domenica 3 aprile 2011

Pensioni di platino!

Lavoratori per un giorno, pensionati per la vita


Scalfari, deputato per 3 anni, incassa oltre 3mila euro al mese. Non èil solo privilegiato: da Ciampi a Toni Negri, quando bastano poche mensilità di contributi per vitalizi d’oro. Il radicale Boneschi fu in carica solo il 12 maggio 1982: in pensione a 44 anni

Fino a 65 anni? Trentacinque anni di contributi? Quaranta? Quanto pensate di dover ancora faticare prima di poter battere cassa all’Inps? E vabbè, consolatevi: ci sono alcuni italiani che, a differenza vostra, da tempo ricevono la pensione avendo lavorato la bellezza di una settimana. O, meglio, la bellezza di un giorno. Proprio così: un solo giorno di lavoro, pensione per il resto della vita. Vi sembra strano? Forse. Ma vi sembrerà un po’ meno strano appena conoscerete il lavoro (si fa per dire) svolto dai fortunati sogget­ti. Si tratta, in effetti, di ex parlamentari. 
Cominciamo dall’avvocato Luca Boneschi? Ma sì, cominciamo da lui: eletto per i radicali nel collegio di Como, fu proclamato deputato il 12 maggio 1982; il giorno dopo, il 13 maggio 1982, terminò ufficialmente il mandato. Ventiquattr’ore in carica, nemmeno una presenza in aula. L’unico suo atto formale alla Camera? La lettera di dimissioni. Non si può dire che fu una gran fatica l’attività a Montecitorio dell’avvocato Boneschi. Epperò è valsa una sempiterna rendita che, secondo quando dichiarò lo stesso Bone­schi, gli è stata gentilmente offer­ta addirittura nel 1983. Cioè quan­do aveva appena 44 anni. Da allora quella pensione la riceve regolarmente ogni mese: 3.108 euro lordi, 1.733 netti. Vi sembrano po­chi? Dipende dai punti di vi­sta, si capisce: c’è gente che dopo aver lavorato fino a ro­vinarsi la salute prende me­no di un terzo. L’avvocato Boneschi, invece, se li è ag­giudicati con un giorno di contributi. La stessa cifra (3.108 euro lordi, 1.733 net­ti) spetta anche a due altri ex parlamentari radicali, Piero Craveri a Angelo Pez­zana. A loro, però, è toccata una fatica maggiore: un’in­tera settimana in carica. Il primo fu iscritto al Senato il 2 luglio 1987 e si dimise il 9 luglio; il secondo fu iscritto alla Camera il 6 febbraio 1979 e si dimise il 14 febbra­io. Un’intera settimana da parlamentari? Accipicchia, non si saranno stancati? Ma no, non preoccupatevi: an­che per loro l’impegno è sta­to limitato. Un’unica sedu­ta. Che ha fruttato bene, pe­rò. Va detto, a onor del vero, che il cavillo che ha permes­so questo scandalo è stato abolito. Adesso le norme so­no più severe: bisogna stare in Parlamento almeno 5 an­ni per avere la pensione. Certo: 5 anni sono sempre pochi rispetto ai 35-40 ri­chiesti ai cittadini normali, ma è un primo passo. Eppe­rò il dubbio resta: perché quelli che hanno lavorato un giorno solo la pensione continuano a prenderla? Si capisce: i diritti acquisiti non si toccano. Ma siamo si­curi che prendere 3.108 eu­ro al mese per tutta la vita in virtù di un giorno passato a Montecitorio sia un diritto? Non sarà un’ingiustizia? O uno scandalo? E chi l’ha det­to che gli scandali acquisiti non si toccano? Paolo Prodi, Toni Negri, Eugenio Scalfari. Anche perché di quelle norme sciagurate so­no stati in tanti ad approfit­tare. Il più famoso è sicura­mente Toni Negri, il cattivo maestro dell’Autonomia operaia. Fu parlamentare 64 giorni (dal 12 luglio al 13 settembre 1983), il tempo necessario per scappare in Francia, sottrarsi alla giusti­zia italiana e assicurarsi un vitalizio di 3.108 euro al me­se da quello Stato borghese che voleva abbattere. Uno sforzo maggiore è toccato a Paolo Prodi, fratello di Ro­mano: è stato in Parlamen­to 126 giorni per maturare la medesima pensione (3.108 euro). 
Ed Eugenio Scalfari? Da grande esperto di economia, non ha mai perso occasione di spiegare quanto sia giusto che le ren­dite previdenziali siano cor­rispondenti ai contributi versati. Perfetto: ma come spiega che, con questo siste­ma, un operaio per avere dall’Inps mille euro al mese deve lavorare 35 anni e inve­ce lui ne prende 3.108 con appena 3 anni e mezzo di at­tività in Parlamento? 
L’Inpdap di Andreotti. Ma la dif­ferenza tra versamenti effet­tuati e vitalizi maturati non riguarda solo le pensioni parlamentari. Abbiamo già citato i casi Oscar Luigi Scal­faro (4.766 euro netti dal­l’Inpdap per tre anni lavora­ti come magistrato) e di Ser­gio D’Antoni (in pensione Inpdap a 55 anni con 40 an­ni di anzianità di servizio da docente universitario). Va ricordato anche il caso di Andreotti, che come Scalfa­ro, è entrato in Parlamento nel 1946 e non ne è più usci­to. Eppure è riuscito a matu­rare il diritto a due altre pen­sioni, che ovviamente som­ma alla sua indennità da se­natore: una dall’Inpdap PREMIO Per Publio Fiori 22mila euro netti al mese: aumentato il suo assegno da vittima Br (3.440 euro netti al mese) che riceve dal 29 giugno 1992 e una dall’Inpgi (66.126 euro lordi l’anno) che intasca dal gennaio 1977, cioè da quando aveva 58 anni. Quando e come avrà versato i contributi suf­ficienti per garantire una co­sì lunga rendita? Per carità, tutto lecito, a norma di leg­ge, come sempre. Ma sicco­me lui ci aveva insegnato che a pensare male la si az­zecca, ci sia concessa una domanda: non è che una parte di quei contributi (co­siddetti «figurativi») glieli abbiamo offerti di tasca no­stra? Le tre pensioni (più stipendio) di Ciampi. Paradossalmente, uno degli enti più generosi nel regalare previdenza a buon mercato è sempre sta­ta Bankitalia. Proprio così: l’istituto che ogni momento chiede severità per i cittadi­ni ha sempre usato un altro metro per i suoi dirigenti. Ri­gore? Corrispondenza fra rendite e contributi versati? Macché: baby pensioni e pensioni d’oro per tutti. Fra i beneficiati anche Lamber­to Dini, che dal 1994 incas­sa 18mila euro al mese (cui poi ha aggiunto una pensio­ne Inps) e Carlo Azeglio Ciampi, che incassa addirit­tura due pensioni Bankita­lia, per un totale di 30mila euro, cui si aggiunge una pensione Inps e lo stipen­dio da parlamentare. Gra­zie a queste quattro entrate l’ex Presidente della Repub­blica ha dichiarato nel 2009 guadagni pari a 740.651 eu­ro, di cui 687mila come «red­diti da lavoro dipendente e assimilati ». 
Il record­man della previdenza, pe­rò, è Publio Fiori: più volte sottosegretario dc, ferito gravemente nel 1977 dalle Br, dal 1994, cioè da quan­do aveva 56 anni, usufrui­sce di una ricca pensione Inpdap che (giustamente) gode della esenzione totale delle tasse prevista per le vit­time del terrorismo: fino al 31 dicembre 2009 ammon­tava a 14.590 euro al mese, ma dal 1 gennaio 2010 è sta­ta ritoccata all’insù. Sarà stata giudicata insufficien­te? Forse. Comunque ora Fiori prende 184.634 euro l’anno, cioè quasi 16mila euro netti al mese. A cui van­no aggiungi i 10.631 euro lordi della pensione da par­lamentare per un totale di oltre 22mila euro netti (net­ti!) al mese. Grazie all’au­mento, ovviamente. Ai giudici della Consulta 20mila euro (più autista). Gli ex giudi­ci della Corte Costituziona­le in media prendono una pensione da 253mila euro lordi l’anno, circa 20mila al mese.L’ex presidente Gusta­vo Zagrebelsky, per dire, ne prende 21.332 (12.267 net­ti). A questa somma si ag­giunge però la superliquida­zione che viene incassata al momento dell’addio:Zagre­belsky, per esempio, ha otte­nuto 907mila euro lordi, 635mila euro netti. Com’è possibile? Semplice: il man­dato del giudice costituzio­nale, per quanto più pagato, è assimilato formalmente a un qualsiasi rapporto di pub­blico impiego. E quindi, ai fi­ni pensionistici, si può ricon­giungere con gli altri anni passati nel settore statale. Il prof Zagrebelsky, per esem­pio, ha sommato gli anni tra­scorsi all’università ed è arri­vato a 38 anni di anzianità la­vorativa, tutti ricalcolati sul­l­a base del superstipendio al­la Consulta. E chi non ha tra­scorsi nel settore statale? Non c’è problema: per Fer­nanda Contri, per esempio, la preferita di Oscar Luigi Scalfaro, che faceva l’avvo­cato, è stata fatta un’apposi­ta leggina. E così le sono ba­stati 9 anni alla Consulta per assicurarsi una liquidazio­ne di 222mila euro e un vitali­zio di 10.934 euro lordi al me­se (6.463 netti). Se poi tutto ciò non bastasse agli ex giu­dici vengono garantiti an­che molti benefit, a comin­ciare dall’auto blu con auti­sta a domicilio per il resto della vita: il regolamento, pi­gnolissimo, prevede che sia­no a carico dello Stato an­che le spese per le riparazio­ni dell’auto, il garage, il ma­teriale di consumo etc etc, fi­no a paraflu, spugna e pelle di daino. Si capisce: uno che prende 21.332 euro al mese, può mica permetterseli, no? Bando alle ciance e si proce­da: pelle di daino e paraflu gratis per il pensionato d’oro della Consulta. Chi prende la minima dell’Inps è lieto di contribuire.


