potenza del principe. Nell'età moderna la pubblicità riguarda il dibattimento che dimostra l'equità e la controllabilità del processo. Oggi, nell'età dei mezzi di comunicazione, non abbiamo ancora stabilito il giusto equilibrio tra riservatezza delle indagini, tutela dei diritti delle persone coinvolte e diritto dell'opinione pubblica di conoscere e controllare". Nel senso che "l'accertamento della responsabilità arriva troppo tardi - precisa l'ex presidente della Camera dei deputati - Interessano solo le indagini". "Altrove il giudizio penale é distinto dal giudizio politico e da quello morale". In Italia, prosegue, il problema non è quello dell'abuso delle intercettazioni, che "solo il magistrato può autorizzare" al contrario di altri Paesi in cui "polizia e servizi di sicurezza possono agire autonomamente". La differenza è che altrove "le intercettazioni non finiscono sui giornali".
"Cose del genere avvengono solo in Italia e in alcuni Paesi del Centro e Sudamerica". Lo dice in un' intervista al Corriere della Sera Luciano Violante (PD), a proposito dello spazio "spropositato" che l'informazione dedica alla cronaca giudiziaria e in particolare alle intercettazioni che finiscono sui giornali italiani. "C'é un intreccio malato - spiega Violante - tra indagini e informazione. Nell'antichità era pubblica l'esecuzione della pena che dimostrava la potenza del principe. Nell'età moderna la pubblicità riguarda il dibattimento che dimostra l'equità e la controllabilità del processo. Oggi, nell'età dei mezzi di comunicazione, non abbiamo ancora stabilito il giusto equilibrio tra riservatezza delle indagini, tutela dei diritti delle persone coinvolte e diritto dell'opinione pubblica di conoscere e controllare". Nel senso che "l'accertamento della responsabilità arriva troppo tardi - precisa l'ex presidente della Camera dei deputati - Interessano solo le indagini". "Altrove il giudizio penale é distinto dal giudizio politico e da quello morale". In Italia, prosegue, il problema non è quello dell'abuso delle intercettazioni, che "solo il magistrato può autorizzare" al contrario di altri Paesi in cui "polizia e servizi di sicurezza possono agire autonomamente". La differenza è che altrove "le intercettazioni non finiscono sui giornali".
giovedì 10 febbraio 2011
Ecco come “lavorano” i politicanti italici!
I dati, aggiornati al 27/1/2011, si riferiscono alle votazioni elettroniche valide svolte nel Parlamento dall'inizio della Legislatura. È dunque considerato assente il parlamentare che non partecipa al voto e che non risulta avere impedimenti per cause istituzionali (in missione). Sono esclusi i presidenti di Camera e Senato e i senatori a vita.
Dall'elenco si evince che molti percepiscono indebitamente lo stipendio.
Fra questi ve ne sono:
7 su 20 del PD,
1 dell'Italia dei Valori,
5 del gruppo misto,
1 dell'UDC,
4 del PdL;
1, Tremaglia ex PdL, ora Finiano di Futuro e libertà.
I parlamentari più assidui risultano essere:
14 su 20 del PdL,
4 della Lega,
2 soltanto del PD.
Di tutti gli altri partiti non ne figura nessuno.

Se non ora, quando? Bersani sta pensando di rinunciare a Di Pietro, forse.
Se non ora, quando? Bersani sta pensando di rinunciare a Di Pietro e non lo sopporta più, Di Pietro non sopporta più Bersani (perché in realtà non sopporta nessuno) e non bastasse è spuntato l’annunciato movimento di Santoro & Travaglio che attira decisamente Di Pietro: di che altro hanno bisogno, Pd e l’Italia dei valori, per divorziare? Calma, perché di buone ragioni ne avrebbero avute cento altre volte. Riassumiamo: il Riformista, ieri, ha raccontato di un sondaggio commissionato da Bersani secondo il quale le varie opposizioni potrebbero battere il centrodestra anche senza Di Pietro: questa la novità. Per centrodestra s’intende il Pdl più la Lega, e per opposizioni s’intendono il Pd più il Terzo Polo più Vendola, con Casini o Bersani candidati premier. Un Italia dei valori che corresse da sola, secondo lo stesso sondaggio, guadagnerebbe solo qualcosina. I vantaggi parrebbero evidenti per entrambe le parti. Di Pietro è in una leggera crisi di consensi o meglio ha smesso di crescere, e l’annunciato movimento di Santoro-Travaglio-Spinelli, a cui attaccherebbe immediatamente i canini, potrebbe sostituire il volano di Beppe Grillo che nel tempo si è affievolito sino a scomparire o peggio ancora a fargli concorrenza diretta: senza contare che il comico, tu guarda, Di Pietro non lo sopporta più. Mentre il neo movimento, in periodo di elezioni, potrebbe assicurare manifestazioni e piazzate e comizi e insomma quel casino extraparlamentare di cui il molisano ha terribilmente bisogno, a quanto pare.
Effetto ammucchiata
Dall’altra parte, invece, c’è l’alleanza di sinistra che deve scongiurare l’effetto-ammucchiata (anche detto effetto-Prodi) e non avrebbe dubbi su chi sacrificare tra Vendola e Di Pietro, gettando quest’ultimo tra le braccia dei neo-comunisti di Ferrero e Diliberto. Al di là di questo, di ragioni per divorziare ce ne sarebbero comunque un milioncino. Per tre anni Di Pietro ha succhiato consensi al Partito democratico con la faccenda della «opposizione unica» che ha attratto l’area più movimentista del partito (giovani, blogger, grillini) e pagando così carissimo il peccato originale veltroniano. Di Pietro e Veltroni si incontrarono il 10 febbraio 2008: tempo tre giorni e avevano raggiunto un accordo per le elezioni di aprile. Disse Tonino: «Con Veltroni abbiamo fatto un accordo programmatico, politico e progettuale.... un percorso che porterà alla possibilità di una nostra confluenza in un unico partito e in un unico gruppo parlamentare». Sembrava una cosa seria. Tonino era stato chiaro: «L’Italia dei Valori creerà un unico gruppo con il Pd con l’obiettivo di confluirvi». Unico gruppo. Confluire. Le parole erano quelle: tanto per chiarire che cosa non gli passerà neppure per l’anticamera del cervello. Eppure lo disse una terza, una quarta, infinite volte: «Saremo alleati fedeli, abbiamo sottoscritto un programma con il Pd e per noi quel programma è il Vangelo». Passavano solo cinque giorni e già Di Pietro cominciava a smarcarsi: «Non scioglierò l’Italia dei Valori e non ho mai detto una cosa del genere, questo non significa che non formerò un unico gruppo elettorale del Pd». Il resto della storia si sa. Di Pietro - si disse - era lo spauracchio che doveva tenere sottotraccia i grillisti e i forcaiolisti del Paese, l’antipolitica, queste cose: neppure qualche mese dopo, a Pd già vampirizzato, Veltroni diede segni di ravvedimento: «Se Di Pietro fosse rimasto fuori dell’alleanza, avrebbe usato in campagna elettorale i toni che lo hanno caratterizzato nei mesi successivi. Per questo non sono pentito della scelta che ho fatto». Insomma non si pentì, cosicché Di Pietro si tenne ben stretto l’antiberlusconismo e lo usò anche contro il Partito democratico. C’è un episodio, misconosciuto, che rende l’idea: Veltroni, come appariva logico, nel 2008 chiese a Di Pietro di non ricandidare nelle sue liste chi era rimasto fuori da quelle del Pd; Di Pietro invece chiese a Veltroni di non ricandidare nel Pd chi avesse già fatto tre legislature, come chiedevano i grillini e come l’amico Walter aveva in parte già fatto; l’accordo fu siglato e Veltroni non ricandidò per esempio Giovanni Paladini, Renato Cambursano e Giuseppe Giulietti: dopodiché - fantastico - Di Pietro andò da ciascuno di loro e gli offrì di candidarsi con l’Italia dei Valori. Diverranno suoi parlamentari e lui ridiscenderà nelle piazze a raccogliere firme contro i parlamentari con più di due legislature.
