mercoledì 22 aprile 2009

Sempre in tema dei Diritti Civili e Umani.

Se non ci si vuole credere ecco l'ennesima prova che la "democrazia" per certi popoli e cosa ancora sconosciuta, come lo è certamente in Afganistan di cui ho già scritto nel post precedente.
Vi basta leggere questo resoconto giornalistico.

La passerella degli ipocriti: Cuba e Libia insegnano i diritti umani

• da Il Giornale del 21 aprile 2009, pag. 4

di Fausto Biloslavo

L’ambasciatrice libica che toglie la parola alla vittima delle torture o il rappresentante cubano che a suo tempo si era rifiutato di condannare Saddam quando «gasava» i curdi. Per non parlare dei sudanesi che lavorano dietro le quinte contro i tribunali delle stesse Nazioni Unite e il presidente di un’organizzazione non governativa palestinese accusato di collegamento con i terroristi. Durban II è un festival di gaffe, ipocrisie e personaggi impresentabili. Una conferenza dominata da paesi che fanno a pugni con i principi di libertà e diritti umani.

Najjat al Hajjaji è la belloccia ambasciatrice libica, con un filo di trucco e senza velo, che presiede il Comitato preparatorio del vertice sul razzismo. Venerdì scorso, mentre si rappezzava all’ultimo minuto la bozza del testo finale della conferenza, ha superato se stessa. Durante le testimonianze di violazioni dei diritti umani ha preso la parola il medico palestinese Ashraf Ahmed El-Hojouj. Il poveretto era stato torturato, condannato a morte e sbattuto in una galera libica per anni assieme a cinque infermiere libiche con l’infondata accusa di aver infettato dei bimbi con l’Aids. I malcapitati erano il capro espiatorio che copriva le mancanze della sanità locale. Dopo anni sono stati liberati in cambio dell’intervento, anche finanziario, europeo. Lo stesso figlio del colonnello Gheddafi aveva fatto capire che erano innocenti. L’ambasciatrice al Hajjaji, invece, ha subito provato a togliere la parola alla povera vittima. Il poveretto seviziato dagli sgherri libici ha cercato ogni volta di riprendere il discorso. Alla terza interruzione e con l’accusa di «uscire dal tema» (i diritti umani) l’ambasciatrice ha passato la parola nientemeno che al delegato libico censurando la denuncia.

Presidente del Consiglio per i diritti umani, uno delle costole dell’Onu, che di più si è battuta per Durban II, è invece dallo scorso anno il cubano Miguel Alfonso Martinez. Un campione dei diritti umani: fin dal 1988 era riuscito a boicottare una mozione di condanna contro Saddam Hussein che aveva appena sterminato col gas 5mila curdi a Halabja. Non a caso soprattutto i rappresentanti cubani si sono battuti per limare il più possibile i riferimenti nel testo finale all’inalienabile «libertà di espressione e opinione». La Siria ha invece spalleggiato l’Iran che voleva togliere del tutto la condanna dello sterminio degli ebrei. Il delegato di Damasco ha fatto presente che «non è chiaro quale sia l’esatto numero di ebrei uccisi nell'Olocausto».

Un ruolo discreto, ma altrettanto sporco, lo ha giocato il Sudan. Omar al Bashir, presidente del Paese, è rincorso da un mandato di cattura internazionale della Corte penale, istituita dall’Onu, per i crimini di guerra in Darfur. Nonostante l’imbarazzante situazione è un ministro sudanese, Abdalmahmood Abdalhaleem Mohamad, che presiede da gennaio il potente Gruppo 77. Si tratta di un cartello di paesi del sud del mondo, che influenza pesantemente l’assemblea dell’Onu. I sudanesi sono riusciti a far cancellare il nome della Corte penale sulla bozza della Conferenza di Ginevra. Alla fine è rimasto solo un riferimento generico ai tribunali internazionali. Non basta. Le iscrizioni alla Conferenza delle organizzazioni non governative ebraiche casi sono state in qualche caso respinte. La palestinese Al Haq, invece, non ha avuto problemi. Peccato che il suo capoccia, Shawan Jabarin, sia sulla lista nera degli israeliani come “veterano” del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, considerata da molti un’organizzazione terroristica.

Diritti Umani: cosa sono?

La comunità internazionale si sta prodigando con uomini e mezzi, con l'aggravio della perdita di vite umane per attentati e sabotaggi, per tentare di portare la "democrazia" in Afganistan.
Da quanto apprendiamo dai media ritengo sia uno sforzo inutile....basta leggere, fra i tanti, il seguente articolo de Il Riformista!

I talebani e il corpo delle donne

• da Il Riformista del 21 aprile 2009, pag. 1

di Ritanna Armeni

Le donne afghane sono scese in piazza qualche giorno fa per protestare contro una legge firmata di recente dal presidente Karzai che ammetteva lo stupro domestico, cioè la violenza perpetrata dai mariti sulle mogli. Non credono, evidentemente, alla notizia che lo stesso Karzai, pressato dalle proteste dei alleati, ci avrebbe ripensato. Probabilmente hanno ragione. La legge era stata fatta per ottenere alle prossime elezioni presidenziali il voto degli sciiti ed era stata ben accolta anche dai talebani. Se vuol essere rieletto il presidente afghano non può non cedere alle loro richieste e accettare le loro violenze e le loro prevaricazioni. La cronaca è ormai piena di donne uccise perché hanno tentato di ribellarsi al dominio maschile e familiare o perché volevano andare a scuola. Ed è solo di ieri la notizia che i talebani hanno ammazzato in Pakistan, al confine con l`Afghanistan, un uomo e una donna colpevoli di avere una relazione fuori dal matrimonio. E poi hanno mandato il video a una televisione. Ma non sono i singoli, seppur frequenti, episodi a destare la maggiore preoccupazione. Questi potrebbero essere i colpi di coda di forze che si stanno arrendendo alla democrazia o la reazione di piccoli gruppi che non vogliono accettare le nuove regole. Quello che davvero preoccupa è la evidente ripresa delle forze fondamentaliste e le conseguenti decisioni dei capi di Stato. Quella di Karzai, appunto, ma anche quella, recente, del presidente del Pakistan. AzifAli Zardari, marito di Benazir Bhutto (prima donna premier di un Paese islamico) e successore di quel Musharaf accusato di aver mostrato un atteggiamento ambiguo nei confronti dei talebani pur mostrandosi amico degli Usa, ha promulgato un regolamento che reintroduce la sharia nella parte nord ovest del Pakistan. Asianews, uno dei pochi siti che informano in dettaglio sull`avvenimento, raccontava già un mese fa che la legge islamica era stata ripristinata nelle regioni che confinano con l`Afghanistan e che le corti islamiche avevano preso in mano l`amministrazione della giustizia nella Swat Valley. «Con l`entrata in vigore della sharia nel distretto di Malakand - scriveva Asianews le donne non possono più muoversi da sole, parlare in pubblico e il velo diventa obbligatorio. Le scuole femminili, per lo più legate ai missionari, ma frequentate al 95 per cento da ragazze musulmane, rischiano la chiusura definitiva dopo gli attentati esplosivi negli ultimi mesi che, pur non causando vittime, hanno reso impossibile a circa mille studentesse di frequentare le lezioni». Il governo pakistano, insomma, ha preso atto e ha approvato una situazione che era già in mano ai fondamentalisti promulgando un regolamento che accetta lo stato di fatto. In cambio questi hanno promesso di deporre le armi. Probabilmente non sarà vero. La legge islamica invece - ha informato Asianews - c`è già. E - ricordiamolo - la legge islamica, secondo i fondamentalisti, significa che le donne saranno costrette al matrimonio anche se ancora bambine, alla pena di morte o al carcere se vengono stuprate, alla lapidazione se hanno rapporti fuori dal matrimonio. Per due volte in pochi giorni le donne sono state oggetto di uno scambio politico. Per due volte due uomini, capi di Stato, hanno barattato voti e accordi in cambio di controllo e violenza da parte degli uomini sul corpo femminile. E questo porta a tre (amare) considerazioni. La prima. Il corpo delle donne è la vera posta in gioco nella lotta contro i talebani, gli sciiti e il fondamentalismo. Adriano Sofri, già alcuni anni fa, aveva notato come questo, e non il petrolio, fosse il centro dello scontro fra l`islam e l`occidente. Gli islamici, gli islamici poveri e senza potere, aveva scritto, quelli che non avevano da perdere che le loro catene, potevano però - se avesse vinto l`occidente infedele - perdere le loro donne, la loro proprietà, l`unica di cui potevano disporre. E questo li rendeva particolarmente efferati e subalterni al terrorismo. Oggi proprio per rassicurarli e per combattere il terrorismo - questo l`orribile paradosso al quale stiamo assistendo con indifferenza - non si ha alcun dubbio a consegnare loro il dominio sulle donne. E a confermare che su di loro gli uomini mantengono il diritto di vita e di morte. La seconda. I talebani, e con loro le forze tribali di quell`area del mondo che ha un rapporto conflittuale con l`occidente, hanno guadagnato terreno. Anzi stanno vincendo. La guerra in Afghanistan è stata persa sul piano militare e, prima ancora, sul piano della democrazia e dei diritti. Non se ne vuole prendere atto, ma che cosa significano le due leggi promulgate dal presidente pakistano e da quello afgano se non la presa d`atto che la guerra, la guerra delle armi è stata persa? È per questo che si accetta esattamente ciò per cui quella guerra era stata combattuta e a cui la lotta per la democrazia dovrebbe tenacemente opporsi: la schiavitù della popolazione femminile. La terza. Di fronte all`evidente orribile scambio che avviene in quei Paesi alleati i Paesi occidentali protestano, ma in modo assai poco convinto. Naturalmente condannano la decisione di Zardari, criticano Karzai ma in fin dei conti non ritengono di poter fare molto. Sembrano pensarla al fondo come Spencer P. Boyer, capo dello staff del presidente Clinton e oggi direttore della sezione diplomazia del Center for American progress, il pensatoio democratico americano che, in una intervista al Riformista sulla reintroduzione della sharia in Afghanistan ha risposto: «Nessun Paese è perfetto». La condizione di totale subordinazione e schiavitù delle donne di quei Paesi è considerata da un esponente della democrazia occidentale solo “un’imperfezione”, qualcosa di non perfettamente giusto, ma non di talmente insopportabile da mettere in discussione le scelte politiche e militari finora compiute. E questo certamente non aiuta le donne di quei Paesi e manda un inquietante messaggio anche alle donne dell`occidente che dice di essere democratico.

martedì 21 aprile 2009

Nessuno vuole mangiare con Di Pietro.