Origine della Fonte

Pensionati d'oro!

Senza vergogna

Un moralizzatore in pensione a 44 anni? Di Pietro - (circa 2mila euro al mese) - La moglie di Bossi? a 39 anni - Il banchiere d’oro: Rainer Masera in pensione a 44 anni (prende 18mila euro) - Marrazzo a 52 anni: solo 2000 euro al mese - il pasdaran dei finiani Fabio Granata in pensione a 50 anni. E che ha subito unito il baby vitalizio (8.000 euro) al maxistipendio da onorevole...

Qualche anno fa scrisse su Oggi, che bisogna «disboscare il sistema previden¬ziale di tutte le rendite parassitarie e esa¬gerate ». E chissà se fra le rendite parassi¬tarie ed esagerate considerava anche quella di chi va in pensione a solo 44 an¬ni, prende circa 2mila euro al mese e poi cumula quell'assegno con uno stipendio da parlamentare. Perché se fosse così Antonio Di Pietro, l'eroe di Mani pulite, il moralizzatore d'Italia, l'uomo che tuona contro ogni privilegio, dovrebbe cominciare a disboscare la sua, di rendita.

In effetti: che c'azzecca, per dirla in diepietrese, un 44enne con la pensione? Eppure eccolo lì: 1 settembre 1995, decorrenza originaria, numero iscrizione 03167..., codice fiscale DPTNTN50etc, il cedolino «in carico alla provincia di Bergamo » che ogni mese fa transitare sul conto corrente dell'onorevole Di Pietro la pensione da magistrato: 2.644,57 euro lordi al mese, 1956 euro netti.
Che forse non saranno molti, ma sono sempre quasi cinque volte più della minima. E che si vanno a cumulare senza alcuna decurtazione al ricco stipendio da parlamentare. Non male per chi passa le sue giornate a tuonare contro i pri¬vilegi altrui, non è vero?

La coerenza per l'uomo venuto da Montenero di Bisaccia è sempre stato un optional, un po' come la grammatica. E così succede che l'uomo che tuona contro le rendite della casta, il moralizzatore d'Italia, il censore di ogni malcostume, ebbene, proprio lui, è andato in pensione a 44 anni. E oggi, che è appena sessantenne, può vantarsi ( ah, la moralizzazione!) di ricevere un vitalizio previdenziale dal 1995, cioè da 15 anni, cioè da quando c'era ancora la Jugoslavia e Toto Cutugno a Sanremo cantava «Voglio andare a vivere in campagna».

Se la sua esistenza dovesse durare quanto quella media di un italiano (lunga vita!), finirà per incassare il vitalizio almeno per altri 20 anni. E dunque è evidente che il magistrato Di Pietro ha versato all'ente previdenziale solo una minima parte di quello che il pensionato Di Pietro dall'ente previdenziale ha preso e prenderà. È così che nascono i buchi nei conti, ma che importa? «Tanto alla fine è sempre il cittadino che paga ». Lo sapete di chi sono queste parole? Di Tonino, naturalmente. Un moralizzatore baby pensionato. Un uomo sempre molto attento ai valori. Così attento che ha cominciato a incassarli già a 44 anni...
La moglie di Bossi? In pensione a 39 anni.

Del resto queldei baby pensionati in Italia è un vero esercito, all'interno del quale si nascondono molte sorprese. Per esempio Manuela Marrone, la moglie di Bossi, che oggi ha 57 anni, prende la pensione dal 1º settembre 1992, cioè da quando ne aveva 39. L'assegno non è molto sostanzioso (766,37 euro), ma lo riceve regolarmente da 18 anni e mezzo: non male per la compagna di vita dell'uomo che ha dichiarato guerra a tutti gli sprechi, no?

Il banchiere d'oro: in pensione a 44 anni (prende 18mila euro). Assai più ricco l'assegno del professor Rainer Stefano Masera, oggi preside della facoltà di economia dell'Università Marconi di Roma. Nel '95 come ministro del Bilancio nel governo Dini, quello del ribaltone, partecipò alla riforma che ha reso più severe le norme per i pensionati: severità di cui, per altro, non si trova traccia nell'assegno che l'Inps versa ogni mese al super baby pensionato Masera: 18.413 euro lordi al mese.

Ma il fatto singolare è che il professor Masera, che oggi ha 66 anni, prende il vitalizio da quando ne aveva 44, cioè da 22 anni: correva l'anno 1988, il Muro di Berlino era ancora in piedi, Massimo Ranieri vinceva il festival di Sanremo. E Masera, dal canto suo, lasciava la Banca d'Italia per assumere una serie infinita di altri incarichi privati e pubblici (ministero compreso). Del resto uno che ha 44 anni può mica fare il pensionato anche se ha una pensione che arriva a 18mila euro al mese?

I baby pensionati Fabio Granata e Leoluca Orlando. Ancor meglio è riuscito a fare la nuova stella del moralismo un tanto al chilo, il pasdaran dei finiani Fabio Granata, l'uomo che sventola la bandiera del futuro ma nel frattempo si crogiola nei privilegi del passato: infatti è stato uno degli ultimi politici viventi a poter andare in pensione a 50 anni.

E che ha subito unito il baby vitalizio (8.000 euro) al maxistipendio da onorevole, oltre che a qualche altro gettone, come quello di vicepresidente di un ente regionale ( Cinesicilia srl). Fabio Granata, come l'ex sindaco di Palermo, esponente di spicco dell'Idv, Leoluca Orlando, figura nell'elenco di 13 fortunati, ex consiglieri regionali che sommano la pensione da ex consiglieri regionali all'indennità parlamentare, un privilegio che non è previsto in nessun altro posto del mondo e che ha suscitato l'indignazione anche del medesimo presidente dell'Assemblea siciliana, Francesco Cascio: «Come possiamo chiedere sacrifici ai cittadini se poi lasciamo passare simili sciali?», si è chiesto.Nessuna risposta, naturalmente.

Frisullo e i baby pensionati pugliesi. Vi ricordate Sandro Frisullo, l'ex vicepresidente della Regione Puglia indagato e arrestato nello scandalo della sanità? Ebbene: riceve regolarmente la baby pensione. A 55 anni prende 10.071 euro lordi al mese (circa 7mila netti) e li prenderà per il resto della sua vita in virtù di 15 anni passati in Regione. Quindici anni di con¬¬tributi, 10mila euro al mese: non male no?
Sono 19 i consi¬glieri pugliesi che dopo le elezioni regionali della primavera 2010 hanno usufruito della via agevolata alla previdenza: ebbene solo 3 di loro hanno 65 anni, 9 ne hanno meno di 59, uno addirittura ne ha 52. Gli assegni vanno dai 4mila ai 10mila euro al mese.
frisullo vendola

Nel luglio 2010 la Regione Puglia, fra l'altro, ha aumentato i vitalizi a tutti gli ex consiglieri a riposo (152): la spesa è stata piuttosto rilevante, 2 milioni e 600mila euro. Ed è stata finanziata tagliando i soldi destinati agli studenti. 7 anni con 10.980 euro al mese.
A volte si pensa che le baby pensioni d'oro siano un retaggio del passato. O che riguardino solo gli onorevoli. Macché: nel luglio 2009 il funzionario della Regione Sicilia, Pier Carmelo Russo, è andato in pensione con un assegno mensile pari a 10.980 euro lordi, pari a 6.462 netti.