Detto questo, Di Pietro ha continuato a vampirizzare il Pd per tutto il tempo: l’idea di Veltroni di non ossessionarsi sull’avversario - addirittura spingendosi a non nominarlo - convinse Tonino che era maturo il momento di ergersi a «unica opposizione».
Il vampiro Tonino
L’Italia dei valori, alle elezioni, beccò il 4,4 per cento alla Camera e il 4,3 al Senato, non raddoppiando l’esito del 2006 ma quasi. In Molise Di Pietro superava anche il Partito democratico. Dopo il voto, come detto, lasciò subito intendere che a confluire nel Partito democratico non ci pensava neanche. Figurarsi il fare un gruppo unico: aveva subito lasciato intendere che un gruppo comune, al minimo, avrebbe dovuto avere le diciture «Italia dei Valori» e «Partito democratico» sullo stesso piano dignitario. Dirà Veltroni: «Visto che aveva i deputati per fare un gruppo da solo, Di Pietro non ha esitato a stracciare un impegno preso con gli elettori». Avere dei gruppi propri alla Camera e al Senato significava rimborsi e benefici come segreterie, portaborse, consulenti e uffici. Facevano un altro milione di euro all’anno più i soldi per assumere una ventina di persone, uno ogni tre eletti. Anche il resto è noto. Di Pietro alle Europee arruolò una serie di vegliardi, abbandonati dal Pd, e il 4 giugno 2009 raddoppiò i voti: 7,98 per cento, il doppio o quasi rispetto alle politiche del 2008. Circa il 50 per cento dei voti risultarono smembrati dal Partito democratico. Più di recente, dettaglio non da poco, Di Pietro ha fornito il materiale umano per la transumanza di Razzi e Scilipoti nel centrodestra, confermando quanto sia facile fare shopping politico tra le sue file. Poi ci sarebbero tutte le differenze politiche tra la sinistra e l’Italia dei valori, ma non è il caso di stare a sottilizzare. Certo non ha aiutato il genere di polemica istruita da Di Pietro direttamente col Quirinale in tema di promulgazione delle leggi. Insomma, il divorzio s’ha da fare.
di Filippo Facci, 03/02/20
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sabato 5 febbraio 2011
Problemi di memoria, come al solito: G8 gratis, no grazie!
Gironzolando per l'immensa vastità del web ho trovato questa "vecchia" notizia. Molto interessante ancora oggi per quei politicanti che parlano del confltto d'interesse altrui e non vedono mai il loro, enorme ben più di una montagna.
G8 gratis, no grazie
Una società italofrancese era pronta a ricostruire l'isola sarda a sue spese. In cambio della gestione per 30 anni. Ma il governo Prodi cancellò l'accordo.Avrebbero dovuto risparmiare 327 milioni. Avrebbero potuto destinare ad altro i soldi pubblici bruciati in cantieri, adeguamenti e follie. Oltre alle indennità di missione e gli incarichi speciali per le strutture di Guido Bertolaso e Angelo Balducci, ora indagati per corruzione: il capo della Protezione civile a piede libero, l'ex soggetto attuatore in carcere dal 10 febbraio. Avrebbero, forse, evitato all'Italia l'ennesima fotografia di un Paese marcio fin dentro le procedure di spesa. Perché quello che è stato fatto sull'isola della Maddalena, con la scusa del G8, avremmo potuto costruirlo senza sborsare nemmeno un centesimo a carico dello Stato e della Regione Sardegna.
Questa è la storia di un progetto privato italofrancese che voleva trasformare l'Arsenale in grande polo turistico. Un progetto approvato con la firma di un protocollo di intesa il 29 luglio 2004, governo di Silvio Berlusconi, dall'Agenzia industrie difesa del ministero. E cestinato il 18 gennaio 2008, governo di Romano Prodi, con una lettera del capo di gabinetto del ministro della Difesa, Arturo Parisi. Quel giorno, un venerdì, il generale di corpo d'armata degli alpini, Biagio Abrate, comunica al consorzio italofrancese che "le ipotesi esplorate nel recente passato con codesta società da parte dell'Agenzia industrie difesa sono considerate superate dagli eventi e, pertanto, non più perseguibili".
Gli "eventi" sono la scelta di consegnare la proprietà dell'Arsenale alla Regione Sardegna e la decisione di organizzare il G8, poi trasferito da Berlusconi e Bertolaso a L'Aquila praticamente al termine dei lavori sull'isola della Maddalena. Il consorzio privato Sviluppo Sardegna nel 2009 presenta una richiesta di risarcimento danni al ministero della Difesa e al dipartimento della Protezione civile: 50 milioni di euro per i progetti, le relazioni, le fidejussioni e il lavoro prodotti. La richiesta, inoltrata come "atto stragiudiziale di diffida e messa in mora", verrà riformulata nei prossimi giorni con l'avvio di una causa civile. Un nuovo seguito giudiziario per le opere della Maddalena, su cui grava anche la sentenza del Tar del Lazio dopo la decisione dell'ufficio di Bertolaso di assegnare la gestione dell'Arsenale alla Mita Resort della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Un contratto scontato a 31 milioni una tantum versati alla Protezione civile e appena 60 mila euro all'anno di canone alla Regione Sardegna per 40 anni.