Ieri 20 aprile, sul Giornale, quello fondato da Montanelli, ho trovato questo interessante articolo in prima pagina. Buona lettura anche a voi,  perchè è molto istruttivo sul personaggio descritto: l'ex poliziotto ed ex pm Di Pietro, adesso "politico" di professione ma con i nostri soldi.

Nessuno vuole Tonino a tavola, ecco perchè.
di Filippo Facci


Guardate che non c’è mica tanto da ridere: Di Pietro che dice «Alla Camera nessuno vuol pranzare con me» è una nota drammatica, non comica. Certo, è il suo modo di ribaltare ogni realtà a suo favore, e difatti la frase completa che ha pronunciato all’apertura della campagna elettorale è stata questa: «Alle Europee avremo successo, si vede dalla rabbia che abbiamo contro. A pranzo in Parlamento non trovo nessuno che si sieda a tavola con me». Ma voi non sapete che dramma c’è dietro questa frase: e non solo per un particolare di cui sono a conoscenza i cronisti parlamentari, e cioè che neanche i suoi compagni di Partito spesso vogliono pranzare con lui. Il problema è più antico e va oltre la storica incapacità di amicizia dell’ex contadino «imparato» a diffidare di tutto e di tutti, e va addirittura oltre il fatto notorio e politico che la lealtà, Di Pietro, non sappia neppure che cosa sia. Ma non è una questione di conoscere la biografia del personaggio, non è necessario conoscere il solito elenco di quelli che presto o tardi l’hanno abbandonato: da Pietro Mennea all’ex fidatissimo Elio Veltri, dal deputato Valerio Carrara ai vari Rino Piscitello, Federico Orlando, Milly Moratti, Sergio De Gregorio, persino Paolo Flores d’Arcais: «Gente che ha capito il personaggio e ha preso le distanze» ebbe a commentare Veltri. E non abbiamo neppure menzionato Walter Veltroni e perché no, Massimo D’Alema, colpevole della malsana idea di candidarlo nel 1997 al Mugello. Con uno così al limite ci potresti pranzare lo stesso: anzi, certe simpatiche carogne sono dei commensali molto meno noiosi di certe anime belle e narcotiche. Il problema è che a 59 anni suonati, i suoi, una certa sua aura, una certa sua brezza inferiore, ormai ti soffia in faccia direttamente. La si sente. È l’aura fatalmente negativa di chi ha fondato una carriera sulla galera altrui e stringi stringi la alimenta con la promessa di dispensarne ancora. La sua storia è quella che è, l’avventura di una spugna che assorbe e non restituisce, quella del cane che morde la mano che l’ha nutrito, mors tua e valori suoi. Le psicoanalisi da due soldi valgono giusto due soldi, troppi per buttarli in retrospettive inutili. Di Pietro viene da una famiglia dove la capacità di autocontrollo della madre come pure del padre, che interiorizzavano ogni dolore se non altro per necessità, potrebbero sembrare essere buoni indizi del suo carattere decisamente anaffettivo: la madre, in particolare, di fronte alle durezze della vita sapeva essere glaciale ed è stato proprio suo figlio, in una biografia, ad attribuirle quel «prega i morti, frega i vivi» che è un motto da lui ereditato solo nella parte meno religiosa, pare: ma queste sono sciocchezze. Ciascuno è responsabile di sé, punto: dunque di una condotta dove non esista gratitudine, lealtà, coerenza, amicizia che non sia complicità di contingenza. Comportamenti, questi, utili in politica, ma squallidi nel privato. Forse un pizzico sgradevoli anche solo per un pranzo alla Camera. La storia di Di Pietro, umanamente, si sente, non c’è bisogno di conoscerla tutta. Definitiva pareva la vicenda della sua amicizia con Pasqualino Cianci, già raccontata su queste pagine poco tempo fa. Di Pietro, in vita sua, ebbe un solo amico del cuore con cui divise la giovinezza e anche i fasti di Mani pulite: e quando l’amico fu accusato d’aver ucciso la moglie, nel 2002, Di Pietro gli si presentò come suo avvocato e lo valorizzò pubblicamente come suo amico d’infanzia. Poi l’amico venne arrestato e Di Pietro passò ad accusarlo con gli stessi materiali raccolti per difenderlo, valorizzando come amica d’infanzia la moglie trucidata. Pasqualino Cianci è stato condannato a 21 anni in primo grado, e Di Pietro, si ricorderà, è stato sospeso per tre mesi dall’Ordine degli avvocati. Se non basta questa storia, vediamone un’altra. Più che una storia, un’immagine: è una cena natalizia che il 19 dicembre 1991 si tenne a Milano a casa di Antonio D’Adamo, altro ex grande amico di Antonio Di Pietro. C’è l'ex cassiere socialista Sergio Radaelli che beve champagne; c’è il sostituto procuratore Antonio Di Pietro, quella sera più estroverso del solito, con in mano un inutile librone regalatogli dall’architetto socialista Claudio Dini; c’è il sindaco di Milano Paolo Pillitteri che è in ritardo, ma quando arriva ecco Di Pietro alzarsi per primo e accoglierlo ancora col tovagliolo in mano. Più tardi Di Pietro è al telefono con l’ex questore Umberto Improta, suo amico e mentore. Più tardi ancora, infine, c’è Di Pietro che alza il calice per primo e inneggia «al migliore dei sindaci possibili». Ora: chiedete a Radaelli se immaginava che Di Pietro entro pochi mesi l’avrebbe messo in galera. Chiedete a Claudio Dini se immaginava che Di Pietro entro pochi mesi l’avrebbe messo in galera. Chiedete a Pillitteri se immaginava che pochi mesi dopo Di Pietro avrebbe chiesto anche il suo arresto. E se qualcuno obiettasse che Di Pietro fece soltanto il proprio dovere, senza distinguere tra amici o meno, noi non obietteremo nulla: però, ecco, questo qualcuno a pranzo con Di Pietro ci vada lui.

La scoperta dell'acqua calda!

Riporto l'articolo del direttore de il Giornale del 20 aprile senza alcun commento...


Guarda un po' la Rai è lottizzata
di Mario Giordano

Una mattina mi sono svegliato e ho trovato il lottizzator. Al grido di «giù le mani dalla Rai», la sinistra scopre all’improvviso che le nomine della Tv di Stato non avvengono per sorteggio e nemmeno col televoto come a Sanremo, ma c’è di mezzo la politica. Pensate un po’, chi l'avrebbe mai immaginato? O Bella Ciao. Come tante belle addormentate nel bosco del sottogoverno, le menti più illuminate dell’intellighentia chic si svegliano dal lungo sonno e fingono di essere colte da immacolati e infiniti stupori. In una riunione a casa di Berlusconi si è parlato perfino del Tg1: poffarbacco, che scandalo. Avanti di questo passo e chissà magari fra qualche anno scopriranno perfino che i bambini non li portano le cicogne. E che «avere una banca» non significa giocare al Monopoli.
Dal sermone domenicale di Scalfari all’intervista indignata di Sergio Zavoli (quello che ci ha messo cinque giorni per vedere la trasmissione di Santoro), dalla prima pagina del Corriere con la vignetta di Giannelli alla prima pagina dell’Unità (uguale alla vignetta di Giannelli: sarà un caso?), tutti a levare il solito grido di dolore, persino un po’ stagionato, contro le scelte dei direttori dei tg che si fanno nel salotto di Berlusconi. Perché è chiaro, come dice la Jena, sono finiti i bei tempi di una volta, quando quelle scelte si facevano solo nel salotto di Veltroni.
Siamo sempre stati in prima linea nel combattere le voracità della politica e la voglia di ogni sottopanza di intromettersi in scelte che dovrebbero seguire criteri rigorosamente professionali. E continueremo a farlo. Ma non possiamo fare a meno di provare un po’ di orticaria di fronte a tanta ipocrisia dei sepolcri malamente imbiancati: da una parte vogliono passare come i difensori della purezza della razza giornalistica, dall’altra trattano tutto, dal presidente Paolo Garimberti (non a caso indicato da Franceschini) fino all’ultima poltroncina al Gr Parlamento. Ma li sentite? Hanno appena finito di tuonare: fuori la politica dalla Rai, e chiedono di avere, per via politica, la direzione di Raitre. Fingono di scandalizzarsi perché Mimun o Minzolini (ottimi professionisti) hanno il gradimento di Berlusconi, poi aggiungono: però al Tg3 ci deve andare la Berlinguer perché piace a D’Alema... Se la coerenza fosse un vestito, sarebbero nudi. Se fosse cibo, sarebbero già morti di anoressia.
Del resto che la Rai sia stata occupata da sempre, in tutti i suoi anfratti più nascosti, dalla sinistra è cosa piuttosto risaputa. E evidente. Se se ne volesse un’ulteriore dimostrazione, basta guardare i volti noti: da Lamberto Sposini, già pippobaudo dell’Ulivo e ora re del pomeriggio di Raiuno, a David Sassoli, da anni anchorman di punta del Tg1 e così organico al Pd da esserne candidato simbolo per le prossime europee. E poi Santoro, Lilli Gruber, Marrazzo, Badaloni. Il bello è che molti di loro, appena finito l’incarico politico, tornano in onda, come se niente fosse. E ci danno pure lezioni di correttezza giornalistica. E poi si scandalizzano perché si parla di Rai in una riunione col premier. Ma per favore. Se volete, scendete dal pero e proviamo a parlare seriamente. Prima, però, spogliatevi da quella spocchia, toglietevi di dosso quell’aria di superiorità morale, liberatevi dalla presunzione di essere i migliori che vi accompagna da sempre e che vi ha inesorabilmente portato a essere i peggiori. Perché di tromboni è pieno il mondo. Ma nessuno è così facile da suonare come voi.

giovedì 12 marzo 2009

pOLITICI SENZA RITEGNO E VERGOGNA!