Questo accade in virtù di una legge siciliana per cui con appena 25 anni di contributi (uomini) o 20 (donne) si può avere diritto al vitalizio, se si ha un malato da accudire. E chi non ha un padre che dev'essere accompagnato in ospedale? Chi non ha una zia che necessita assistenza?

In effetti: fra il 2003 e il 2010 le baby pensioni concesse grazie a questa leggina sono state oltre mille. Età media delle persone a riposo: 53 anni. Chi non aveva un malato a disposizione, se l'è inventato come una donna geniale che si è fatta adottare da un'anziana non autosufficiente.

E così zac, appena adottata, ha presentato richiesta per andare in pensione. Esattamente come ha fatto il 47enne funzionario Pier Carmelo Russo: «Devo accudire mio padre», ha dichiarato con una lettera strappalacrime. Subito dopo s'è fatta nominare assessore, aggiungendo così alla baby pensione (10.980 euro al mese) un'indennità da 300mila euro. E lasciando tutti con un dubbio: ora che lui fa l'assessore, il povero babbo chi lo cura?

[Fonte]  

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lunedì 7 marzo 2011

Una lettura per farci quattro risate veramente appaganti!

Riporto quanto ha scritto Piero Sansonetti sul Riformista, giornalista certamente non di destra così come la testata, che lucidamente ci racconta quella che dovrebbe ( o doveva ) essere il nuovo grande scandalo italiano: la P4!  

Cercasi reato nell’inchiesta P4

 J.H. Woodcock. Un pm noto per l’eco mediatica delle sue indagini. A leggere i giornali l’imputazione nei confronti di Bisignani è quella di aver consigliato Masi contro Santoro. E allora?

 Ai tempi della Prima Repubblica il gergo politico era difficile da leggere. Dovevi conoscerlo se volevi capire il senso vero di una nota politica o anche di un editoriale. Se non conoscevi il gergo politico, e leggevi un articolo - poniamo - di Giovanni Spadolini, non capivi niente. Se qualcuno ti chiedeva: cosa hai letto? Rispondevi: «Boh».
Ieri ho letto tutti gli articoli che riguardavano l’inchiesta giudiziaria sulla “P4”. Tutti. Soprattutto, naturalmente, quelli del Fatto Quotidiano, che su questi argomenti giudiziari è sempre il giornale più informato. Vi giuro che non ho capito letteralmente un’acca. Niente, zero. Se uno adesso mi chiedesse: «Ma cos’è la P4?» Risponderei: «Boh». E se mi chiedesse di dire qual è il reato del quale sono accusati gli imputati della P4, ripeterei: «Boh». E se allora mi pregasse semplicemente di elencargli i nomi degli imputati, farei scena muta per la terza volta. Ho capito solo una cosa: il nome del giudice che indaga. Si chiama John Henry Woodcock.
Chi è? È un giudice molto famoso. Non perché nella sua carriera sia riuscito a fare condannare molte persone, ma per il motivo esattamente opposto: non è quasi mai riuscito a fare condannare nessuno. Se uno riceve un avviso di garanzia da Woodcock, in genere, la prende bene: sa che sarà molto probabilmente assolto.
Qui però il problema non è Woodcock. Di magistrati che amano più lo spettacolo che le indagini ce ne sono parecchi in giro, non c’è da scandalizzarsi. Il problema è il cortocircuito informativo che si è creato, per la ragione che gran parte della stampa italiana ha ormai accettato un rapporto di subordinazione così profondo, totale, nei confronti di alcuni settori della magistratura, da non riuscire più neppure a chiedersi (di fronte a una velina): cosa c’è scritto? E quindi comunica ai lettori, con titoli a tutta pagina, informazioni completamente vuote. Facendo opera attiva di distruzione del giornalismo e della libertà di informazione.
Se i giornali decidono di usare la formula “P4”, automaticamente comunicano ai lettori che si sta parlando di una cosa enorme. Perché ci si riferisce alla possibilità che si stia ripetendo il “meccanismo” che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottana fu innescato dalla P2 di Licio Gelli, una loggia massonica segreta.
Probabilmente i giornalisti che scrivono di P4 sono giovani e non sanno bene cosa fu la P2. Fu l’aggregarsi di un formidabile gruppo di potere - costruito sulla potenza di diversi uomini politici, di imprenditori, di militari, di giornalisti - che seguiva un programma politico definito (si chiamava il “piano di rinascita”) e che in questo modo voleva opporsi alla linea politica dei governi in carica, che erano tutti a dominio democristiano e si basavano su una forte collaborazione programmatica con il Partito comunista italiano.
Il sistema politico italiano, allora, era bloccato, ed era praticamente impossibile immaginare un paese senza la Democrazia cristiana al governo. Il gruppo della P2 (che era un gruppo laico, ma a destra della Dc) aveva scovato questo sistema della loggia segreta per incidere sul potere e cercare di opporsi - appunto da destra - alla Democrazia cristiana senza scalzarla dal governo.
 Chi faceva parte della P2? Un paio di ministri, un paio di segretari di partito, il presidente della Rai, Silvio Berlusconi, una decina degli imprenditori più potenti d’Italia, alcuni grandi magistrati, diversi generali dell’Esercito, della Marina e dei Carabinieri, alcuni capi di servizi segreti, vari editori, qualche direttore di giornale (tipo il Corriere della era ma non solo...), diversi altissimi dirigenti del Partito socialista italiano e altra gente così. 

(Sansonetti dimentica, come tutti del resto, di nominare fra gl'iscritti alla P2 Maurizio Costanzo, uno dei pochi iscritti rei confessi che affermò di essersi iscritto alla P2 per ricavarne vantaggi professionali!, NdB)
Chi fa parte, invece, della P4? Luigi Bisignani. Chi è Bisignani? L’imputato. Per che cosa? Per avere dato dei consigli a Mauro Masi contro Michele Santoro. È un reato? Non è detto - scrive Il Fatto - però è una cosa molto grave inquitenate. E dove sta la segretezza di questo complotto? Nel fatto che nessuno sapeva che Masi fosse stato consigliato da Bisignani. Come mai nessuno lo sapeva? Perché nessuno sapeva che esistesse Bisignani. Woodcock, dopo accurate indagini, ha scoperto l’esistenza di Bisignani e, automaticamente, ha svelato il complotto. Ma questa P4, come la P2 complottava contro il governo e il Parlamento? No. E contro chi complottava? Contro Michele Santoro.
Come si può commentare una vicenda così ridicola? Mi viene in mente solo una espressione efficace: ma vaffanbicchiere!


di Piero Sansonetti

[Fonte] 

venerdì 4 marzo 2011

Le voci fuori dal coro faranno tutte questa fine?

Riporto, esterrefatto, quanto ho trovato in rete facendo una ricerca sulla libertà di scrivere, o di stampa, sulla rete.
Non aggiungo altro.

Davigo non è un golpista ma lui fa chiudere il sito




  Un apprezzamento diventa un insulto che costa caro: 100mila euro. Legnostorto.com sta per chiudere i battenti dopo che l’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo ha chiesto un maxi risarcimento agli autori del sito perché si è sentito diffamato da un articolo pubblicato dal portale che si occupa di giustizia.

L’autore del pezzo, Vittorio Zingales, il 21 giugno 2009, pubblica su legnostorto un articolo dal titolo «Quel golpe che fece mezza fetecchia» e «Cova sotto la cenere», in cui ipotizza che in realtà il crollo della Prima repubblica innescato da Tangentopoli sia stato orchestrato da «poteri forti industriali e bancari italiani ed anglo-americani». Sono loro, insiste Zingales, i «veri organizzatori della rivoluzione». L’obiettivo da colpire era «Bettino Craxi, costretto all’esilio in Tunisia, dove poi morirà tra la totale indifferenza dei nostri politici, eccezion fatta solo per pochissimi». E i pm del pool di Milano? Che ruolo avrebbero avuto? Quello dei pupi? 