Il progetto preliminare della cordata italofrancese rivela fin dalle prime pagine la differenza tra quanto lo Stato e la Regione avrebbero risparmiato e quanto hanno invece speso e continueranno a perdere fino al 2049. L'interesse di Sviluppo Sardegna, a cui partecipa la società francese Spada specializzata nella costruzione di porti, sono proprio i 600 posti barca dell'Arsenale. Quanto possono rendere è scritto nella prima pagina, al capitolo 'Il porto turistico', nel dossier finanziario del progetto coordinato dall'architetto Luigi Cosseddu: "La costruzione comporterà la concessione dei posti barca con ritorno totale di euro 126.254.194 tasse escluse e ripartito dal 2006 al 2008". Potrebbero essere questi i ricavi già nei primi due anni della Mita Resort di Emma Marcegaglia a fronte di una spesa per 40 anni di concessione di 33 milioni e 400 mila euro (31 milioni una tantum e 60 mila euro di canone annuo).
"Nel 2004 chiedevamo al ministero della Difesa la concessione per trent'anni del porto e di tutte le strutture", spiega Serafino Cosma Musu, rappresentante in Sardegna del progetto italofrancese: "In cambio la società si impegnava a finanziare e a ricostruire tutto l'Arsenale, comprese le caserme non toccate dal piano per il G8 e il lungomare. Oltre alle strutture del porto turistico, avremmo realizzato alberghi, residence, appartamenti, negozi e un'area cantieristica per yacht e barche a vela più una porzione riservata alla Marina militare. Solo per la costruzione della zona del porto era prevista una spesa di 42 milioni. L'esperienza dei nostri partner francesi insegna che quando sono gestite bene, le concessioni dei posti barca e dell'indotto immobiliare nei porti turistici possono ripagare su lunghi periodi anche investimenti impegnativi come il nostro". Secondo il protocollo di intesa, il nuovo Arsenale sarebbe stato gestito da una società mista composta all'80 per cento da Sviluppo Sardegna e al 20 per cento dall'Agenzia industrie difesa, con capitale sociale di 100 milioni. E una clausola: "Al termine dei 30 anni l'Arsenale tornerà nelle disponibilità dell'Agenzia industrie difesa nello stato di fatto in cui si troverà, comprese le opere realizzate".
Quando il governo Prodi decide di portare il G8 alla Maddalena, il progetto viene adeguato alle nuove esigenze. Il prezzo dell'operazione sarebbe passato così da 586 a 694 milioni, sempre a carico dei privati. "Il costo totale del nostro progetto è superiore perché riguarda tutta l'area dell'Arsenale e non soltanto la parte che si affaccia sul porto turistico, come è stato fatto per il G8. Noi non facevamo nulla gratis: ci avremmo guadagnato nella gestione trentennale degli affitti, delle concessioni, del mercato immobiliare. Ma lo Stato avrebbe avuto un risultato migliore a costo zero. Un paragone può essere fatto con i costi di costruzione al metro quadrato. I nostri, anche considerando un 20 per cento di incremento per l'urgenza del G8, non superavano mai i duemila euro al metro". Il sistema Bertolaso-Balducci ha invece stimato l'urgenza con un incremento di soldi pubblici versati alle imprese del 57 per cento. E un costo al metro quadro che meriterebbe qualche ulteriore indagine: 4.345 euro.
Il progetto, poi bocciato, prevede anche l'assunzione di tutti i dipendenti dell'Arsenale militare rimasti senza lavoro. E rivela che al momento in cui la gestione degli appalti per il G8 viene affidata al capo della Protezione civile, oltre a quello italofrancese esistono altri quattro i progetti: "Tra questi, il Gruppo Colony Capital, proprietario della Costa Smeralda, e il gruppo dell'Aga Khan, che intendeva riprendere con la Maddalena i discorsi turistici interrotti in Sardegna... Apparivano più articolati il progetto della Regione Sarda (un acquario, istituti di ricerca, comunque a basso profitto) e quello del Gruppo Ligresti, attraverso l'immobiliare Lombarda (realizzazione e vendita di assets, ma d'incerta garanzia di redditività nel tempo, almeno per l'economia dell'isola)". Tutti progetti che però hanno qualche difetto: non sfruttano i finanziamenti pubblici dei decreti d'urgenza, sono a scatola chiusa e per questo non possono essere assegnati agli amici degli amici.
di Fabrizio Gatti
[Fonte]
venerdì 4 febbraio 2011
Ecco le vere intenzioni di Santoro e Travaglio: fondare il partito delle toghe
I due tribuni del giustizialismo firmano un manifesto anti-Berlusconi e annunciano un nuovo movimento girotondino: si chiamerà "Per legittima difesa"Il partito dei Pm sente l’odore della vendetta.
ono convinti di poter finalmente correggere la storia ed eliminare l’anomalia Berlusconi. L’offensiva ha tutte le caratteristiche di un assalto finale. È giudiziaria. È culturale. È ideologica. La parte giacobina della magistratura è il braccio armato, ma ora è nato anche il movimento politico di riferimento, che va oltre il Pd e i dipietristi, è un movimento che non ha alcuna rappresentanza in Parlamento e si propone come intellighentia forcaiola della piazza anti Cav. Il nome fa capire che qualsiasi azione contro Berlusconi è lecita, è moralmente giustificata: «legittima difesa». È un modo per far capire al mondo che di fronte a una situazione eccezionale, l’esistenza del Cavaliere, si può calpestare la democrazia, i diritti dell’uomo, le libertà fondamentali e anche sospendere la Costituzione. Insomma, la piazza giustizialista è sovrana ed è lei, attraverso i suoi rappresentanti, che può separare l’Italia in buoni e cattivi. Tutto quello che si fa contro i cattivi non è solo legittimo, ma addirittura è un dovere. Chi dovesse restare nella zona grigia diventa di fatto un collaborazionista. L’obiettivo ricorda quello dei Savonarola: estirpare il male, che in questo secolo ha assunto la forma del berlusconismo. Questo è il modo di pensare del movimento «legittima difesa ». Questa è una partita che rischia di cambiare per sempre il destino del nostro Paese. A questo punto bisogna capire se i partiti «democratici », in primo luogo il Pd, se la sentono di diventare strumenti nelle mani dei fondamentalisti. Purtroppo basta ascoltare Rosy Bindi, che pur zittita da Santoro sposa in pieno le sue tesi ad Annozero , per capire che la situazione è davvero compromessa. Chi sono i capi di questo movimento?