Fatta eccezione per la pattuglia dei radicali ormai fuori gioco, nessun ritegno e nessun senso di vergogna hanno questi politicanti italicus, nell'autoassegnarsi in nome della "democrazia", laute prebende in sonante denaro a spese di tutti gli italiani.
Dopo lo "scandalo" (ma chi se lo ricorda e a chi interessa?) dei rimborsi elettorali ai tutti quei partitelli dello 0 virgola qualcosa che sono stati sonoramente bocciati dagli elettori e che per questo non hanno alcun parlamentare eletto, ma che continueranno a prendere i denari pubblici, milioni di euro, fino al 2012 come rimborso elettorale, ecco un altro regalo di questo governo che si definisce liberal, che predica bene ma razzola molto male, a questi partitini dello zero virgola.
Riporto una lettera a Liberal, pubblicata il 24/02/2009 a pag. 22.


Lettere - La casta incassa

I politici sono generosissimi con se stessi e con coloro che li assistono. All`unanimità, astenuti i radicali, il Senato ha approvato i rimborsi elettorali alle prossime "europee", non solo ai partiti rappresentati - che superino lo sbarramento del 4 per cento - ma anche agli sconfitti, che superino la soglia del 2 per cento. Nel 1986 il Quirinale costava in valuta attuale 73,5 milioni di euro: in vent`anni la spesa reale, depurata dall`inflazione, è triplicata e continua a salire 224 milioni nel 2007, 231 milioni nel 2009. Gli strombazzati tagli e risparmi sono superati dagli incrementi di spesa. Essere antifascisti e rispettare la Costituzione - signori politici, più o meno "progressisti" significa anche e soprattutto attuare una fortissima riduzione (assoluta e relativa) dei costi diretti e indiretti della politica. Questa è la basilare aspettativa dell’ uomo della strada", ora ridotto a suddito sfruttato.

Conclusione: anche se trombati dagli elettori, continueranno a vivere da gran signori con il rimborso elettorale. Viva l'Italia!




giovedì 29 gennaio 2009

Perchè fanno politica i nostri pOLITICANTI!

Continuo a pubblicare gli interessanti articoli di Stella e Rizzo sul perchè i nostri pOLITICANTI fanno i politici: pro domo mea e quindi i soldi, i denari, gli sghei o la pila per dirna in vernacolo.
Premetto che quanto leggerete adesso non l'avreste letto ai tempi della vendita del palazzo di Via Botteghe Oscure, sede storica del PCI. Vendita dovuta ai miliardi di debiti accumulati in molti anni di fallimentare gestione del partito. Poi arrivò la incostituzionale legge del rimborso elettorale, et voilà, i debiti sono stati ripianati senza vendere più nulla, anzi moltiplicando gli investimenti, seppur sotto l'odierno nome di DS, anzichè PCI.



Fondazioni DS, un patrimonio da mezzo miliardo di euro.

L’incubo di «Ughetta», moglie giudiziosa, è una catapecchia nelle campagne istriane di Babici. Dove figura essere finito, intestato a uno scaricatore di cassette al mercato di Trieste, ciò che restava dell’immenso tesoro della Dc: 508 palazzi e case e garage e negozi spariti così:
Perciò, sbuffa con gli amici il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, non riesce a capire le polemiche sulle fondazioni in cui sta mettendo al sicuro il patrimonio ereditato dal Pci e dai rampolli pidiessini e diessini. In fondo, ha spiegato a Luca Telese, quello suo con Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, è un matrimonio politico che non sfugge alle regole di tutti i matrimoni: «Luigino e Ughetta, che sono io, vanno all’altare poveri in canna, ma se Ughetta ha un po’ di patrimonio e Luigino ha un po’ di soldi, quel che devono dire al sindaco è: facciamo la separazione dei beni».
Ovvio, no? L’ha ripetuto pochi giorni fa: «E’ il frutto di un processo avviato dalla direzione nazionale del partito nel 2005 per separare la politica dalla gestione del patrimonio, evitando così che eventuali scelte negative della prima abbiano ripercussioni sul secondo». Mica i soldi dei vecchi militanti possono essere messi in un investimento sbagliato! Metti caso che alle Europee il Pd vada al naufragio e gli ex-diessini e gli ex-margheritini si convincano che le nozze sono state un errore e decidano di separarsi... Amici come prima, certo. Ma a ciascuno il suo.
Va da sé che, proprio come succede dopo certi sposalizi celebrati con un carico di speranze evaporate in fretta, sono proprio i soldi uno dei motivi di litigio. Fin dall’inizio. Cioè dall’autunno del 2007 quando Sposetti, che nel ruolo di tesoriere del partito si sentiva in una botte di ferro («alla fine della segreteria Veltroni nel 2001 il debito era di 58o milioni di euro, adesso è di 14o») decise di mandare una lettera al «Corriere» nel tentativo di spazzar via le polemiche su una frase che gli era scappata: «Da me il Pd non avrà un euro».
«Non c’ è, né può esserci alcuna lite su soldi e immobili tra i Ds e il Partito democratico, che i Ds hanno voluto con determinazione e convinzione», scrisse. E precisò: «La riorganizzazione del patrimonio immobiliare che fin qui è stato nella disponibilità dei Ds è finalizzata all’unico obiettivo che tale patrimonio possa entrare nella piena disponibilità del Pd, con le stesse regole di autonomia gestionale e di forma giuridica adottate fin qui dai Ds. È dunque del tutto privo di fondamento che tale riorganizzazione sia estranea alla costruzione del Partito democratico o addirittura che voglia sottrarre al nuovo partito la disponibilità di strutture e beni».
Il tesoriere del Pd Mauro Agostini abbozzò, ma senza troppa convinzione: «Il problema è che nel caso in questione i membri del comitato di indirizzo, oltre a essere in numero molto ristretto, sono nominati a vita e che in caso di morte si procede per cooptazione». Insomma, resterebbe comunque tutto «in casa» degli eredi dei Democratici dì sinistra. Uomini e donne fidatissimi. Che nel caso fossero chiamati a sostituire questo o quel membro dovrebbero mettersi comunque d’accordo (mica a maggioranza semplice: sette su otto, nove su dieci...) conservando intatta la corazza blindata della fondazione.
Fatto sta che mesi e mesi di convivenza non solo non hanno portato a una nuova «luna di miele» ma hanno scavato un solco più profondo tra i «coniugi». Fino a incattivire i rapporti. Soggetti oggi a tempeste improvvise e furibonde. Come l’altra settimana quando Piero Fassino si è catapultato in Transatlantico sull’ex margheritino Pierluigi Mantini, del comitato Tesoreria del Pd, reo d’avere detto in un’intervista a «Libero»: «La Margherita ha conferito il suo intero patrimonio, soldi del finanziamento pubblico e la stessa sede che ora e in uso al Pd, al nuovo partito. Non si è tenuta niente da parte. I Ds, invece, no». «Hai detto un sacco di cazzate», gli ha sibilato in faccia l’ultimo segretario diessino, «Non basta dichiarare per andare sui giornali. lo mi sono rotto...». Ultima sassata: «Sei un cretino. Ci vediamo in tribunale. Se uno è stupido dovrebbe star zitto».
Ogni volta che lo tirano in ballo, Sposetti sospira. E spiega che, disperso in mille rivoli il «tesoro» democristiano e popolare, la «dote» vera (sia pure carica di debiti) ce l’avevano solo i Ds. I canoni che le fondazioni chiedono per le sedi del Pd? «Sono affitti politici. Servono a coprire le spese: l’Ici chi lo paga, il condominio chi lo paga, la Tarsu chi la paga? Le fondazioni.
di Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella
da Corriere della Sera del 19 gennaio 2009, pag. 11

mercoledì 28 gennaio 2009

Le smentite alla "verità" dell'ex pm Di Pietro.

Qualche post più giù ho pubblicato la lettera inviata dall'ex pm Di Pietro a Libero, nella quale tenta di spiegare, a modo suo, com'è diventato miliardario in lire o milionario in euro. Dopo alcuni giorni, precisamente il 12/1/2009 a pag 1, il quotidiano Il Giornale pubblica il seguente articolo, a firma di Massimo De Manzoni, nel quale vi sono una serie di smentite alle "verità" dell'ex pm.