  «È chiaro che un Borrelli, un Di Pietro, un Davigo, un D’Ambrosio (...) non possono avere nessuno spessore culturale per organizzare il golpe, e nemmeno il regista Violante che ha il compito di girare le piazze italiane e le procure per indicare di volta in volta il nemico da abbattere». È in questo passaggio la frase incriminata. Per Davigo «non avere spessore culturale golpista» è un’offesa.

Scatta la denuncia per diffamazione, ovviamente al tribunale di Milano. L’escamotage giuridico in voga tra chi si sente «diffamato» da un articolo di giornale o da un servizio televisivo è quello di rivolgersi direttamente al giudice civile perché sia lui stesso ad accertare l’eventuale reato – penale – di diffamazione e perché stabilisca l’ammontare dell’indennizzo. Una specie di scorciatoia, lamentano i curatori del sito, che «consente anche di tappare velocemente la bocca ai giornali piccoli e basati sul volontariato, come legnostorto.com», per i quali le cifre ipotizzate (100mila euro, ndr) sono ovviamente fuori portata». Peraltro l’autore, dell’articolo, considerato «non solvibile», non rischia di pagare neppure un centesimo. L’obiettivo è il sito.

All’udienza del 27 gennaio scorso il giudice, anticipando il giudizio, aveva proposto di transare un indennizzo di 40mila euro. «Ma - si legge su legnostorto.com - anche questa proposta è per noi altrettanto impraticabile, ammesso e non concesso che il reato sia stato commesso. E poi noi non prendiamo soldi da nessuno, nessuno ci sponsorizza. Tutti lavoriamo gratis...».

Senza soldi il sito chiuderà, ma questo (par di capire) non significa che Davigo resterà a mani vuote. I curatori del sito saranno costretti a pagare comunque. Ecco perché i due giornalisti Antonio Passaniti e Marco Cavallotti hanno lanciato un appello ai lettori chiedendo loro un sostegno economico: «Legnostorto.com va sostenuto per evitare che una voce libera del web venga cassata brutalmente dallo strapotere irresponsabile di parte della magistratura italiana, anche se sappiamo che la cifra che dovremo versare è impossibile da raccogliere». Finora sono stati raccolte poche centinaia di euro. E intanto il processo va avanti, come in un film il cui finale è praticamente già scritto.


Scritto da Felice Manti, mercoledì 02 febbraio 2011



 

mercoledì 2 marzo 2011

17 marzo: festa dell'unità d'Italia in occasione del 150° anniversario!


Fare sterili polemiche sull'unità d'Italia dopo un secolo e mezzo la ritengo una delle più grosse stupidaggini che un politicante italiota possa fare. 
Ma tant'è!
Al peggio non c'è mai fine (potete anche leggere Fini, nulla cambierebbe).
Semmai, con vis polemica di contappasso provocatorio, vorrei proporre la richiesta della restituzione dei territori italiani che il defunto compagno Tito, con l'assenso del Migliore di allora, il comunista Togliatti, annesse di forza all'ex Jugoslavia. (Chiedere allo stilista Ottavio Missoni cosa patì per essere stato privato delle sue origini)

Lasciando da parte queste fantasticherie, la realtà è una sola: siamo geograficamente un solo territorio fisico, isole annesse, e da 150 anni lo siamo anche politicamente, purtroppo!
Però... è opportuno non perdere la memoria.
Vi segnalo tre interessantissimi libri reperibili in libreria nel corso di questo mese di marzo.

Il primo: "Polentoni. Come e perchè il Nord è stato tradito (danneggiando anche il Sud)" di Lorenzo del Boca (Piemme, 304 pgg.17.50€);
il secondo:  "Terroni, tutto quello che è stato fatto perchè gli italiani del Sud diventassero meridionali" di Pino Aprile (Piemme, 308pgg, 17.50 €);
il terzo: "Sangue del Sud", di Giordano Bruno Guerri (Mondadori, 297 pgg. 20,00 €). 

Tutti e tre descrivono molto bene le illusioni, le delusioni e le cose spaventose che furono fatte a noi meridionali e che tuttora vengono omesse nei libri di storia..
Quindi per non dimenticare è molto meglio ricordare a chi è servita veramente l'Italia unita. 
Per questo esercizio menmonico vi propongo la lettura di due scritti, il primo di Lorenzo del Boca ed il secondo tratto dalla seconda di coertina di Terroni.

Ma a chi ha giovato l'Unità d'Italia?
Il Sud è stato massacrato dai piemontesi che hanno rubato tutto quello che era possibile e il Nord si è trovato declassato.
Sotto il governoi austriaco i veneti pagavano 11 lire di tasse per servizi di prim'ordine. Una volta "liberati", le imposte sono salite a 31 senza benefici. Chi la voleva l'Italia unita?
I milanesi si ribellarono all'amministrazione austroungarica, ma nessuno pensava di diventare suddito di Torino. Nel 1859, il Piemonte si allaorgò alla Lombardia e fu nominato ministro Gabrio Casati, uno degli animatori delle Cinque giornate. Che poco dopo si dimise.
Avevano immaginato uno stato che dava auton imia a tutte le realtà, invece si scelse la piemontesizzazione: i nuovi cittadini furono inondati da migliaia di articoli di legge che abrogavano i loro usi.
I siciliani accolsero con entusiasmo Garibaldi e i Mille, ma l'indipendenza da Napoli non significava accettare di diventare cittadini di Torino.
Benedetto Ricasoli, da Firenze,  voleva autonomia per la Toscana.
Marco Minghetti, da Bologna, l'autogoverno per la Romagna.
Tutti delusi.
Per ottan'anni il PCI sostenne che il nazionalismo era "fascista", un non valore. 
Oggi fanno ridere i fervori degli eredi comunisti che distribuiscono braccialetti tricolore e il segretario del PD Pier Luigi Bersani, da Bologna, che si avvolge al collo la bandiera.
Che si celebri questo 150° anniversario. Ma tutti, capi di stato, cariche istituzionali, curatori di mostre e di musei, non pretendano una dose di entusiasmo suplementare.

Terroni  è un libro sul Sud per il Sud la cui conclusione e che, se centocinquant'anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo.
Come dice l'autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent'anni sono tornate ad essere una.
Perchè da noi non è successo?

Fra i pochi video di satira comica degno di questo nome!


Vediamo se adesso Marco Travaglio la smetterà di parlare della prescrizione dei reati altrui!

  Travaglio giù dal pulpito: salvo per prescrizione.
Il cattivo esempio di Marco: critica il Cav ma approfitta della giustizia lumaca sul caso Previti.



Marco Travaglio è un diffamatore salvato dalla prescrizione, quella stessa prescrizione contro la quale si è scagliato un sacco di volte: ma alla quale, ora, si guarda bene dal rinunciare nonostante la legge glielo consenta. Ecco, l’abbiamo scritto come avrebbe fatto lui, con la stessa grazia: anzi neanche, lui forse avrebbe aggiunto cose tipo «Travaglio l’ha fatta franca» o «fatti processare» o qualcosa del genere. Noi ci limitiamo ad aggiungere che a leggere le motivazioni della sentenza d’appello, per quanto giunte fuori tempo massimo, dubbi non ne restano: la condanna è stata confermata a tutti gli effetti e spiega come Travaglio abbia manipolato un fatto e abbia scritto il falso, per giunta con dolo. E un galantuomo - sempre per rifarci al linguaggio travagliesco - non rischierebbe di essere confuso con un Berlusconi o un D’Alema o un Andreotti, se si reputa innocente: rinuncerebbe alla prescrizione. Perché lui non lo fa?

Ma riassumiamo i fatti, perché sono gustosi. La condanna in primo grado è dell’ottobre 2008: il presunto collega beccò otto mesi di prigione (pena sospesa) e 100 euro di multa in quanto diffamò Cesare Previti. Parentesi: la diffamazione è il reato a mezzo stampa per eccellenza, spesso è fisiologico a chi scrive di cose giudiziarie: nel caso di Travaglio, tuttavia, la condanna lo trasformò in un classico bersaglio del suo stesso metodo, e anche per questo, due anni fa, i media diedero un certo spazio alla notizia. L’articolo di Travaglio comunque era del 2002, e su l’Espresso era sottotitolato così: «Patto scellerato tra mafia e Forza Italia. Un uomo d’onore parla a un colonnello dei rapporti di Cosa nostra e politica. E viene ucciso prima di pentirsi». Lo sviluppo, poi, era un classico copia & incolla dove un pentito mafioso spiegava che Forza Italia fu regista di varie stragi. Chi aveva raccolto le confidenze di questo pentito era il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, che nel 2001 venne convocato nello studio del suo avvocato Carlo Taormina assieme a Marcello Dell’Utri. In quello studio, secondo Riccio, si predisposero cose losche, tipo salvare Dell’Utri, e Travaglio nel suo articolo citava appunto un verbale reso da Riccio. E lo faceva così: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti». E così praticamente finiva l’articolo. L’ombra di Previti si allungava perciò su vari traffici giudiziari ma soprattutto veniva associato a un grave reato: il tentativo di subornare un teste come Riccio. Il dettaglio è che Travaglio aveva completamente omesso il seguito del verbale del colonnello. Eccolo per intero: «In quell’occasione, come in altre, presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti. Il Previti però era convenuto per altri motivi, legati alla comune attività politica con il Taormina, e non era presente al momento dei discorsi inerenti la posizione giudiziaria di Dell’Utri».