Un triumvirato di tribuni che da tempo considera la democrazia un’inutile perdita di tempo. Sono Michele Santoro, Barbara Spinelli e Marco Travaglio. Rinviata la manifestazione del 13 febbraio davanti al tribunale di Milano, il battesimo ufficiale del nuovo movimento avviene con una lettera di arrogante superiorità, una sorta di supplenza al vuoto dell’opposizione parlamentare.
A questa situazione di «via libera ai fondamentalisti » si è arrivati, infatti, dopo il naufragio del piano Fini sulla sfiducia del 14 dicembre. Lì gli antiberlusconiani si sono convinti che non sarebbe stato facile far cadere la maggioranza.
Non hanno neppure trovato l’appoggio di Napolitano, che secondo i piani del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, avrebbe dovuto essere il deus ex machina di un governo di salute pubblica.
Un esecutivo scelto dai tecnici senza alcuna legittimazione popolare, una sorta di commissariamento della democrazia, incapace di non votare Berlusconi. Il fallimento della sfiducia ai ministri Calderoli e poi Bondi, la nascita del gruppo parlamentare dei responsabili, la debolezza dei finiani, hanno disorientato gli antiberlusconiani che si sono ritrovati in una sorta di vicolo cieco. Come far cadere il legittimo governo del Cavaliere senza numeri in Parlamento, senza l’appoggio degli elettori e la manovre del Quirinale? È qui che la politica, l’opposizione, ha fatto la scelta scellerata: vendere l’anima al partito dei Pm. Da questo momento in poi tutto è diventato possibile. Berlusconi va fatto cadere anche a costo di dannare il futuro dell’Italia. L’offensiva è stata delegata alle procure. La Boccassini si è messa sulle tracce della sua preda. Ha costruito una macchina da guerra di intercettazioni e ha trovato subito l’appoggio della stampa giustizialista, che quotidianamente viene armata con verbali e carte segretate. L’obiettivo non è mai stato il processo, visto che i reati di cui viene accusato il premier mancano ancora di un elemento fondamentale. Non ci sono le vittime. Ci sarebbe un concussore senza concussi e un violentatore di minorenni senza violenza.
L’importante è sputtanare Berlusconi urbi et orbi, in Italia e all’estero. Va bene Micromega che paragona il berlusconismo al fascismo e anche le televisioni di culto francotedesche, come Artè, che intervistano quel santo del figlio di Ciancimino per spacciare un Cavaliere mafioso. Come ancora una volta la Bindi ha rivelato: a me non importa se Berlusconi sia colpevole o innocente. Si colpisce il premier e i suoi uomini. Si mandano i carabinieri a spogliare una giornalista de il Giornale e a perquisire case e redazioni. Si incrimina il ministro degli Esteri, Franco Frattini, di abuso d’ufficio e si comunica in tempo reale che è indagato.
La sua colpa? Aver rivelato quello che tutti sanno, procura di Roma compresa, ma che solo Fini continua a negare: la casa di Montecarlo è di suo cognato, Giancarlo Tulliani. La parola d’ordine è: screditare il Pdl, il suo capo, i suoi uomini, i suoi ministri e perfino i giornali d’area. Non c’è alcun pudore. L’aggressione è a volto scoperto.
Nel ’94, dopo Tangentopoli, i Pm avevano il Paese in mano e non hanno mai digerito che Berlusconi abbia cambiato la storia che loro volevano scrivere. Aver riportato il Paese alla normalità democratica è il peccato che il Cavaliere deve scontare. Le procure chiedono vendetta. E questa volta non faranno prigionieri.
di Salvatore Tramontano
giovedì 3 febbraio 2011
Il moralista smemorato: ovvero come essere incoerenti!
Il 19/6/2006 lo smemorato incoerente lanciava l'allarme.
" Siamo travolti dalle intercettazioni telefoniche. Ci piovono addosso decine di migliaia di frasi rubate."
Chi è il colpevole che dice queste cose così berlusconiane? Ed ancora:
" La magistratura pigra che abusa delle intercettazioni e non fa con misura il suo lavoro ".
" La bulimia intercettativa ha numeri spaventosi che oggi non hanno confronti internazionali. Ogni anno sono intercettate oltre un milione e 500 mila persone, 30 milioni negli ultimi 10 anni... Un effetto devastante per il diritto dei cittadini."
Metteva sotto accusa anche la stampa che:
" sbatte nero su bianco con chiacchiere telefoniche, nomni, facce, storie di sesso vero o presunto, turpiloqui, vaniloqui, millanteria e arroganza... chi fa sesso con chi, come, dove ".
" A chi fa i giornali " tuonava indignato " interessa solo raccontare la vita oscura, le miserie, le volgarità, le voglie, come se ci fosse un delizioso godimento a scoprire il mostro nella faccia dell'altro, nella vita degli altri. "
Ebbene da quanto si legge parrebbe uno dei soliti sermoni di un giornalista prezzolato al servizio di Berlusconi. Ebbne no, il quotidiano era
ecco perchè bisogna tener viva la memoria.
A scrivere quanto riportato, poco più di quattro anni fa sulla prima pagina del quotidiano la Repubblica, fu Giuseppe D'Avanzo il grande moralizzatore, adesso Commissario Davanzoni SPE, ma che all'epoca se la prendeva con i rivali del Corriere della Sera per l'indagine sul principe Vittorio Emanuele di Savoia.[Fonte]
Quanto ci costa il Quirinale? All'italico modo: troppo in ogni senso!
Mi era quasi passata innosservata la lettera di un connazionale che chiedeva lumi al giornalista Paolo Granzotto su quanto ci costa la presidenza della Repubblica. Sono rimasto basito nel leggere le cifre.
mercoledì 2 febbraio 2011
Il sequel continua: Per la casa di Montecarlo ora si muove la procura. E Frattini viene indagato
Con questa notizia siamo arrivati alle comiche. Saranno quelle finali.
Si dimetterà, come aveva pomposamente annunciato in questo video messaggio l'ex camerata bolognese Gianfranco Fini considerato che la casa di Monte Carlo lui l'ha venduta a suo cognato?