Le non risposte di Tonino
Da settimane questo quotidiano incalza il deputato Antonio Di Pietro, leader-padrone dell’Italia dei valori, con una serie di domande sul suo patrimonio immobiliare, sulla gestione privatistica dei fondi pubblici destinati al suo partito, su comportamenti non precisamente commendevoli di alcuni suoi deputati, sui rapporti apparentemente non troppo limpidi tra suo figlio Cristiano e il funzionario dipietrista Mautone, sul misterioso modo («inquietante», lo definisce la Direzione investigativa antimafia) in cui è venuto a conoscenza che lo stesso Mautone era sottoposto a indagine ed ha quindi provveduto a trasferirlo e a proibirgli ogni contatto telefonico con l’inguaiato rampollo. Domande legittime, ci pare.
A maggior ragione considerando il fatto che «l’onestà» è l’unica ragione sociale del partito dell’ex pm, la sola giustificazione della sua presenza nel panorama politico italiano. Come ha ben scritto Michele Brambilla qualche giorno fa, «non c’è altro, nel pensiero di Di Pietro. Non un’ideologia, non una strategia economica, non una visione sulla politica internazionale, sulla scuola, sulla cultura, su qualsiasi questione etica che non attenga al settimo comandamento». Nulla: solo «mani pulite» e «trasparenza» attribuite a se stesso in contrapposizione agli intrallazzi, quando non alla pratica delle tangenti che, a suo dire, caratterizzano praticamente ogni altro soggetto fuori e dentro il Parlamento. Come poi possa avere la faccia tosta di sostenere questa parte uno che ha tanti scheletri nell’armadio (Mercedes, scatole di soldi, strani giri di case e favori, ambigui rapporti con alcuni inquisiti, inspiegabile e inspiegato abbandono improvviso della toga per buttarsi in politica) e come tanti italiani possano dargli credito, è ovviamente un altro paio di maniche. Ma questa è l’immagine che Di Pietro, aiutato dai suoi cantori, proietta costantemente di sé: il puro, l’immacolato.
Capirete bene che l’Incorruttibile è ancor più soggetto degli altri politici all’analisi del sangue sulla correttezza delle sue azioni. E quando sorgono ombre, più di altri avrebbe il dovere, oltreché l’interesse, di chiarire. Di qui i nostri quesiti. Che però hanno trovato un iniziale muro di silenzio. Abbiamo insistito, ma non siamo andati oltre qualche risposta obliqua e abborracciata. Sul caso Mautone, per esempio: «Ho saputo dalle agenzie», ha buttato lì il prode Tonino. «Falso!», ha dimostrato il Giornale. «Anzi no, è stato il mio fiuto», ha cercato di rimediare l’ex poliziotto, «e comunque è una stupidaggine mostruosa sostenere che qualcuno mi abbia rivelato segreti d’ufficio». Più che una spiegazione, una provocazione. Così, tirati a cimento, siamo andati avanti. Scoprendo altre cose non proprio nitide sull’operato di Di Pietro e del suo entourage, e chiedendogliene conto. Il risultato? Promesse di querele; insulti (il senatore dell’Idv Luigi Li Gotti ha definito il nostro direttore «un paranoico pericoloso»); minacce di morte: «finirai appeso a testa in giù» hanno preconizzato a Mario Giordano i seguaci dell’Uomo tutto d’un pezzo. Il quale, giusto l’altro ieri, ha deciso di esibirsi in prima persona. Dev’essergli costato, perché come è noto con la lingua italiana non ha questa gran consuetudine, ma si è messo davanti al computer e ha scritto sul suo blog: ha definito la nostra campagna giornalistica «una ben orchestrata azione criminale». Ma non gli sembrava abbastanza e così è andato a frugare ancora nel suo repertorio: «un’associazione a delinquere vera e propria che opera nell’ottica di un unico disegno criminoso portato avanti da più persone a più livelli». Che volete farci: questo è il suo concetto di libertà di stampa.
Da qualche giorno, però, sta succedendo una cosa bizzarra. Anzi due. La prima è che non siamo più soli: anche altri giornali, da Libero all’Economist, hanno iniziato ad accorgersi che il leader dell’Idv è debitore di qualche chiarimento agli italiani. La seconda è che l’ex pm si è finalmente degnato di rispondere. No, al Giornale no. Ma a Vittorio Feltri, che gli poneva alcuni dei nostri stessi quesiti, sì. E ha risposto con grande gentilezza, quasi cerimonioso: caro direttore, grazie, lei mi ha dato l’opportunità di spiegarmi e anche un buon consiglio, ora modifico subito lo Statuto del partito; ecco qua, vede, d’ora in poi non sarò più solo io a maneggiare tutti quei milioni di finanziamento pubblico, perché l’ho fatto fino ad ora non lo so e comunque non glielo dico, però sono appena stato dal notaio e insomma: anno nuovo, vita nuova, come si dice, e se ha ulteriori consigli da darmi eccomi qua, pronto a riceverli.
Da quel gran giornalista che è Feltri, naturalmente, non si è fatto pregare e su Libero di ieri ha sottoposto a Di Pietro, «per aiutarlo a ripulirsi bene», altre sei questioni portate alla luce dal lavoro dei cronisti e dai commentatori del Giornale. Le riassumiamo. 1) Come si spiega la doppiezza fra l’associazione Idv (composta da Di Pietro, moglie Susanna Mazzoleni e fedelissima deputata Silvana Mura), che da anni incassa il finanziamento pubblico, e il partito Idv? 2) Come si spiega la gestione dei contributi elettorali del partito? 3) Come si spiega che fino a ieri fosse Di Pietro ad approvare i rendiconti Idv, senza altri controlli? 4) Come poté Tonino acquistare la casa di Bergamo all’asta dell’Inail se la legge glielo impediva? 5) Come si spiega il giallo dell’Idv che pagava l’affitto della sede di Roma alla famiglia Di Pietro? 6) Come si spiega che Di Pietro seppe in anticipo che il provveditore alle opere pubbliche Mario Mautone era sotto inchiesta a Napoli?
Ora, noi non sappiamo se l’ex pm risponderà. Ma qualche considerazione ci sembra vada fatta. Innanzi tutto, se Feltri vuole «aiutare Tonino a ripulirsi bene» significa che a suo giudizio tanto pulito non è, e quindi anche lui ritiene che la campagna condotta per settimane in solitario dal Giornale ha un suo fondamento. Ci fa piacere. Ma attenzione: rispondere alle domande non è condizione sufficiente per «sbiancare» (come diceva Pacini Battaglia riferendosi all’allora magistrato) Di Pietro. È essenziale valutare che cosa risponde. E qui la faccenda si fa un tantino più complicata e forse si comprende anche perché l’ex pm sia disposto a fornire spiegazioni a tutti tranne all’unico quotidiano che gliele sta chiedendo da settimane. Non è che Tonino ha paura? Paura che noi - che ormai abbiamo fatto della questione un punto d’onore - non ci accontentiamo di qualche brandello di trasparenza allestito in fretta e furia e condito da pacche sulle spalle. Paura che servano risposte vere e, quindi, scomode, scomodissime per il Grande Moralizzatore.
Finora, per esempio, l’unica medaglia che si è davvero appuntata sul petto è la sbandierata modifica dello Statuto dell’Italia dei valori. Ma è una medaglia di ottone. Chi lo dice? Non noi «criminali», ma l’insospettabile Corriere della Sera, sotto l’eloquente titolo “Cambia poco”: «Dal triumvirato familiare a un organo politico ristretto ben lontano dal blind trust... I poteri sulla cassa passano all’ufficio di presidenza: Di Pietro e quattro fedelissimi». Non è con provvedimenti all’acqua di rose (vogliamo parlare del figlio Cristiano che si dimette dal partito ma conserva gli incarichi di consigliere provinciale e comunale?) o con risposte evasive che l’Incorruttibile può sperare di cavarsela. E a proposito: noi avremmo anche altre curiosità. Come mai ha fondato l’associazione Idv proprio il 26 luglio 2004, guarda caso il giorno prima del piano di pagamento dei rimborsi delle elezioni europee? Perché non spiega come mai se non si fidava più di Mautone, come ha dichiarato ai quattro venti, lo ha trasferito in un ruolo chiave del ministero e poi l’ha presentato in almeno due occasioni come il suo braccio destro? Ha niente da dire sulle sue spericolate manovre sulle autostrade del Nordest di cui parliamo in queste pagine?
Coraggio, Tonino: il lavacro l’attende. Ma è qui, in via Negri.

Come agiva l'ex pm Di Pietro quan'era ministro.

Riporto l'articolo di Stefano Filippi pubblicato da Il Giornale del 12/1/2009 a pag. 2.