Una diffamazione bella e buona, non si sa quanto intenzionale o quanto legata a certa sciatteria che i giornalisti spesso associano alla necessità di sintesi. Sta di fatto che il giudice Roberta Di Gioia del Tribunale di Roma, il 15 ottobre 2008, condannava Travaglio ai citati otto mesi. E scriveva: «La circostanza relativa alla presenza dell’onorevole Previti in un contesto di affari illeciti è stata inserita nell’articolo mediante un accostamento indubbiamente insinuante... è evidente che l’omissione del contenuto integrale della frase di Riccio, riportata solo parzialmente nell’articolo, ne ha stravolto il significato. Travaglio ha fornito una distorta rappresentazione del fatto... al precipuo scopo di insinuare sospetti sull’effettivo ruolo svolto da Previti». Ma il peggio doveva ancora venire: «Le modalità di confezionamento dell’articolo risultano sintomatiche della sussistenza, in capo all’autore, di una precisa consapevolezza dell’attitudine offensiva della condotta e della sua concreta idoneità lesiva della reputazione». In lingua corrente: Travaglio l’aveva fatto apposta, aveva diffamato sapendo di diffamare.
«Ricorrerò in Appello» aveva annunciato il giornalista dopo la condanna: e pazienza se infinite volte si era detto favorevole all’abolizione dell’Appello. «Vedremo le motivazioni della sentenza» aveva poi commentato. Poi, quando furono rese note, non disse una parola.

La sentenza d’Appello è dell’8 gennaio 2010. In quel periodo Travaglio stava litigando furiosamente (via web) con Enrico Tagliaferro, un blogger particolarmente scolarizzato che gli aveva fatto le pulci in più circostanze. La sentenza in sostanza confermava la condanna: semplicemente gli era stata concessa, per attenuanti generiche, una riduzione della pena. Ma Travaglio faceva il furbo e così scriveva a Tagliaferro: «La sentenza di primo grado in cui venivo condannato a otto mesi più un paio di multe e ammende è stata appena devastata dalla Corte d’appello, che elimina la pena detentiva e lascia una multina di 1000 euro». Devastata, aveva scritto. «Ora aspetto la motivazione», aggiungeva, «e mi auguro che venga scritta da un giudice che abbia la più pallida idea di che cos’è un articolo di giornale».

Il problema è che la motivazione, per essere depositata, non ha impiegato i consueti sessanta giorni: ha impiegato un anno, dall’8 gennaio 2010 al 4 gennaio 2011. Così il reato è caduto in prescrizione, orrore. Forse che erano motivazioni particolarmente complesse? Diremmo di no, visto che occupano due sole pagine. Ma che cosa dicono? Non è un dettaglio da poco, visto che lo stesso Travaglio, nella sua disputa telematica con Tagliaferro, era stato tassativo: «Quando parlo di Corti d’appello come “scontifici” mi riferisco a quando mantengono inalterato l’impianto accusatorio e limano qualche giorno sui mesi o qualche mese sugli anni inflitti in primo grado. Quando invece stravolgono le condanne di primo grado, fanno altro: le riformano, le rivedono, le smentiscono. Vedremo se è così anche nel caso mio».

IL RICORSO
No, ora lo sappiamo: non è il caso suo. La sentenza d’Appello non stravolge, non riforma, non rivede, non smentisce, anzi: «La sentenza impugnata deve essere confermata nel merito», si legge, «in quanto ottimamente motivata, con piena aderenza alle risultanze processuali... con giuste e corrette considerazioni in diritto; il tutto da intendersi qui riportato, senza inutili ripetizioni, come parte integrante della presente motivazione. È appena il caso di ribadire la portata diffamatoria nei confronti dell’on. Previti... Bastava omettere la frase “in quell’occasione presso lo studio dell’avv. Taormina era presente anche l’onorevole Previti” per evitare qualunque diffamazione, senza togliere alcunché alla notizia... Proprio l’averlo inutilmente nominato, e l’aver totalmente omesso la specifica precisazione circa l’assenza fatta dal teste, è prova del dolo da parte del Travaglio».
Tentiamo una sintesi, possibilmente migliore di quelle diffamatorie azzardate da Travaglio? Allora: Travaglio se la prende coi giornalisti diffamatori, ma è un diffamatore anche lui. Travaglio dice che una prescrizione non equivale a un’assoluzione bensì a una condanna: perciò lui è stato condannato. Travaglio dice che un innocente che si reputasse tale dovrebbe rinunciare alla prescrizione: ma lui alla prescrizione non rinuncia. Travaglio è favorevole all’abolizione dell’Appello: ma poi ricorre in Appello. Travaglio ha scritto che le corti d’Appello sono solo degli «scontifici» che mantengono inalterato l’impianto accusatorio e che limano soltanto la pena: è proprio quello che è successo a lui. Un italiano vero.

di Filippo Facci

[Fonte]


Per completare questo post aggiungo la sintesi finale di un blog amico che condivido totalmente: 
(...) E allora, Marco, perché, se sei innocente, se veramente quelle frasi verso Previti erano legittime, perché non rinunci, perché non ti fai processare, perché non dimostri la tua innocenza, perché vuoi apparire in tutto simile ai vari Andreotti e Berlusconi, che tu tanto disprezzi e disapprovi?

Qualcuno mi dirà che Travaglio non è un politico, che a lui non è richiesto un grado di rettitudine maggiore rispetto al resto della popolazione, della cosidetta “società civile”, non è richiesta una reputazione libera da ogni minimo sospetto. Che un giornalista non deve essere un integerrimo essere umano al di sopra di ogni sospetto. E invece no, cari, non ve la caverete con così poco: le – poche – regole le avete fatte voi e noi adesso le rispettiamo, e le applichiamo senza distinzione di ceto e di “casta”, come voi. Indipendentemente dal fatto che si tratti di presidenti del consiglio, di ministri, parlamentari, imprenditori, banchieri, giornalisti o dirigenti sportivi. da Moggi a Porro, da Bertolaso e Berlusconi. Rimarremo attaccati alla preda a prescindere dal proprio ruolo nella società. Per l’amore dell’onestà. Della verità.

Anzi, dirò di più: se Travaglio, nel complesso gioco del bilanciamento dei poteri, con il suo ruolo di autoproclamato campione del giornalismo “indipendente” e di denuncia degli abusi e delle ipocrisie del Potere, rivendica una posizione centrale in questo scacchiere, per una società più libera e giusta, allora si discolpi e si redima.

Se vuole essere la voce contro il padrone, che urla al “re nudo”, allora rinunci alla prescrizione, non ci prenda per i fondelli, rinunci e ci dimostri la sua innocenza. Travaglio, se vuole essere degno di ciò che rivendica per sé non usi questi mezzucci, come un Berlusconi qualunque.

Se lei vuole cavarsela così, con queste cavillosità che nella sostanza non scagionano un bel niente, allora vuol dire che lei è fatto della stessa pasta del Potere che denuncia. Un colpevole diffamatore salvato dalla prescrizione. Colpevole ma prescritto. Esattamente come Andreotti.

Le sue denunce d’ora in poi non varranno più niente.


di Giorgio Tenaglia

[Fonte]

martedì 1 marzo 2011

Ecco la barzelletta del secolo... e se non lo fosse è l'ulteriore prova che una parte degli italioti è masochista all'ennesima potenza.