Un privato ha denunciato il ministro per la relazione fatta al Senato sui documenti trasmessi dal governo di Santa Lucia sulla proprietà della casa di An. E' indagato per abuso d'ufficioRoma - Il ministro degli Esteri Franco Frattini viene denunciato per abuso d'ufficio in seguito alla relazione fatta in Senato sui documenti trasmessi dal governo di Santa Lucia riguardanti la proprietà della casa di Montecarlo. E subito la procura di roma lo indaga per abuso d’ufficio. A questo punto il fascicolo sarà trasmesso nei prossimi giorni al tribunale dei Ministri.
Frattini denunciato La denuncia contro il titolare della Farnesina è stata presentata alla procura di Roma da un cittadino privato che non apparterrebbe a Futuro e Libertà in seguito alla relazione fatta aPalazzo Madama sui documenti trasmessi dall’autorità dell’isola caraibica Santa Lucia che riconducevano la proprietà della casa di Montecarlo venduta dall’ex Alleanza Nazionale al cognato di Fini, Giancarlo Tulliani. Il fascicolo delle indagini, svolte dal procuratore aggiunto Alberto Caperna, sarà trasferito tra domani e dopodomani alla competenza del tribunale dei ministri. A questo collegio la procura potrà chiedere o lo svolgimento di ulteriori accertamenti o l’archiviazione della denuncia. Intanto domani il presidente dei gip della capitale, Carlo Figliolia esaminerà la richiesta di archiviazione dell’indagine a suo tempo avviata dalla Procura per stabilire quale era la situazione della casa di Montecarlo affittata da Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di Gianfranco Fini.
Finiani subito all'attacco "E' solo il primo capitolo di una storia torbida di cui il ministro è stato protagonista", ha commentato il capogruppo Fli alla Camera, Italo Bocchino, osservando che "mai alla Farnesina si era visto un atteggiamento così scorretto e fazioso , e sarebbe opportuno capire meglio perché Frattini ha ricevuto quei documenti da Santa Lucia, quando li ha avuti e se per caso ha avuto qualche incarico segreto in merito, magari verso la fine del settembre scorso a New York". "Sarà la magistratura a valutare eventuali profili di rilevanza penale nel comportamento del ministro Frattini - ha fatto eco Fabio Granata - sul piano politico resta un atto gravissimo".
Sconfinamento istituzionale Critiche dal sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano all’iscrizione di Frattini nel registro degli indagati. "Finora certi pm hanno immaginato di sostituire il governo e le sue articolazioni nel contrasto all’immigrazione clandestina, nelle scelte sulla gestione dell’ordine pubblico, nelle questioni che, dal terrorismo al rapporto con i servizi di altri Stati, attengono alla sicurezza nazionale - ha osservato Mantovano - con l’iscrizione del ministro degli Esteri nel registro degli indagati, notificata, come sempre, a mezzo tg e agenzie di stampa, rivendicano al loro giudizio anche le modalità di corrispondenza fra il governo italiano e altri governi". "Ovviamente - ha quindi ironizzato il sottosegretario - questo non rappresenta sconfinamento istituzionale: è esercizio di controllo democratico. Quel controllo che impone all’Anm di dire con quale schieramento si candiderà alle prossime elezioni".
di Redazione, 1/2/2011
[Fonte]
Dubbio presidenziale
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| François Mitterrand |
E' più etico e internazionalmente stimabile un presidente della repubblica francese, omaggiato anche post mortem come grande statista, che per vent'anni ha avuto due famiglie parallele, con tanto di figlia tenuta segreta, oltre a qualche altra liason occasionale, o un presidente molto ricco che, separato, frequenta con troppe poche remore una nutrita schiera di giovani donne alla ricerca del modo o dei mezzi per sfangare una comparsata in tv o un po' di soldi facili?
O la differenza è solo nel fatto che la moglie di Mitterand non scriveva le sue pene e rabbie ai giornali confondendo le prime pagine con la "piccola posta del cuore"?
di Serena Gana Cavallo
[Fonte]
domenica 30 gennaio 2011
Ecco una valida testimonianza su come agiscono gli "intellettuali di sinistra".
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| Michele Santoro |
Fin dai tempi delle 800 firme degli intellettuali di sinistra contro il Commissario Calabresi, il cui animatore fu Adriano Sofri, segretario di Lotta Continua, che venne poi riconosciuto e condannato anche quale mandante dell'omicidio del Commissario, ed a quelle recenti a favore del pluriomicida Cesare Battisti, l'intervista fatta ieri, 29 gennaio, ad un noto giornalista estero - Martin Simek - definito il "Santoro" olandese, chiarisce oltre ogni ragionevole dubbio quella che è la ramificazione internazionale di questa pseduo intellighezia democratica di sinistra, capeggiata in Italia dal quotidiano la Repubblica, che ha fatto diventare un'arte, diffusa e coordinata insieme ad alcuni giornali esteri - il francese Le Monde, lo spagnolo El Pais ed il britannico Economist per citarne alcuni -.
Arte illustrata finemente nella lirica classica tratta dal Barbiere di Siviglia di G. Rossini:
La calunnia è un venticello
Un'auretta assai gentile
Che insensibile sottile
Leggermente dolcemente
Incomincia a sussurrar.
Piano piano terra terra
Sotto voce sibillando
Va scorrendo, va ronzando,
Nelle orecchie della gente
S'introduce destramente,
E le teste ed i cervelli
Fa stordire e fa gonfiar.
Dalla bocca fuori uscendo
Lo schiamazzo va crescendo:
Prende forza a poco a poco,
Scorre già di loco in loco,
Sembra il tuono, la tempesta
Che nel sen della foresta,
Va fischiando, brontolando,
E ti fa d'orror gelar.
Alla fin trabocca, e scoppia,
Si propaga si raddoppia
E produce un'esplosione
Come un colpo di cannone,
Un tremuoto, un temporale,
Un tumulto generale
Che fa l'aria rimbombar.
E il meschino calunniato
Avvilito, calpestato
Sotto il pubblico flagello
Per gran sorte va a crepar.
L'intervista spiega esattamente questo meccanismo e sul come colpisce chi non si adegua ad esso.
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| Martin Simek |
Anche il Santoro olandese bacchetta Annozero: "Regime in Italia? Non c'è mica il comunismo..."
Martin Simek è uno degli anchorman più famosi d'Olanda e si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria: "Santoro? Non è un giornalista ma un attore che recita male la parte del conduttore. Nel mio Paese non gli permetterebbero di fare un programma così fazioso"
Conosce bene l'Italia (si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria) ed è uno dei più noti giornalisti ed anchorman d'Olanda.
Martin Simek, che ne pensa di «Annozero»?
"Non mi piace. Questione di braccio".
Che braccio?
"Quello di Santoro, no? Avrà ben notato che per tutta la puntata non lo abbassa mai. Sempre lì a gesticolare...".