Le manovre spericolate di Tonino in autostrada: così piazzava gli amici

Al ministro Antonio Di Pietro piaceva scorrazzare in autostrada, soprattutto su quelle del Nordest. Correva, sfrecciava, e trovava sempre qualche amico. È piccolo il mondo di Tonino. Incontrava per esempio Mario Mautone, il provveditore alle Opere pubbliche in Campania e Molise che sistemava gli amici di Di Pietro junior. E che ci faceva Mautone lontano 900 chilometri dalle sue terre? Presiedeva commissioni di controllo, nominato da Di Pietro senior. Ma il leader dell’Italia dei Valori incappava anche in Guglielmo Ascione, un suo ex collega che da magistrato archiviò due fascicoli pericolosi per Tonino. Anche lui, come l’ex pm di Montenero di Bisaccia, ha appeso la toga al chiodo: ora fa l’avvocato e, dietro compenso di quattro milioni di euro, fu incaricato dall’autostrada Serenissima di sistemare un contenzioso col ministero retto da Di Pietro.
Un anno e mezzo fa il caso Ascione fece clamore. Nel 1995 fu lui ad archiviare un esposto di Sergio Cusani che denunciava la falsificazione di alcune carte (fornite dal faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia) su cui Di Pietro aveva costruito il processo Enimont. Cusani ebbe torto ma aveva ragione: un anno dopo una perizia avrebbe accertato che quei documenti erano contraffatti, ma ormai l’esposto era seppellito.
Fu sempre Ascione ad archiviare altre accuse compromettenti per Di Pietro, quelle del pentito Salvatore Maimone, il quale aveva sostenuto che un autoparco milanese gestito dalla mafia godeva delle coperture di magistrati tra cui proprio Tonino. Ed era ancora Ascione, sia pure indirettamente, a informare il collega che si stava preparando un’ispezione ministeriale su di lui: secondo una sentenza del 1997, l’ispettore Domenico De Biase riferiva ad Ascione, il quale ne accennava al giornalista Maurizio Losa, il quale si confidava con Di Pietro.
Due anni fa il giudice diventato avvocato era stato incaricato dalla società che gestisce l’autostrada Brescia-Padova di dirimere una faccenda molto delicata, che richiedeva doti speciali di mediazione con il ministero delle Infrastrutture. Il legale doveva fare in modo che la Serenissima ottenesse la proroga della concessione autostradale. La decisione spettava all’Unione europea e al ministero. La consulenza fu assegnata il 30 giugno 2006, quando Tonino si era insediato da poche settimane.
La vicenda fece scalpore per l’ammontare della parcella (quattro milioni di euro), ma soprattutto per la scelta di Ascione. Gli interrogativi sono tutti riassunti in un’interpellanza presentata dalla senatrice Cinzia Bonfrisco (Forza Italia): l’ex giudice era stato individuato «dopo una preselezione/gara, o per indicazione fiduciaria, o per conoscenza personale, o per presunti rapporti passati/presenti dello stesso legale con il ministro che ha imposto la nuova convenzione e che poi doveva mettere l’ultima parola?».
Mario Mautone, invece, fu paracadutato nel Nordest da Di Pietro in persona. Il ministro aveva deciso una procedura tutta sua per controllare gli appalti delle opere pubbliche bandite da società concessionarie: nominare una commissione speciale che verificasse le procedure di gara e indicasse quale fosse l’offerta più vantaggiosa, senza però prendersi la responsabilità di decidere. Una forma di pressione nemmeno troppo occulta che comportava ritardi, perché le nomine non erano tempestive, faceva aumentare i costi, perché i commissari erano autorizzati a chiedere parcelle che potevano raggiungere il 2 per cento dell’importo complessivo dei lavori. Al confronto, l’onorario di Ascione appare perfino modesto.
Nel 2007 le Autovie Venete (autostrada Venezia-Trieste) dovevano progettare il nuovo ponte sul Piave e altri lavori per la realizzazione della terza corsia. Alla testa della commissione speciale Di Pietro pose Mautone: era il periodo più «caldo» dei dialoghi intercettati tra l’ex provveditore e Cristiano Di Pietro, nei quali il figlio del ministro raccomandava gli amici. Nella commissione friulana, Mautone non era l’unico fedelissimo piazzato da Tonino: vi faceva parte anche l’ingegner Ugo Luterotti, dipendente in pensione dell’Ater di Gorizia, ma soprattutto segretario locale dell’Italia dei Valori. Il terzo componente era Ugo Dibennardo, capo del compartimento Anas del Triveneto. A Mautone andarono 30mila euro più altri 2.398,56 come rimborso spese; in totale la commissione costò 105mila euro.
Che c’azzeccava Mautone con la viabilità friulana? Era l’esperto numero uno di appalti autostradali? Lo Speedy Gonzales delle concessioni? Il Renzo Piano dei viadotti a tre corsie? Insomma, perché fu catapultato da Napoli a Trieste? È lo stesso Di Pietro a svelare l’arcano. Lo fece nella risposta a un’interrogazione presentata dal senatore friulano Ferruccio Saro (ex Dc, ora Pdl), il quale chiedeva quali fossero i criteri adottati per la scelta di Mautone, oltre il fatto di operare «nella terra d’origine del ministro».
Risposta: «Mautone risulta essere, tra i dirigenti del ministero, quello con il minor numero di incarichi» e quindi era stato designato in ossequio al «criterio della rotazione» concordato con i sindacati. Insomma, non era il più esperto ma il più disoccupato. Quanto a Luterotti, l’attivista Idv assicurava «l’apporto di specifiche competenze, esperienze e professionalità nell’esame della congruità dei prezzi e delle tariffe connesse all’attività libero-professionale, settore nel quale si è distinto quale vice presidente dell’ordine degli ingegneri di Gorizia e responsabile della commissione revisione parcelle». La risposta all’interrogazione parlamentare è del 2 agosto 2007: il 29 luglio si erano improvvisamente interrotti i colloqui telefonici tra Mautone e il giovane Di Pietro.
Ora il caso è tornato all’attenzione delle Camere. I deputati Isidoro Gottardo e Manlio Contento (Pdl) hanno chiesto al ministro Altero Matteoli di eliminare le commissioni speciali di controllo, che tolgono autonomia alle società e impongono spese aggiuntive, e soprattutto di conoscere tutti gli incarichi assegnati da Di Pietro nei due anni da ministro. L’interrogazione, del 19 giugno, è ancora senza risposta: sarà un conteggio lungo e complicato.

Così Di Pietro ha creato la sua Italia del mattone

Riporto quanto pubblicato da Il Giornale on line del 9 gennaio 2009
di Massimo Malpica, Gian Marco Chiocci

Dall’inchiesta di Napoli - di cui aveva «avvisaglie» quando solo i pm dovevano sapere - ai rimborsi elettorali gestiti «in famiglia», dai rapporti con Mautone negati ma apparentemente amichevoli al tempo in cui il provveditore era già stato «rimosso» dopo le chiacchiere con Cristiano, sono tante le domande a cui Antonio Di Pietro non risponde. Tra queste, anche quelle sul suo «portafoglio immobiliare».
Un tesoretto in mattoni tra l’estero e mezza Italia. Deve avere risparmiato molto Di Pietro per comprarsi tutte queste case. La questione è sbarcata pure alla procura di Roma, che poi lo ha assolto, insieme alla vicenda della gestione dei rimborsi elettorali sollevata dal cofondatore dell’Idv, Mario Di Domenico. Di Pietro avrebbe acquistato immobili con i soldi del finanziamento al partito, e avrebbe riaffittato alcuni di questi proprio all’Italia dei Valori. Un comportamento che i pm stigmatizzarono, ma che non ebbe seguito penale. Sulla vicenda, e su quelle compravendite, Di Domenico ha rilanciato con esposti, e gli atti su gestione finanziaria e immobiliare sono ora in fascicoli aperti in quattro procure italiane, tra cui quella di Brescia.
Il tour del «Di Pietro real estate» non può che cominciare da un acquisto pieno di anomalie. Un appartamento di 178 metri quadrati nel centro di Bergamo, comprato grazie alle cartolarizzazioni dell’Inail, il cosiddetto «Scip 2». Sul caso, è appena arrivato in procura a Napoli un esposto-denuncia che chiede di far luce da un lato sui rapporti tra l’ex provveditore Mautone e lo stesso Antonio Di Pietro, e dall’altro quelli tra Mautone e Romeo, che gestiva con la sua società proprio le cartolarizzazioni dell’Inail (Scip1 e Scip2) tramite le quali l’ex pm si comprò la casa bergamasca.
Va detto che Di Pietro all’inizio criticò la scelta di dismettere il patrimonio delle case dell’Inail, arrivando a firmare una proposta di legge perché il valore di quegli immobili fosse messo a frutto degli invalidi sul lavoro, salvo poi procedere lui stesso a comprarne uno con modalità ancora da chiarire. Era l’estate del 2004, l’ex «collega di partito» Di Domenico aveva diffidato Tonino e la tesoriera dell’Idv Silvana Mura dal proseguire nell’uso «non associativo» dei soldi del partito.
Eppure proprio quell’anno alla società di cartolarizzazione Scip arriva una proposta di acquisto per l’appartamento di via Locatelli a Bergamo. Per legge Di Pietro, che era parlamentare europeo, e che prima del perfezionamento dell’acquisto sarebbe sbarcato in Parlamento (aprile 2006) non poteva comprare, in quanto amministratore pubblico. Infatti a presentare l’offerta per la cartolarizzazione è Claudio Belotti, compagno della Mura, e con lei componente del cda Antocri, la società immobiliare «di famiglia» amministrata da Tonino, che prende il nome dai tre figli dell’ex pm Anna, Toto e Cristiano. E la Mura, insieme a Tonino e alla moglie di questi Susanna Mazzoleni, gestisce anche l’associazione Italia dei Valori, quella che incassa i rimborsi elettorali al posto del «movimento-partito» Idv.
Il 1° ottobre 2004 viene pubblicato il bando per l’acquisto della casa. Il 10 novembre arriva l’offerta di Belotti: 204.085 euro, 20mila depositati subito come cauzione. Il Tar boccia la proposta di acquisto per «irregolarità formali» e assegna l’appartamento alla Bergamo House Unipersonale srl, seconda aggiudicataria. Belotti ricorre al Consiglio di Stato, e curiosamente all’udienza dell’11 gennaio 2005 non si presentano né l’Inail né la società di cartolarizzazione né l’aggiudicatario subentrato né l’avvocatura dello Stato. Se a firmare la proposta fosse stato Di Pietro, o se fosse stato noto che il compagno della Mura era un prestanome, il giudice amministrativo avrebbe dovuto comunque respingere il reclamo, ai sensi dell’articolo 1471 del codice civile: «Non possono essere compratori, nemmeno all’asta pubblica, né direttamente né per interposta persona, gli amministratori dei beni dello Stato».
Ma a figurare è solo Belotti, e il ricorso viene accolto. Eppure gli assegni, cinque, con cui la casa viene pagata al momento della stipula portano la firma di Antonio Di Pietro (che appunto non avrebbe potuto comprare), ma il notaio nemmeno eccepisce che nel verbale di aggiudicazione il nome dell’acquirente era quello di Belotti (a nome suo, mica per conto dell’Antocri), né è quest’ultimo che compra e poi rivende al leader Idv. L’atto notarile è uno soltanto, ed è intestato a Di Pietro. Ultima sorpresa, il numero telefonico della linea installata in quella casa è lo stesso a cui un tempo rispondeva la tesoreria dell’Italia dei Valori.
Ma la casa di Bergamo non è certo la sola riconducibile a Di Pietro, ai suoi familiari e alla An.to.cri, società attivissima nonostante il capitale sociale iniziale di appena 50mila euro. C’è Curno, dove Tonino ancora pm comprò una villa, espandendosi nel 1994 con l’acquisto di un’altra casa adiacente di otto vani. Passando al 1995, il futuro leader Idv aggiunge alle sue proprietà un’immobile di 300 metri quadri a Busto Arsizio comprandolo con un mutuo all’80 per cento del valore, che poi girerà al partito.
Quando poi sbarca a Bruxelles, ecco una casa - due locali - anche nella capitale belga. La carriera non si ferma, le proprietà immobiliari procedono di pari passo. Di Pietro è ministro delle Infrastrutture, e nel 2002 mentre il mercato del mattone a Roma è alle stelle si assicura otto vani e 180 metri quadrati nel centro della capitale, al quarto piano di uno stabile di via Merulana. Prezzo 650mila euro, 400mila dei quali finanziati da un mutuo Bnl. Finita? Macché. C’è l’attico di Montenero di Bisaccia: 173 metri quadri poi portati a 186 grazie al condono edilizio del 2003, che Tonino cede a Cristiano. E poi, stesso anno, i 190 metri quadrati comprati a Bergamo, via dei Partigiani, quarto piano. Intestati agli altri figli, Anna e Toto. Quel giorno anche la moglie di Tonino acquista nello stesso palazzo un appartamento di 48 metri quadrati, sempre al quarto piano, oltre a due cantine e a un garage. Del 2004 è la compravendita - siglata Antocri - di una casa di 190 metri quadri (620mila euro) in via Felice Casati a Milano. E sempre Antocri compra (1.05 milioni di euro) dieci vani in via Principe Eugenio a Roma. Che diventa la sede dell’Idv, affittuaria del suo leader. Ancora nel 2005 la moglie di Di Pietro compra un appartamento e un ufficio in via del Pradello a Bergamo. Nel 2007 Tonino ristruttura la masseria di famiglia a Montenero (16 ettari tra eredità e acquisti). E poi c’è quel 50 per cento di quota che Di Pietro possiede nella Suko, società bulgara.
Il business del mattone frutta: in 7 anni Tonino ha investito 4 milioni di euro, e al netto dei mutui da estinguere ne ha incassato uno dalle vendite. Il fiuto per gli affari è chiaro, l’origine dei soldi investiti meno: di Pietro infatti dichiara al fisco meno di 200mila euro l’anno. E giura di non aver mai usato un euro del denaro dell’Idv.