«Ormai non posso nemmeno scendere in strada. La gente mi riconosce e mi chiede: Torna, torna. Lunedì mattina ero a Mantova e sono andato alla messa del mattino, per evitare di essere avvicinato. Ma in quel caso un gruppo di fedeli anziani mi ha circondato e mi ha chiesto di tornare a guidare questo Paese». È quanto racconta Romano Prodi in una intervista a Famiglia Cristiana. (Guidarlo in modo democraticamente sinistrorso, come regalando le fabbriche per due lirette, mettendo nuove tasse, dando più potere al pubblici  ministero e facendo leggi ad hoc per gli amici. E così di seguito senza dimenticare la scelta dell'euro!) 
Rispondendo poi alla domanda se è necessario che un politico tenga una condotta morale dignitosa, Prodi ha risposto: «L’uomo politico deve essere giudicato dai fatti. Ma tra i fatti c’è prima di tutto l’esempio. L’esempio di un politico incide sui comportamenti quotidiani di tutti. Profondamente. Ancora più oggi, anche in virtù dei mezzi di comunicazione, il comportamento personale è sempre più un comportamento pubblico». Prodi, pur senza nominarlo, ironizza con monsignor Rino Fisichella, che dopo la bestemmia da parte di Berlusconi aveva detto che andava «contestualizzata». «Fin da ragazzo, mi è stato insegnato da autorevoli uomini della Chiesa che non si può agire con la morale a seconda delle situazioni. Quando sento dire che certi atti dipendono dal contesto mi chiedo: cos’è cambiato dall’insegnamento che ho avuto a oggi? Conservo ancora gli appunti di quegli insegnamenti».

 È venuto «da tempo» il momento per vedere una donna salire a Palazzo Chigi. «Anzi - ha detto l’ex presidente del Consiglio - direi che è proprio strano che questo momento non sia ancora venuto. Abbiamo una presidente di Confindustria donna, il segretario della Cgil donna, abbiamo avuto più di un presidente della Camera donna. Prima o poi arriverà. Pensi a quanto era lontana la Germania dall’avere un cancelliere donna!».

Romano Prodi rivendica a sè il ruolo di aver «sdoganato» Gheddafi in Europa, ai tempi in cui presiedeva la Commissione Europea, ma ricorda di non aver voluto siglare da premier il Trattato di amicizia con la Libia perché troppo «oneroso» per l’Italia; e comunque non avrebbe accettato «le umiliazioni» che poi il Colonnello ci ha riservato. Prodi invita l’Italia e l’Europa a sostenere le classi democratiche che si stanno imponendo nel Nord Africa, anche per evitare il rischio di «esodi biblici»; al momento non ci sono avvisaglie, ma, esorta Prodi «è meglio prepararsi».

[Fonte] 

Ancora una volta i politicanti italici sperano nella mancanza di memoria del popolo bue...

Riporto quanto scritto dal giornalista Perna che conferma quanto affermo da sempre: la memoria deve essere al primo posto, altrimenti rischiamo di farci prendere per i fondelli.

D'Alema castigamatti che scorda i suoi peccati
 
  Attacca il Cav per ruby e Gheddafi, però il ruolo di fustigatore gli si ritorce contro: dalla missione Arcobaleno alla sanità pugliese, il suo nome spunta in molti scandali e da ministro degli Esteri passeggiava per Beirut con gli hezbollah.

Fare il sopracciò è tipico di Massimo D’Alema.Talvol­ta è molto rude. A Ballarò , col direttore Sallusti che osò te­nergli testa, esplose nella ce­lebre invettiva: «Vada a farsi fottere, bugiardo mascalzo­ne ». I modi da lanzichenecco nell’ex capo della diploma­zia stupirono e si cercarono spiegazioni. Ne bastava una: è maleducato di natura. Pre­valse però l’idea della frustra­zione poiché all’epoca (mag­gio 2010) l’ex premier ed ex ministro degli Esteri era un ex in tutto e politicamente nulla. Oggi Max ha lo strapuntino di presidente del Copasir, si­gla da consorzio agrario che indica però il Comitato parla­mentare per la sicurezza del­la Repubblica. Portato per in­dole a montarsi la testa, il nuovo impiego ha rinfocola­to in Max il connaturato com­plesso di superiorità. Si è au­toproclamato Lord Protetto­re del Paese contro il Berlu­sca e fa la mosca zèzè sulla pelle del tiranno. Dopo il caso Ruby ha prete­so che il Cav comparisse al Copasir per giustificare i festi­ni. Che c’entra la sicurezza nazionale, direte voi? Non c’entra, è solo ipocrisia. Max ha dato a intendere che si pre­occupava per l’incolumità del Berlusca - lui che lo anni­chilirebbe all’istante se gli ga­rantissero l’impunità­ messa a rischio dalla sua dissennata condotta. In realtà voleva so­lo emulare i magistrati dan­do in pasto al pubblico la vita privata del Mostro. Il Cav, che non è scemo, manco gli ha risposto. Allora, D’Alema si è impancato sui fatti di Li­bia e ha accusato il Berlusca di avere fatto lo stuoino di Gheddafi. Al tempo, Max. Questo potremmo dirlo io o i lettori. Ma tu- scusi, presiden­te, la confidenza - che da mi­nistro degli Esteri te ne anda­vi a braccetto per Beirut col capo di Hezbollah, devi stare zitto e mosca. Tanto più che il Cav,lisciando illibico,favori­va l’interesse nazionale men­tre tu col libanese facevi solo il fighetto con gli antisionisti. E poi credi davvero di essere in condizioni di salire in catte­dra? Da anni ti infili in situa­zioni imbarazzanti e poi fingi di cadere dal pero e non sape­re nulla. Ora ti rinfresco la me­moria. In queste ore, sei coinvolto nello scandalo sanità in Pu­glia. Il tuo stretto amico, ex as­sessore regionale alla Sanità, ora senatore pd, Alberto Te­desco, rischia il carcere e tu le stai provando tutte per sot­trarlo, via immunità parla­mentare. È in gioco la tua lea­dership pugliese. Inoltre,l’im­prenditore sanitario, Gianpa­olo Tarantini, che sembrava solo un commensale bunga bunga del Cav, appare sem­pre più uno dei tuoi. Tu smen­tisci, ma lui è un fiume in pie­na. Dice che andavate insie­me per mare, che avete amici­zie comuni e che ha fatto per te cenone elettorale in cui ti sei strafogato. Insomma, pa­re che tu, sulla malfamata sa­nità pugliese, la sappia lun­ga. Garze e bisturi sono una tua antica passione. Ricordi quando nel 1985 prendesti soldi di straforo da Francesco Cavallari, il Tarantini del­l’epoca? Durante una cenet­ta intima ti infilò in tasca ven­ti milioni. Si seppe solo dieci anni dopo per ammissione di Cavallari davanti al pm Alber­to Maritati. Lo confermasti poi anche tu e Maritati - che ormai non ti poteva persegui­re per sopravvenuta amnistia - elogiò le tue «leali dichiara­zioni ». Carino da parte sua che, carineria per carineria, un paio di anni dopo divenne senatore del Pds. Ne hai un’altra sul groppo­ne che sembra analoga: la pa­r­adossale Missione Arcobale­no del 1999. Eri a Palazzo Chi­gi­e dichiarasti guerra alla Ser­bia, la sola alla quale l’Italia abbia partecipato dopo il 1945: anche questo hai sulla coscienza. I bombardamenti in Kosovo, provocarono un mare di profughi. Poi, da tipi­co coccodrillo, hai cercato di risarcirli con un caravanser­raglio di aiuti - l’operazione Arcobaleno, appunto- che in breve si rivelò una fonte di ru­berie, stando almeno al pm barese, Michele Emiliano. Ti indignasti da par tuo: «Scan­dalo inventato. Manovre da bassa cucina». Ma il pm arre­stava a frotte i tuoi amici e so­dali, i compagni della Cgil, ecc. Poi, di colpo, Emiliano la­sciò l’inchiesta per candidar­si sindaco di Bari. Nel 2004, fu eletto alla testa di una coali­zione di sinistra che faceva ca­po a te. Devi davvero avere un grande appeal sui magi­­strati, Max caro. E non solo sui due pm citati. Infatti, so­no trascorsi 12 anni e non c’è stata una sola udienza del processo. Ancora uno sforzet­to e si prescriverà. Pensa la rabbia del Cav che - ignoran­do la tua ricetta - in due mesi e mezzo è stato impacchetta­to e rinviato a giudizio su Ru­by. Poi c’è la fantastica storia della scalata Telecom da par­te dei «padani», Colaninno ­il cui rampollo è con te in Par­lamento - e soci. Eri premier e ti innamorasti subito di que­sti «capitani coraggiosi». Per favorire il loro arrembaggio impedisti all’allora (e oggi di nuovo) ad, Bernabè, di tenta­re contromosse. Ricordi? Fa­cesti mancare il numero lega­le alla riunione da lui voluta ingiungendo a Tesoro e Bankitalia di non partecipa­re. Mario Draghi, che allora era al ministero, rimase incre­dulo e pretese da te un ordine scritto. Lo ebbe. Il noto Gui­do Rossi (uno della tua par­rocchia), per stigmatizzare l’ingerenza,coniò un’immor­tale definizione del tuo pre­mierato: «Palazzo Chigi è l’unica merchant bank dove non si parla inglese». Ovvia­mente, si malignò di torna­conti ma, restarono voci, e la cosa finì lì. Telecom non fu mai più quella di prima ed è tuttora sommersa da una montagna di debiti. Suvvia, confessa, Max: hai naso per gli affari, tu. Lustri fa, avevi la casa di un ente e pagavi un’inezia. «Sono a equo canone perché do metà dell’indennità parlamentare al partito», dicevi. Ti restava­no comunque sei milioni e uno lo spendevi per l’affitto: un sesto delle entrate, un'ine­zia rispetto alla media nazio­nale. E tu, faccia di bronzo, osavi anche lamentarti? Hai pianto miseria pure quando ti sei comprato la seconda barca, l’Icaro II, 18 metri. Pri­ma hai detto che era in com­proprietà. Poi che avevi fatto il mutuo. Poi che avevi eredi­tato. Infine che avevi avuto lo sconto. Il gioco delle tre car­te. Vuoi sapere tutto dei tuoi avversari ma, quando le cose riguardano te, cambi metro. Come quando hai urlato al te­lefono con Consorte, «facci sognare, vai» e poi ti sei fatto dare l’immunità dal Parla­mento Ue per evitare l’uso le­gale della registrazione. Rim­proveri al Cav di «difendersi dai processi anziché nel pro­cesso »e poi seiil primo a rifu­giarti nell’impunità? Ti fai ca­scare il baffo se si parla di re­golare le intercettazioni e poi ricorri al trucco per azzerare la tua? Max, fallo per pudore: taci. 