No, non l'avevo notato. Ma che c'entra?
"Quello è l'atteggiamento di un attore, non di un giornalista. Santoro recita, e male, la parte del conduttore. Come si fa a prendere sul serio uno che parla così... Dovrebbe prendere esempio da Celentano".
Il molleggiato?
"Certo. Lui sì che è affidabile: rilassato ma concentrato al tempo stesso. Quello che dice Celentano dallo schermo è genuino. Non dico che sia giusto o che la gente debba prenderlo per verità assoluta. Dico solo che quando Celentano dice una cosa, si vede che ci crede. E quindi induce il telespettatore ad ascoltarlo e a riflettere. E a trarre poi le proprie conclusioni autonome".
Come dovrebbe fare un buon giornalista.
"Già. Ma Santoro è l'opposto di questo. Lui non conduce un dibattito, ma fomenta lo scontro tra i vari ospiti. E tiene le redini del programma in modo da far passare per vera una tesi pregressa. Che, puntata dopo puntata, è sempre contro il vostro presidente del Consiglio".
A proposito del premier, lei gli ha appena dedicato un libro: "Berlusconi, una leadership moderna"
"Ma non sono un fan di Berlusconi".
Non lo metto in dubbio...
"Forse lei. Ma qui in Olanda io ho questa etichetta. Colpa di "Repubblica"".
Scusi?
"In genere in Olanda i giornalisti, ma accade in quasi tutto il nord Europa, quando devono parlare dell'Italia, leggono "Repubblica". E basta. Quindi chiunque tenti, come ho fatto io, di trattare il caso Berlusconi in modo freddo, distaccato, cercando di dare una visione analitica del fenomeno, e dunque senza parlare di regimi, viene indicato come fan del Cavaliere".
Martin Simek è uno degli anchorman più famosi d'Olanda e si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria: "Santoro? Non è un giornalista ma un attore che recita male la parte del conduttore. Nel mio Paese non gli permetterebbero di fare un programma così fazioso"
Conosce bene l'Italia (si divide tra Amsterdam e le coste della Calabria) ed è uno dei più noti giornalisti ed anchorman d'Olanda.
Martin Simek, che ne pensa di «Annozero»?
"Non mi piace. Questione di braccio".
Che braccio?
"Quello di Santoro, no? Avrà ben notato che per tutta la puntata non lo abbassa mai. Sempre lì a gesticolare...".
No, non l'avevo notato. Ma che c'entra?
"Quello è l'atteggiamento di un attore, non di un giornalista. Santoro recita, e male, la parte del conduttore. Come si fa a prendere sul serio uno che parla così... Dovrebbe prendere esempio da Celentano".
Il molleggiato?
"Certo. Lui sì che è affidabile: rilassato ma concentrato al tempo stesso. Quello che dice Celentano dallo schermo è genuino. Non dico che sia giusto o che la gente debba prenderlo per verità assoluta. Dico solo che quando Celentano dice una cosa, si vede che ci crede. E quindi induce il telespettatore ad ascoltarlo e a riflettere. E a trarre poi le proprie conclusioni autonome".
Come dovrebbe fare un buon giornalista.
"Già. Ma Santoro è l'opposto di questo. Lui non conduce un dibattito, ma fomenta lo scontro tra i vari ospiti. E tiene le redini del programma in modo da far passare per vera una tesi pregressa. Che, puntata dopo puntata, è sempre contro il vostro presidente del Consiglio".
A proposito del premier, lei gli ha appena dedicato un libro: "Berlusconi, una leadership moderna"
"Ma non sono un fan di Berlusconi".
Non lo metto in dubbio...
"Forse lei. Ma qui in Olanda io ho questa etichetta. Colpa di "Repubblica"".
Scusi?
"In genere in Olanda i giornalisti, ma accade in quasi tutto il nord Europa, quando devono parlare dell'Italia, leggono "Repubblica". E basta. Quindi chiunque tenti, come ho fatto io, di trattare il caso Berlusconi in modo freddo, distaccato, cercando di dare una visione analitica del fenomeno, e dunque senza parlare di regimi, viene indicato come fan del Cavaliere".
Beh, il "regime italiano" e l'"allarme democratico" sono peraltro due cavalli di battaglia della retorica nei programmi di Santoro.
"Ma non scherziamo. Io sono fuggito da Praga, la mia città natale, a vent'anni, quando arrivarono i carrarmati sovietici. Quello sì che era un regime".
E la libertà d'espressione, secondo lei, in Italia è garantita a tutti?
"Il fatto stesso che Santoro faccia un programma del genere lo conferma. In Olanda del resto non glielo permetterebbero. Lo fermerebbero prima".
Nei libertarissimi Paesi Bassi?
"Certo. Ma questo vale per quasi tutti i vostri talk-show".
Perché?
"Tutti che urlano, si interrompono, non si capisce niente".
Non si salva nulla?
"L'ultima volta che la vostra tv mi ha interessato è stato il 14 dicembre scorso".
Che programma era?
"La diretta da Montecitorio delle dichiarazioni di voto di fiducia al governo. Non molto emozionante, ma almeno lì i politici potevano fare un discorso senza essere interrotti. Da voi questo non capita mai".
Mi permette un'ultima domanda?
Prego"
Ma ha lei Berlusconi piace?
"Non mi piace non mi dispiace"
Una risposta più democristiana che olandese.
"Allora, le farò un esempio. Io adoro il tennis. Da sempre. Ma il tennis di oggi non mi piace molto. Non c'è più eleganza, classe o stile".
Dunque?
"Ora, anche se il tennis moderno non mi piace, non potrei mai negare che Nadal sia un campione assoluto, un fuoriclasse. E' il giocatore perfetto per questo tipo di tennis".
Quindi Berlusconi è il più bravo dei politici in una fase però in cui la politica è brutta?
"Esatto. Aspettate e vedrete. Berlusconi è stato un precursore. I prossimi grandi leader saranno simili a lui".
di Matthias Pfaender
"Ma non scherziamo. Io sono fuggito da Praga, la mia città natale, a vent'anni, quando arrivarono i carrarmati sovietici. Quello sì che era un regime".
E la libertà d'espressione, secondo lei, in Italia è garantita a tutti?
"Il fatto stesso che Santoro faccia un programma del genere lo conferma. In Olanda del resto non glielo permetterebbero. Lo fermerebbero prima".
Nei libertarissimi Paesi Bassi?
"Certo. Ma questo vale per quasi tutti i vostri talk-show".
Perché?