Ecco come spiega l'ex pm Di Pietro il suo essere miliardario in lire!

Riporto l'intero articolo pubblicato da Libero il 9/1/2009 a pag. 1, col quale l'ex pm, ora parlamentare, cerca di spiegare, a modo suo, come è diventato miliardario.

L’ex pm: vi spiego tutte le cifre
di Antonio Di Pietro

Caro direttore, eccomi. Ieri Lei dalle pagine di Libero mi ha chiesto due spiegazioni e mi ha dato un consiglio. Cominciamo dal consiglio che era il seguente: «La sollecito a darci prova della sua trasparenza e affidare i milioni del finanziamento ad un collegio di ragionieri eletti nel suo partito». Mi pare proprio un buon consiglio, la ringrazio e mi attivo immediatamente. Ho oggi stesso disposto la modifica dello Statuto che ora prevede che tutte le finanze del partito e tutti i contributi elettorali (sia futuri che pregressi beninteso) siano gestiti non più dai soci originari che hanno dato vita al partito ma dall’intero Ufficio di Presidenza dell’Italia dei Valori che è composto da 7 persone, individuate non nominativamente ma pro tempore - per il loro ruolo, la loro funzione e la loro elezione: il Presidente del partito, il Capogruppo alla Camera, il Capogruppo al Senato, il Portavoce nazionale del partito, il Tesoriere, un rappresentante degli eletti nelle Regioni (da loro nominato) ed un esperto contabile nominato dall’Ufficio di Presidenza stessa (su proposta dell’Esecutivo nazionale di Idi, che è il massimo organo assembleare del partito). Provi a visionare gli Statuti degli altri partiti e vedrà che tutti hanno adottato - specie all’inizio della propria attività - misure di cautela per evitare l’assalto alla diligenza (come peraltro "Libero" ne ha dato atto proprio ieri, informandoci delle beghe interne fra Margherita e Ds per la suddivisione dei rispettivi fondi e beni). Ho già preso appuntamento per domani da un notaio di Bergamo (che conosce pure Lei) per la relativa stesura notarile. Appena sottoscritto Le invierò in anteprima copia del nuovo Statuto di Idv: se ha qualche ulteriore consiglio da darci le sarei davvero grato e provvederò di conseguenza.

Le due domande
E veniamo, caro direttore, alle due domande che ani ha posto e che possono essere così riassunte: come sono stati gestiti i contributi ricevuti finora da Italia dei Valori e come "è la storia dei 10 appartamenti" che avrei acquistato. Rispondo subito, inviandole a parte la relativa documentazione perle verifiche che riterrà opportune effettuare.

Idv non riceve finanziamenti da imprenditori o sponsor che sia (da noi non troverà i Romeo di turno). Riceviamo invece - come tutti gli altri partiti che hanno rappresentanza parlamentare - i finanziamenti pubblici previsti dalla legge. Sono tanti. Per noi e per gli altri (ed infatti nella scorsa finanziaria abbiamo chiesto inutilmente al Parlamento di dirottarli a favore degli ammortizzatori sociali). Essi vengono introitati da Idv tutti ed esclusivamente sui 2 conti correnti della tesoreria dell’Italia dei Valori (che sono il c/c n.ro 10633 aperto presso la Banca S.Paolo di Napoli - ag. 1 Montecitorio ed il c/c n.ro 29695 presso il Credito Bergamasco di Bergamo) e da questa utilizzati solo ed esclusivamente per esigenze del partito e della sua azione politica (come, da ultimo è avvenuto per la raccolta delle firme per promuovere il referendum contro il Lodo Alfano). Inoltre riceviamo le quote di partecipazione dai nostri iscritti, dai nostri parlamentari e dai nostri eletti e amministratori. Infule riceviamo gli interessi attivi del denaro che rimane parcheggiato in banca fino al suo utilizzo. Più in concreto finora abbiamo incassato - dal giorno in cui ci siamo presentati alle elezioni la prima volta nel 2001 e fino a tutto 112007 - contributi pubblici per 19.908.596 curo (come da distinta allegata alla presente), a cui si devono aggiungere ulteriori 761.909,00 euro a titolo di interessi attivi e per contributi dagli aderenti ed eletti dei partito. Di converso, abbiamo speso a tutto il 2007 Euro 16.233.853 (come da copia dei bilanci che pure allego alla presente). Il nostro partito, quindi, non solo non ha debiti ma è in attivo di curo 4.436.652, somma che trovasi depositata presso le due banche predette, sempre, solo ed esclusivamente su conti di Idv, come può rilevarsi dai relativi estratti conto.

Per l’anno 2008 appena trascorso, la stesura del bilancio è in corso (per noi come per qualsiasi altro partito o ente o azienda) e verrà pure esso reso pubblico nelle forme e nei tempi previsti dalla legge. Come noto, infatti, tutti i bilanci del partiti devono essere regolarmente pubblicati in giornali a tiratura nazionali. Quelli di Idv, peraltro, sono sempre stati (e lo sono ancora) visionabili alla voce "Bilanci e Finanze" sul sito del partito italiadeivalori.it. Comunque - e ad ogni buon conto - gliene invio copia (specificandole fin d’ora che quest’anno chiederò di pubblicare proprio su libero il bilancio 2008, come previsto per legge, se Lei melo permetterà).

Specifico che i bilanci annuali dell’Italia dei Valori sono sempre stati tutti regolarmente approvati dall’Organo di controllo del Parlamento, come rilevasi esemplificativamente dalle attestazioni del Presidente della Camera dei Deputati per gli anni 2001-2002-2003-20042005-2006-2007 che le invio a parte.

Specifico anche che la Corte dei Conti - a cui spetta per legge approvare i Conti consuntivi delle spese elettorali dei partiti - nel referto trasmesso al Presidente della Camera sui consuntivi presentati dalle formazioni politiche ha finora sempre approvato i rendiconti presentati dall’Italia dei Valori.