di Giancarlo Perna, 01/03/2011

domenica 27 febbraio 2011

Tortora, dopo 22 anni ecco un’altra ingiustizia

Quando avremo in questa nostra Italia martoriata da una esigua casta di funzionari e politicanti una gIUSTIZIA degna di tale nome?
Quando avremo dei veri politici capaci rappresentare il meglio degli italiani che meritano di essere amministrati saggiamente e nell'interesse di tutti e non dei pochi amici degli amici.

Ecco una storia che poteva succedere soltanto qui in Italia!

I giornalisti Jannuzzi e De Gregorio (oggi senatore Pdl) condannati a versare 280mila euro al giudice che inquisì l’ex volto tv, poi assolto. La colpa? Aver raccontato un processo orrore.

Ventisette anni dopo l’arresto di Enzo Tortora la seconda sezione civile del Tribunale di Napoli ha condannato Lino Jannuzzi e Sergio De Gregorio a pagare, in solido tra di loro, la somma di 150mila euro, più gli interessi calcolati a partire dal 1991 (in tutto 280mila euro) a favore di Giorgio Fontana, il giudice istruttore che ha gestito l’inchiesta su Tortora e che si era poi dimesso dalla magistratura in polemica con il Csm, che aveva aperto un procedimento disciplinare su di lui e sui due pm del processo Lucio Di Pietro e Felice di Persia (procedimenti che poi finirono nel nulla) e che ora fa l’avvocato a Napoli. In questa veste Fontana aveva già querelato Lino Jannuzzi in sede penale, ne aveva ottenuta la condanna e ne aveva già riscosso un risarcimento di diversi milioni di lire. Sergio De Gregorio, attualmente senatore del Pdl, è stato cronista giudiziario de Il Giornale di Napoli, di cui Lino Jannuzzi è stato direttore, e in occasione della morte di Enzo Tortora, stroncato dal cancro il 20 maggio 1988, aveva scritto un articolo su Tortora, su Fontana e sul processo. Per quell’articolo l’autore e il direttore del giornale sono stati condannati oggi, ventidue anni dopo.
L’INIZIO DELL’INCUBO
Enzo Tortora fu arrestato alle quattro del mattino, mentre dormiva all’Hotel Plaza di Roma, venerdì 17 giugno 1983. Fu portato in questura e vi fu trattenuto fino alle undici, nonostante fosse stato colpito da collasso cardiaco, prima di trasferirlo a Regina Coeli: il tempo necessario perché la notizia del suo arresto si diffondesse e si raccogliesse dinanzi alla questura una folla di giornalisti e di fotografi.
L’ordine di arresto per associazione a delinquere di stampo camorristico era stato spiccato dalla procura di Napoli sulla base delle accuse partite da due «pentiti», Pasquale Barra e Giovanni Pandico. Pasquale Barra, detto «’o animale», è un feroce assassino, famoso per avere ucciso in carcere Francis Turatello, per avergli sventrato a calci il torace e strappato il cuore per poi mangiarselo. Giovanni Pandico «o pazzo», dichiarato psicolabile e paranoico, è entrato e uscito dai manicomi giudiziari, ha sparato al padre, ha avvelenato la madre, ha dato fuoco alla fidanzata, ha fatto una strage nel municipio del suo paese, ha sparato al sindaco e alle guardie e ha ucciso gli impiegati che tardavano a consegnargli il certificato di nascita.
LA GRANDE RETATA
Sulla base delle dichiarazioni di questi due «pentiti», vennero spiccati 855 mandati di cattura e quel «venerdì nero» vennero arrestati assieme a Tortora 412 presunti camorristi (gli altri quattrocento erano già in carcere). Ma 87 di costoro saranno scarcerati perché arrestati per sbaglio, per «omonimia». Comunque la maggior parte degli arrestati sono personaggi sconosciuti e ignoti. Ma l’operazione viene fin dall’inizio presentata dagli inquirenti, e gonfiata dalla maggioranza dei compiacenti giornalisti, come una «crociata», la «guerra alla camorra», il colpo mortale inferto alla «nuova camorra organizzata» di Raffaele Cutolo.
Ma gli inquirenti accreditano le voci, sempre amplificate dai giornalisti, che nella rete sono caduti personaggi «insospettabili». Quando si tireranno le somme si vedrà che codesti «insospettabili» si riducono a una manciata di mediocri personaggi, quattro o cinque sui quattrocento arrestati. L’unico personaggio noto e conosciuto e «insospettabile» tra gli arrestati è Enzo Tortora, e questa è la radice delle sue disgrazie e dell’accanimento che si scatena contro di lui. Ed è la ragione per cui la «crociata», lo storico «processo alla camorra», finisce per diventare fatalmente il processo a Enzo Tortora, e come tale verrà vissuto, discusso e ricordato.
Dopo sei mesi dall’arresto Tortora venne messo a confronto con due nuovi «pentiti»: Gianni Melluso, detto «Cha cha cha», che racconta di aver consegnato a Tortora pacchi di cocaina agli angoli delle strade di Milano, e Andrea Villa, che viene introdotto nella stanza dell’interrogatorio con la testa coperta da un cappuccio nero e afferma di aver visto Tortora a Milano a pranzo e a cena con Francis Turatello, di cui Villa faceva il guardaspalle. Mano a mano che si va avanti, e tanto più che mancano sempre più i riscontri, aumenta il numero dei «pentiti» che accusano Tortora. Alla fine se ne conteranno una ventina.
I «PENTITI» A COMANDO
Michele Morello, il giudice che ha scritto la sentenza con cui in appello Tortora verrà poi assolto, ha severamente censurato il sistema con cui i nuovi «pentiti» venivano ammaestrati. Si procedeva così: si prendevano i presunti «affiliati» indicati da Barra o da Pandico o da Melluso, e li si rinchiudeva nella stessa caserma, la famosa caserma Pastrengo, dove erano rinchiusi Barra, Pandico e Melluso, e la notte si lasciavano aperte le porte delle celle, in modo che i nuovi arrivati potessero «fraternizzare», magari banchettando e sbevazzando, con coloro che li avevano indicati, e questi potessero «ragionare» e istruirli e convincerli ad accusare Tortora. Sui giornali di quei giorni si poteva leggere tranquillamente che per Melluso, «Gianni il bello», in caserma era stata allestita una specie di garconnière con ragazze e champagne.
GLI INTERROGATORI
Tortora fu interrogato solo dopo settimane di cella di isolamento. In tutto lo interrogheranno per tre volte. Al primo interrogatorio tirano fuori la storia dei centrini: un camorrista detenuto, Domenico Barbaro, ha spedito dal carcere a Tortora, perché li mostrasse ai telespettatori di «Portobello», certi centrini da lui stesso ricamati in cella. Ma i centrini si persero nei meandri della Rai e non furono mostrati in video. Spuntano allora delle lettere di Barbaro a Tortora in cui il camorrista si lamenta: rivuole indietro i centrini o li vuole pagati. Secondo gli inquirenti è la prova del traffico di stupefacenti: i «centrini» starebbero per «cocaina». Si scoprirà alla fine che le lettere a «Portobello» per conto di Barbaro le ha scritte Pandico, che è stato Pandico a combinare con Barbaro il trucco della trasformazione dei centrini in cocaina e poi a raccontare la storiella agli inquirenti.