"Tutti che urlano, si interrompono, non si capisce niente".
Non si salva nulla?
"L'ultima volta che la vostra tv mi ha interessato è stato il 14 dicembre scorso".
Che programma era?
"La diretta da Montecitorio delle dichiarazioni di voto di fiducia al governo. Non molto emozionante, ma almeno lì i politici potevano fare un discorso senza essere interrotti. Da voi questo non capita mai".
Mi permette un'ultima domanda?
Prego"
Ma ha lei Berlusconi piace?
"Non mi piace non mi dispiace"
Una risposta più democristiana che olandese.
"Allora, le farò un esempio. Io adoro il tennis. Da sempre. Ma il tennis di oggi non mi piace molto. Non c'è più eleganza, classe o stile".
Dunque?
"Ora, anche se il tennis moderno non mi piace, non potrei mai negare che Nadal sia un campione assoluto, un fuoriclasse. E' il giocatore perfetto per questo tipo di tennis".
Quindi Berlusconi è il più bravo dei politici in una fase però in cui la politica è brutta?
"Esatto. Aspettate e vedrete. Berlusconi è stato un precursore. I prossimi grandi leader saranno simili a lui".
di Matthias Pfaender
[Fonte]
sabato 29 gennaio 2011
Qual'è e dov'è la verità?
Esattamente all'opposto di quello che dichiarano i signori giornalisti che sono presenti in questo video di Youtube.
Michele Santoro si sente il padrone della RAI TV e pretende di fare quello che vuole, ovvero raccontare a modo suo la cronaca, dimenticando che è un dipendente pubblico, che lavora per un servizio pubblico dal quale viene profumatamente e lautamente pagato da tutti i cittadini e non soltanto dalla sua parte politica.
giovedì 27 gennaio 2011
Ma chi ci crede più alla parola dell'ex camerata bolognese Gianfranco Fini? NESSUNO, o quasi tranne Bocchino e Briguglio!
Come un naufrago s’aggrappa alla sua zattera, così Fini s’aggrappa alla sua poltrona. Ben sapendo che è l’ultima cosa che gli resta per evitare l’immersione definitiva nel mare di guai che lo circonda. Sta andando a fondo e lo sa: sconfitto ieri sulla mozione Bondi, così come era stato sconfitto il mese scorso sulla sfiducia a Berlusconi, debole in Parlamento e inesistente fuori, inseguito fino dentro la cucina dalle ombre di Montecarlo, sbugiardato pubblicamente, affossato dai sondaggi e incapace di mantenere fede alla parola data, il leader che doveva essere il collante del nuovo centrodestra, riesce al massimo ad essere il collante del suo fondoschiena. S’appiccica alla cadrega, manco fosse il Vinavil, nella speranza di non perdere pure quella, dal momento che tutto il resto ormai l’ha perso. A cominciare dalla faccia.

E fa un certo effetto pensare che l’uomo che doveva fare a pezzi Berlusconi, ormai non ha null’altro che quello che gli ha dato Berlusconi: se in politica l’ingratitudine si potesse misurare, avrebbe la dimensione dello scranno più alto di Montecitorio. Le folle che applaudivano il presidente della Camera in Umbria sono svanite, il movimento sbanda, i sondaggi ormai rilevano percentuali da partito dei pensionati, gli alleati, a cominciare da Casini, si chiedono se non hanno sbagliato matrimonio, come quei mariti che scelgono le mogli per corrispondenza in Moldavia e poi si accorgono che non sono proprio un esempio di virtù. L’unica cosa vera che resta a Fini è quella che gli ha dato Berlusconi: la poltrona della sua vanità. Tra un po’ se la porterà anche a letto per paura che qualcuno gliela sfili via mentre dorme, lasciandolo col culo per terra, ancor più di quello che è già.
«Mio cognato mi ha detto che non c’entra niente con quelle società off shore», ha detto alla Stampa Fini. Ma certo. Poi magari gli ha anche raccontato che Santa Lucia è il nome del prossimo ospite del Festival di Sanremo, l’appartamento di Montecarlo è stato comprato da Mago Zurlì e che sopra al Principato ci sono i Tulliani che volano. Per carità, a tutto si può credere, persino che Bocchino possa guidare un partito. Ma nelle file dei finiani il nervosismo dilaga: si rendono tutti conto che la difesa non sta in piedi. E che si sono affidati a uno che perde regolarmente tutte le sue battaglie, portando i seguaci a schiantarsi, senza salvare niente e nessuno. A parte la sua poltrona, va da sé.
Ma che ci fa adesso con la poltrona, l’uomo che doveva dare un volto nuovo al centrodestra? Ha provato in tutti i modi a costruire qualcosa da quella posizione privilegiata, e l’ha fatto pure a costo di mettere a rischio l’istituzione che rappresenta, l’ha fatto usando i soldi della Camera per girare l’Italia a fare propaganda di partito, l’ha fatto svilendo l’imparzialità della sua funzione in una serie infinita di giochi faziosi. Ha usato e abusato di tutto, e che cosa ha ottenuto in cambio? Una sconfitta via l’altra. Povero Fini: voleva essere più grande di Aznar e Sarkozy messi insieme. Non riesce nemmeno ad essere il fratello scarso di Rutelli.
E colpisce adesso vedere come s’abbarbica alla seggiolina, ben sapendo che non gli resta altro. Il suo partito chiede le dimissioni di Berlusconi, Bondi, Calderoli, Minzolini, tra un po’ chiedono le dimissioni pure del ct della Nazionale e del direttore dell’Osservatore Romano. L’unico che pensa di non doversi dimettere è lui. E il suo fedele Briguglio, che per non essere da meno del capo, s’è incollato alla poltrona del Copasir. Che ci volete fare? Ormai il partito finiano non cerca più adesioni: cerca adesivi. Futuro, Libertà e Coccoina. Nei momenti difficili, si sa, ci si attacca a quello che si ha. E a Gianfranco non è rimasto più molto, a parte un cognato piuttosto imbarazzante.
D’altra parte, mettetevi nei suoi panni: se ora perde l’incarico di Montecitorio, quale futuro lo aspetta? Che incarico gli possono affidare? Assessore al traffico di Calamandrana Alta? Portaborse della Palombelli? Autore di testi televisivi per la suocera? «Se la casa di Montecarlo è di Tulliani, lascio» aveva dichiarato a settembre. Ecco, appunto: la casa è di Tulliani, ma lui si guarda bene dal lasciare. Tutt’altro. Si crogiola nel suo egotismo e continua a far finta di essere importante. Di faticare non ha mai avuto voglia, di presenziare ai lavori parlamentari nemmeno. In compenso gli piacciono le cerimonie in cui usa la poltroncina per specchiare la sua vanità: in poche ore infatti ha celebrato Tullia Zevi, Enrico Micheli e Mario Scaccia. Tre defunti, tre orazioni funebri: più che la Camera, una camera ardente. Perfettamente in sintonia, del resto, con il suo destino di uomo politicamente morto.