E veniamo alla "storia dei 10 appartamenti" (che poi non sono dieci, perché se ne vendi uno per comprarne un altro con i soldi del primo, non ne hai due ma sempre uno). E’ vero che qualcuno negli anni passati ha alluso ad un utilizzo indebito da parte mia dei rimborsi elettorali, ma- come potrà prendere atto leggendo il decreto del Gip di Roma n.4620/07 del 14.03.2008 che le invio integralmente - non solo è stata disposta nei miei confronti - su conforme richiesta del pm - l’archiviazione perché il fatto non sussiste ma addirittura sono stati rimessi gli atti alla Procura per la valutazione circa il reato di calunnia nei confronti del denunciante.

Tutti gli immobili
Ma, potrebbe obiettare lei e giustamente: d’accordo, la gestione della tesoreria di Italia dei Valori sarà pure corretta ma i soldi per gli appartamenti dove li hai presi? Ecco, allora, l’elenco delle mie proprietà, il loro valore di acquisto e la provenienza dei relativi fondi.

A Montenero di Bisaccia sono proprietario di una azienda agricola (lasciatami in eredità da mio padre e mia madre) con circa 15 ettari di terreno e casa colonica annessa (che ho ben ristrutturato a mie spese, con i fondi (e le pietre) provenienti proprio dall’azienda: produco in proprio, infatti dalla morte di mio padre (1987) soprattutto, olio e grano (quest’anno oltre 400 quintali);

A Curno, in provincia di Bergamo ho una villetta a schiera iri via Lungobrembo 62, acquistata alla fine degli anni’80 e quindi per definizione con soldi non del partito (che, come noto è stato fondato nel 2000 ed a cui i primi contributi sono cominciati ad affluire nell’autunno del 2001). Sempre a Curno, in via Lungobrembo 64 (contigua alla precedente) vi è una vecchia casa con giardino, di proprietà di mia moglie che l’ha comprata nel 1985 per 38 milioni di vecchie lire e che è stata dalla stessa (e con il mio contributo, anche manuale) ristrutturata nel 1986 (e quindi in epoca anch’essa non sospetta). ti il luogo dove siamo andati a vivere dopo sposati.

A Bruxelless sono comproprietario di un piccolo appartamento in via Scarabee 3, acquistato nel 1999 per 204 milioni di vecchie lire (di cui la metà con prestito bancario della Bbl di Bruxelles, sede del Parlamento europeo) quand’ero parlamentare europeo (ed a tal fine). Anche questo immobile è stato acquistato in epoca precedente alla costituzione di Idv.

A Bergamo sono proprietario di un appartamento in via Locatelli, da me acquistato, a seguito di gara pubblica, ad un’asta indetta dalla Scip per conto dell’Inail in data 10 novembre 2004 (rogito 16.03.2006) per euro 261.661,00 oltre spese e tasse. Non sono invece proprietario di alcun altro immobile in tale città, come invece pure era stato scritto. Vi sono invero lo studio e 1a casa di mia moglie (che, come Lei sa, fa l’avvocato da una vita e fa parte di una famiglia benestante di avvocati e prima di notai che Lei, gentile direttore, essendo di Bergamo, credo conosca molto bene).

La società Antocri
A Milano ho comprato nel 2004 (tramite la società Antocri) un appartamento in via F. Casati 11a, per euro 614.500,00, di cui 300.000,00 con mutuo Bnl ed il resto con parte dei fondi provenienti dalla vendita di due appartamenti di mia proprietà che avevo a Busto Arsizio (acquistati nel 1999 - e quindi sempre in epoca antecedente alla costituzione di Idv - per lire 845.166.00 lire e rivenduti nel 2004 per 655.533,46 euro). Gli atti notarili sono a sua disposizione. Quanto alla provenienza dei fondi per acquistare gli appartamenti di Busto Arsizio, non me ne voglia ma lei dovrebbe ricordarla bene essendo stata una delle persone che vi hanno in qualche modo contribuito (ricorda i 400 milioni di lire che l’editore de "Il Giornale" (ove egli faceva all’epoca il direttore responsabile) mi versò, a titolo di risarcimento danni con assegno circolare? All’epoca peraltro furono in molti a versarmi denaro per risarcirmi dei danni provenienti da articoli di giornali ritenuti diffamatori dai giudici o comunque, in via.di transazione bonaria).

L’altra parte dei soldi provenienti dalla predetta compravendita li ho usati per acquistare (tramite la società Antocri) a Roma nel 2005 un appartamento invia Principe Eugenio per euro 1.045.000,00 (ii resto della provvista è stato reperito da un mutuo bancario Bnl di 400.000,00 curo e dai miei risparmi di cui in appresso). Tale immobile è stato rivenduto nel 2007 a 1.115.000,00 e con la relativa provvista, una volta estinto il mutuo, ho comprato l’anno scorso una casa ai miei due figli più piccoli a Milano, in zona Bovisa, per studiare. Ho anche aiutato mio figlio maggiore, con donazioni in denaro (per un totale di circa 80 mila curo) in parte quando si è sposato ed in parte quando sono nati i suoi tre figli trigemini. Soldi che egli, coscienziosamente ha utilizzato per pagare l’anticipo di una casa a Curno quando abitava lì e che poi ha rivenduto ricomprandosi - a minor prezzo - casa a Montenero, quando si è trasferito al paese natio.

Sempre a Roma, sono attualmente proprietario dell’appartamento di via Merulana, ove abito quando mi reco lì per ragioni legate al mio lavoro di parlamentare. L’ho comprata, nel 2001- e quindi ancora una volta prima dei rimborsi elettorali confluiti in questi anni al partito per 800 milioni di vecchie lire (di cui, come al solito, parte in mutuo).

Queste sono - o sono state - le mie proprietà. M isi dirà: d’accordo hai fatto delle compravendite ed hai stipulato dei mutui, ma per il resto dove hai preso i soldi? Ebbene, i miei redditi pubblici e che possono essere consultati presso il sito della Camera dei Deputati e del Senato - ammontano dal 1996 ad oggi ad oltre 1.000.000,00 di euro (al netto delle tasse), come da tabella riepilogativa che le invio a parte. A tutto ciò devono aggiungersi ulteriori rinvenienze attive, tra cui una donazione mobiliare per circa 300 milioni di vecchie lire ricevuta nel 1996 dalla contessa Borletti (i fatti sono notori in quanto hanno riguardato come beneficiari anche altri personaggi pubblici) e - come detto - plurimi risarcimenti danni ricevuti (da me e dai miei familiari) per circa 700.000,00 euro negli anni in relazione alle varie diffamazioni subite nel tempo nonché i frutti dell’azienda agricola e dei relativi cespiti immobiliari lasciatimi in eredità dai miei genitori dopo la loro morte.

La formichina
Tutto qui. Alcuni giocano, altri speculano, altri evadono le tasse, altri ancora girano il mondo o se la godono e si divertono. Io ho preferito e preferisco fare la formichina, come mi hanno insegnato i miei genitori, risparmiando ed investendo i guadagni in immobili (almeno questi non ti mandano sul lastrico, come è successo perle azioni e speculazioni in borsa).

Mi scuso per la prolissità e - se necessario sono ancora e sempre pronto a fornire tutte le risposte che riterrà necessarie. Con Lei, caro direttore lo faccio volentieri per tre ragioni: primo perché sono certo della sua buona fede e del suo sacrosanto diritto di pormi le domande che mi ha posto; secondo perché sono convinto che ogni personaggio pubblico deve rispondere nel merito alla pubblica opinione (ed agli organi di informazioni indipendenti come "Libero"); terzo, perché è cominciato il nuovo anno e voglio avvicinarmi alla terza età nel migliore dei modi.

Buon anno a lei ed ai suoi lettori!

Intervista a Veltri: "Io, Travaglio e gli impresentabili Idv"

Per rimanere nel tema: perchè fanno politica i nostri pOLITICANTI?

Ecco un'altra risposta concreta: i soldi, sempre i soldi e soltanto i soldi.

Riporto l'intervista a pubblicata il 20/01/2009 da il giornale.it a firma di Felice Manti.