Al secondo interrogatorio gli inquirenti si presentano a Tortora, dopo qualche mese, con in mano una «prova schiacciante» della sua affiliazione alla camorra. Nella agendina sequestrata a Giuseppe Puca, detto «’o giappone», uno dei più feroci killer di Cutolo, hanno trovato il nome di Enzo Tortora con due numeri di telefono. A condurre l’interrogatorio è personalmente il giudice istruttore Giorgio Fontana, il cui onore sarebbe stato offeso dall’articolo di Sergio De Gregorio sul giornale diretto da Lino Jannuzzi in occasione della morte di Tortora. Ma un giorno si presenta in procura una signora: mi chiamo Catone Assunta, dice, e sono la donna di Puca, questa agendina che avete sequestrata a casa di Puca non è la sua ma la mia, potete controllare, ci sono i numeri dei miei parenti e delle mie amiche, e questi due numeri dove avete letto «Enzo Tortora», io ho scritto, la grafia è mia, «Enzo Tortona». È un mio amico di Caserta, il prefisso è 0823, provate a chiamare.
Al primo interrogatorio hanno scambiato centrini per cocaina, al secondo interrogatorio hanno letto «Tortora» per «Tortona», al terzo interrogatorio l’inquisizione napoletana porta come testimone Gianni Melluso, un balordo, un ladruncolo di periferia, che ha già collezionato un bel po’ di condanne per truffe e rapine, in genere non riuscite.
IL VALZER DELLE SENTENZE
È sulla base di «pentiti» come questi e delle storie da loro raccontate che, dopo sette mesi di dibattimento e 225 udienze, il 17 dicembre del 1985, due anni e mezzo dopo il blitz del venerdì nero, i giudici di Napoli hanno condannato Enzo Tortora a dieci anni e sei mesi di carcere.
Meno di un anno dopo, il 15 settembre del 1986, Tortora è stato assolto in appello con formula piena. Con lui sono stati assolti altri 131 imputati, che con i 102 assolti in primo grado fanno 233 e con i 70 assolti nel secondo troncone salgono a oltre 300, senza contare gli 87 «omonimi» arrestati e poi liberati: fanno quasi tre quarti della grande retata.
Otto mesi dopo, il 18 maggio del 1987, la Cassazione completerà l’opera, confermando l’assoluzione di Tortora e degli altri 131 e annullando un altro po’ di condanne.
Nel frattempo Tortora era stato candidato dai Radicali alle elezioni europee, quando era ancora agli arresti domiciliari, ed era stato eletto con 800mila voti di preferenza, ma si era dimesso, sollecitando personalmente dal Parlamento europeo l’autorizzazione all’arresto, era tornato in Italia e si era «consegnato» alla polizia a Milano, in piazza del Duomo, la vigilia di Natale.
Un anno dopo la sentenza della Cassazione Tortora morirà, stroncato da un tumore: «In quelle orrende mura del carcere - dirà nell’ultima sua apparizione in televisione collegato dal suo letto nell’ospedale - mi hanno fatto esplodere una bomba atomica dentro...». È il 20 maggio del 1988,e per l’occasione il cronista giudiziario de Il Giornale di Napoli, diretto da Lino Jannuzzi, ha rievocato le vicende del processo. Ventidue anni dopo altri giudici, sempre di Napoli, hanno condannato il cronista e il direttore a pagare.
INSULTATO ANCHE DA MORTO
A Gianni Melluso è andata meglio. Dopo avere calunniato impunemente il vivo, prese a calunniare il morto. Nel novembre del 1992, quattro anni dopo la morte di Tortora, il settimanale Gente pubblicò una sua intervista sotto il titolo: «Gianni Melluso esce dal carcere e insiste: Tortora era colpevole». Dice proprio così: «Io gli davo la droga e lui mi pagava». Le figlie di Tortora sporsero querela per calunnia. Due anni dopo la pubblicazione dell’intervista e la querela, il gip del tribunale civile e penale di Milano Clementina Forleo respinge la querela, condannando le figlie di Tortora alle spese processuali, e motiva: «La sentenza di assoluzione del Tortora rappresenta soltanto la verità processuale sul fatto-reato a lui attribuito e non anche la verità reale del fatto storicamente verificatosi».
Due mesi dopo, l’allora sostituto procuratore generale della Repubblica a Milano Elena Paciotti, che poi sarà membro del Csm, presidente dell’Associazione magistrati e infine deputato europeo nelle liste Pd-Pds, respinge l’istanza di apertura del procedimento con questa motivazione: «L’assoluzione di Enzo Tortora con formula piena non è conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Gianni Melluso e di altri chiamanti in correità, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a contribuire valida prova d’accusa...».
L’ULTIMO SFREGIO
Nessuno dei «pentiti» sbugiardati è stato incriminato, processato e condannato per calunnia. Nessuno dei magistrati che hanno gestito l’inchiesta è stato inquisito e punito dal Csm. Anzi, hanno fatto tutti una splendida carriera. Nessun risarcimento è stato riconosciuto ad Enzo Tortora o ai suoi eredi. Anzi, le sue figlie hanno dovuto pagare le spese per la querela fatta a Melluso. I giornalisti (pochi) che hanno raccontato e denunciato i misfatti del processo sono stati condannati a risarcire lautamente i magistrati «per avere offeso la loro reputazione». 

 [Fonte]
 


Restando sul tema case...

Nella Bibbia c'è scritto:  " (...) ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno".(Matteo 3.23)
Oppure: Fai quello che prete dice e non quello che prete fa.
Questo proverbio è citato da Celestino V ne <> di Silone.

Casa a prezzo scontato, spunta la Finocchiaro.
La senatrice PD ha acquistato a Roma un appartamento dalla Cassa del notariato: 30% in meno sul valore reale e senza averne i requisiti.
Alla fine c'è cascata anche Anna Finocchiaro. La capogruppo del Pd al Senato poco meno di un anno fa ha comprato un appartamento di 180 metri quadrati sul colle che sale sopra San Pietro, dietro la Gregorio VII, a Roma. Fin qui niente di male, perché dopo 24 anni a fare la spola tra la Capitale e la natia Sicilia è normale che la papavera del centrosinistra abbia scelto di rendersi la vita più facile. Un po' troppo comoda, però, visto che per l'appartamento ha speso 745mila euro, prezzo più che di favore visto zona e metratura (in più, altri 45mila euro per un box auto). L'investimento a prezzo speciale, fatto per le figlie, che risultano acquirenti dell’immobile, ma con usufrutto per la senatrice ed il marito Melchiorre Fidelbo, rientra a pieno titolo nel faldone dell'Affittopoli (in questo caso vendopoli) romana. Perché a cedere casa e box è stata il 17 maggio scorso la Cassa nazionale del notariato, ultimo atto di una campagna di vendita del proprio patrimonio immobiliare.
Primo problema: la Finocchiaro ha pagato poco più di 4.000 euro al metro quadrato, contro la media di circa 6.400 euro nella zona. Vale a dire, circa il 30% in meno rispetto ai valori di mercato. Capita, come sottolina oggi su Libero Franco Bechis, quando si compra dagli enti previdenziali.
Ecco il secondo problema: di solito, lo 'sconto' è riservato agli inquilini o a notai. Ma la famiglia Finocchiaro-Fidelbo non ha mai abitato in quella casa né risulta abbia legami parentali con alcun notaio. Tutt'al più, la Finocchiaro per carriera politica ha maturato ottimi rapporti di amicizia con l'ex presidente dei notai Gennaro Mariconda e, presumibilmente, con il direttore della Cassa che le ha venduto l'appartamento, Valter Pavan. Che, tra l'altro, ha acquistato un appartamento nello stesso palazzo.

[Fonte]