Per gli smemorati alla Totò: qui c'è il video della dichiarazione di Fini che si sarebbe dimesso se la casa di Monte Carlo sarebbe risultata di proprietà del cognato.
[Fonte]
Ecco come i pm hanno salvato Gianfranco e famiglia
L'hanno indagato il giorno della richiesta di archiviazione. E non hanno sentito né lui né il cognato. Le carte arrivate alla farnesina da Saint Lucia hanno spiazzato la Procura. Che non le aveva richieste.
Non è che bisogna pensar male per forza. Ma se si mettono a confronto i fatti, la disparità di trattamento fra Berlusconi e Fini è palese. Prendete Montecarlo. Il presidente della Camera e soprattutto suo cognato, Giancarlo Tulliani, parti attive e reticenti dell’affaire, non sono mai stati, dicasi mai, sentiti dagli inquirenti. Né come indagati né come persone informate sui fatti. Comportamento a dir poco inusuale quello dei pm romani, che a verbale si sono preoccupati di ascoltare soggetti vicini all’ex presidente di An ma non colui che un ruolo nel pasticciaccio monegasco l’ha comunque ricoperto. A dirla tutta Fini è stato poi iscritto nel registro degli indagati, ma fuori tempo massimo. E a differenza di quel accade solitamente durante le inchieste «politiche», la notizia dell’iscrizione non è trapelata.
Come mai? E come mai è stato iscritto a modello 21 per il reato di truffa insieme al tesoriere Francesco Pontone (lui sì, invece, costretto a sfilare a piazzale Clodio) solo al momento di richiedere l’archiviazione? Visti gli scivoloni dell’ex delfino di Almirante, i maligni pensano che a Fini sia stato evitato l’imbarazzo dell’interrogatorio per due ordini di motivi: da indagato, avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere o anche di mentire, ma in entrambi i casi ne sarebbe uscito a pezzi. Come testimone, invece, sarebbe stato obbligato a dire la verità, e in caso di menzogna sarebbe finito sotto processo per falsa testimonianza. E così il cognato. Salvati tutti e due, dunque, dall’incriminazione e dalla gogna mediatica.
Un modo di procedere curioso soprattutto verso Giancarlo Tulliani. Lui suggerisce a Fini di vendere l’immobile, lui è «in contatto» con la società off-shore che acquista la casa da An, lui da inquilino supervisiona i lavori di ristrutturazione, ed è in contatto anche con la seconda società off-shore proprietaria dell’immobile dove il giovane vive in affitto. Diciamo «soprattutto» alla luce di quanto riportato ieri dal Corriere della sera sulla convinzione dei magistrati romani che la proprietà dell’appartamento sia del celeberrimo cognato. C’è da chiedersi inoltre perché la procura di Roma fece trapelare la notizia che il famoso contratto d’affitto scovato dal Giornale con le due firme identiche nella parte del proprietario e dell’affittuario, riportava invece «due firme diverse». Finiani e giornali sinistri inveirono contro la macchina del fango, salvo poi essere sonoramente smentiti dagli stessi pm che nell’atto di chiusura indagini confermarono che le firme erano identiche. A dimostrazione che l’affittuario e il proprietario (e viceversa) erano la stessa persona. Sul punto la procura non s’è preoccupata di disporre una perizia calligrafica, che invece il Giornale commissionò a due esperti. Di più. I pm si sono mossi in modo anomalo: dapprima con due rogatorie su Montecarlo per sapere se il prezzo di vendita dell’immobile era stato «congruo» o meno.
A detta delle toghe era fondamentale capire se la casa era stata svenduta. Ma quando la risposta delle autorità monegasche è arrivata sul tavolo del procuratore capo Ferrara s’è capito che per Fini si sarebbe messa male: l’appartamento acquistato dalle società off-shore di Saint Lucia, secondo stime dell’epoca ricostruite dall’associazione degli agenti immobiliari di Monaco, era stato venduto a un valore tre volte inferiore rispetto alle stime di mercato. Sembrava finita per il presidente della Camera. E invece, a sorpresa, dopo aver sprecato tempo e denaro per svolgere accertamenti approfonditi ipotizzando il reato di truffa (rogatorie a Montecarlo, perquisizioni nella sede del partito in via della Scrofa) improvvisamente le toghe capitoline si sono rese conto che quanto fatto fin lì non andava fatto essendo palese la «non competenza penale» a indagare trattandosi, invece, di materia da codice civile.
«Qualsivoglia doglianza sulla vendita prezzo inferiore - scrivevano i pm - non compete al giudice penale ed è eventualmente sanzionabile nella competente sede civile...».
E ancora. La procura, in un suo comunicato, s’è preoccupata di mettere nero su bianco lo stato «fatiscente» dell’appartamento basandosi esclusivamente sulle parole di persone vicine al presidente della Camera (il deputato Donato Lamorte e altri) e non su quanto riferito in senso inverso da altri testimoni oculari che in quell’appartamento ci sono stati di persona. Perché? E perché l’ufficio del procuratore Ferrara non ha sentito il bisogno di ascoltare le persone che pubblicamente hanno dato la loro disponibilità a confidarsi con la magistratura (il titolare della Tecabat che svolse i lavori di ristrutturazione, gli impiegati del mobilificio che vendettero la cucina Scavolini a Elisabetta e Gianfranco, l’imprenditore Garzelli in possesso di clamorose mail inviate dalla compagna di Fini, e così via)? Perché la procura non ha approfondito il giallo delle altre richieste d’acquisto dell’immobile, documentate dalla stessa autorità giudiziaria e confermate dal tesoriere Pontone, a cui il partito non ha dato seguito? Prendendo in prestito il pensiero corrente riassunto dal sito Dagospia, stavolta è andata a segno «l’infallibile ricetta di piazzale Clodio: domande non fare, risposte non avere». Questo spiegherebbe la sorpresa dei vertici di piazzale Clodio alla notizia dell’arrivo, via Farnesina, delle conclusioni delle indagini del ministero della giustizia di Saint Lucia che incastrerebbero definitivamente Giancarlo Tulliani: «Ma noi mica le abbiamo richieste...».
di Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica
[Fonte]
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