Allora, onorevole Veltri. Aveva ragione lei. Contento?
«Non so di cosa stia parlando, sono all’estero».
Insomma, non sa nulla della questione morale Idv? Tutte le cose che lei, ex numero due di Di Pietro, aveva denunciato l’estate scorsa sono di dominio pubblico. Davvero non sa nulla?
«No».
Allora la aggiorno. Mmmh, vediamo... Barbato ha preso le distanze dall’Idv, l’ex pm è stato...
«Barbato? Barbato sapeva tutto benissimo, e poteva pensarci prima quando abbiamo fatto la battaglia per la Lista civica. Un giorno siamo andati a cena dopo una grande manifestazione a Napoli. Marco Travaglio gli ha fatto un elenco lunghissimo di persone che non dovevano stare con l’Idv. Lui ci disse che non gli interessava candidarsi, perché viveva già bene con la sua professione. Poi improvvisamente, lui e Pancho Pardi, hanno accettato la candidatura. E noi ci siamo ritirati in buon ordine».
Ah, ecco. Vabbè, concludo. Dicevo, l’ex pm è stato sentito dai magistrati di Napoli per 4 ore per il caso Mautone, suo figlio Cristiano e altri esponenti Idv sono indagati... Ah, Di Pietro ha annunciato che cambierà lo statuto Idv...
«Vuol dire che l’associazione a tre scompare e rimane come unico soggetto il partito? Sarebbe una bella vittoria. E Di Pietro dovrebbe darmene atto. Anzi, mi dovrebbe ringraziare per aver sollevato la questione».
E se non è così?
«Se non è così ci hanno presi in giro. Se le cariche di Di Pietro e della tesoriera Idv Silvana Mura restano a vita, con un marchingegno giuridico all’italiana, resta tutto come prima».
Cioè come aveva sempre detto lei?
«L’associazione “familiare” che oggi controlla il finanziamento pubblico è cosa diversa dal movimento e dal partito. Se uno ci vuole entrare deve avere il placet di Di Pietro, davanti al notaio».
Associazione di cui, quando è andato via, non sapeva nulla. Giusto?
«Non si capisce perché Di Pietro, che ha fatto della legalità la sua battaglia politica primaria, ha avuto bisogno di fare un’associazione a latere, di cui nemmeno io sapevo nulla. E al tempo io ero vicepresidente Idv con delega notarile - neanche richiesta - sulla presentazione del simbolo. Non si capisce perché è stata fatta se l’ex pm aveva intenzione di muoversi in maniera corretta. Quell’associazione negava all’origine la nascita di Idv. Nessun partito ha alle spalle un’associazione così».
Ma se l’associazione non è titolata a gestire i soldi pubblici, perché finora l’ha fatto?
«Il finanziamento non andava dato all’associazione ma al partito. L’associazione non aveva i requisiti. Alla prima udienza per discutere del ricorso che abbiamo presentato il giudice di Roma ha scritto che il partito era “contumace”».
Sì, però Di Pietro dice che la Corte dei conti...
«E certo! Ogni volta che si parla del finanziamento all’Idv Di Pietro cita la Corte dei conti, ma non cita mai il parere dei revisori dei conti della Camera che per il biennio 2005-2006 hanno detto: “I bilanci Idv non sono coerenti con la legge”. E peraltro non è l’unico partito nelle stesse condizioni».
E la Camera non ha fatto nulla?
«Messa sull’avviso l’ufficio di presidenza della Camera - allora presieduta da Fausto Bertinotti - se n’è fregata. Anzi. L’ultima volta il giudice ha autorizzato il decreto ingiuntivo sul finanziamento Idv, e Bertinotti si è opposto, dando mandato all’avvocatura di Stato. È grave che la Camera dei deputati si sia comportata così, a fronte di più iniziative giuridiche».

Che cosa avrebbe dovuto fare?
«Avrebbe dovuto bloccare i soldi. Mi auguro che il nuovo presidente della Camera metta un po’ d’ordine. Quantomeno sui criteri di attribuzione dei soldi».
Cosa non funziona?
«La somma che i partiti incassano, tutti, è eccessiva rispetto agli altri paesi Ue. Ma la questione più scottante è che quel finanziamento non è soggetto né a regole né a sanzioni. Non c’è controllo. Basterebbe introdurre la responsabilità giuridica dei partiti. Quei soldi sono talmente tanti che i partiti possono andare avanti senza prendere tangenti».
Anche l’Italia dei valori?
«Se parliamo di etica e di politica come fa Di Pietro non parliamo di penale, perché a quello ci pensano i giudici. Questo è un modo per delegare tutto alla magistratura. E non va bene. I problemi deve risolverli la politica».
Fuori dal Psi nell’81, fuori dall’Idv nel 2001. Ce l’ha per vizio?
«Non capisco perché dovevo essere intrasigente con Craxi, che qualche merito politico ce l’aveva, e non con Di Pietro».
felice.manti@ilgiornale.it


Come si stravolge la verità!

Ecco uno dei tanti esempi di travaglite acuta messa in atto dal fustigatore Travaglio,"grande" giornalista, già pregiudicato per diffamazione.

Talmente preso dalla sua ineffabile professione di fustigatore, non si rende neanche conto di quanto scrive, preso dall'odio ad personam, contro il Berlusconi di turno. E non è la prima volta.

Lui sa la verità perchè la scrive.
Verità che è questa:
"La procura di Roma scoprì che la microspia non era funzionante, e che a metterla nell'appartamento di Berlusconi era stato lo stesso tecnico incaricato di bonificare l'ufficio.
Poichè non aveva trovato nulla, per chiedere un compenso maggiore e farsi "bello" davanti a Berlusconi, aveva messo lui la microspia, definita poi dai giornali "il cimicione".

Quindi i fatti reali sono: un tecnico bonificatore, per fregare qualche soldo in più a Berlusconi, falsifica la realtà. Ma nel fatto in sè Berlusconi è la vittima inconsapevole, non sapendo che la presunta microspia l'ha messa il tecnico e non qualcun altro. Che poi da politico ne abbia fatto un uso mediatico e tutt'altra cosa che a noi non riguarda.

Ma il Travaglio come rigira la frittata, "abbellendola" a modo suo?
Così: "Lui si era inventato di essere spiato dalle procure deviate che gli avevano nascosto dietro il radiatore del suo studio a Palazzo Grazioli una cimice perfettamente funzionante, e quindi sgomento annunciò al mondo che in Italia la magistratura era arrivata a un tale livello di eversione da intercettare illegalmente e incostituzionalmente il capo dell'opposizione."

Per evitare fraintendimenti, riporto l'intero scritto di Travaglio, pubblicato sul blog del comico abbaiante alla Luna.


Io so. Marco Travaglio.

L'ennesima operazione di disinformatia
Lo scopo di questa guerra a Genchi, in questo momento, è cercare di ribaltare l'opinione pubblica con l'ennesima operazione di disinformatia.
Ricordate quando il Cavaliere, nell'ottobre del 1996, si presentò con un oggetto enorme e lo mostrò alle telecamere per tutto il mondo e disse “questa è una microspia”.
Poveretto, era una specie di frigobar portatile per le dimensioni ma lui la chiamava microspia.
I giornali, alcuni spiritosamente, la ribattezzarono “il cimicione”.
Lui si era inventato di essere spiato dalle procure deviate che gli avevano nascosto dietro il radiatore del suo studio a Palazzo Grazioli una cimice perfettamente funzionante, e quindi sgomento annunciò al mondo che in Italia la magistratura era arrivata a un tale livello di eversione da intercettare illegalmente e incostituzionalmente il capo dell'opposizione.
Tutto il Parlamento abboccò, D'Alema in lacrime corse a dargli solidarietà.
Erano già d'accordo per fare la bicamerale e, mentre D'Alema veniva eletto anche coi voti di Forza Italia in bicamerale, la procura di Roma scoprì che quella cimice intanto non funzionava, era un ferrovecchio dell'ante guerra, e soprattutto a piazzarla non era stata nessuna procura deviata ma il migliore amico del capo della sicurezza di Berlusconi, mandato a bonificargli l'alloggio.
Dato che nell'alloggio non aveva trovato niente aveva pensato di nascondere questa ciofeca dietro il radiatore per aumentare il proprio compenso e farsi bello davanti al padrone di casa.
Noi abbiamo vissuto per una settimana in un clima da colpo di Stato a causa di una delle tante bufale orchestrate dal Cavaliere e dai suoi sodali.
Bufala che quando è stata poi smontata nessuno l'ha scritto, e infatti era servita per solidificare l'inciucio destra-sinistra con D'Alema presidente della bicamerale, proprio per tagliare le unghie ai magistrati che non avevano fatto niente.
Come non avevano fatto niente neanche questa volta, di illegale.
Certo, ci sono stati episodi, scandali veri in questi anni di intercettazioni illegali.
Sono quelle di cui i politici non parlano mai.
Si è scoperto di spionaggi illegali, ancora peggio.
Si è scoperto che il Sismi del generale Pollari e del suo fedelissimo Pio Pompa - quello che teneva a stipendio il giornalista Renato Farina, detto Betulla, che adesso sta in Parlamento non a caso nel Popolo della Libertà provvisoria, dopo aver patteggiato una pena per favoreggiamento nel sequestro di persona di Abu Omar – spiava illegalmente magistrati, giornalisti, imprenditori.
Sono tutti a giudizio a Roma questi signori, naturalmente, ma nessuno ne parla.
Si è scoperto che la security della Telecom, un'azienda privata, aveva messo in piedi un archivio di informazioni e dossier completamente illegali.
Sono a giudizio anche il capo e i suoi collaboratori, Tavaroli & c.
Tronchetti Provera, che è molto perspicace, non aveva capito niente di quello che succedeva nell'ufficio accanto e ha avuto molti elogi dal suo giornale, il Corriere della Sera, per il fatto di non aver capito una mazza di quello che succedeva da parte di un signore a cui lui dava una sessantina di milioni di euro all'anno di budget.
Per fare che cosa non l'aveva capito, ma un manager non è mica li per capire cosa succede nella sua azienda, è pagato per non sapere.
Questi sono gli scandali di cui frettolosamente ci siamo spogliati perché i politici sono ricattabili o ricattati da queste persone e quindi le coprono e le proteggono.
Di Genchi non c'è niente di scandaloso, nel senso che Genchi fa esattamente quello che gli chiedono i magistrati secondo quello che è previsto dalla legge.
Voi leggete sui giornali: “Berlusconi, è in arrivo uno scandalo enorme”, “I segreti che inquietano il Palazzo”, “Anche De Gennaro nell'archivio segreto Genchi”, “Rutelli: ci sono cose rilevanti”, “Archivio Genchi: fatti rilevanti per la democrazia” - questo dice Rutelli - “Rutelli: intercettazioni, libertà in pericolo”, “Mastella: denunciai l'archivio Genchi ma nessuno mi ascoltò”.
In realtà stavano ascoltando lui, perché parlava con una serie in indagati del processo Why Not, esattamente come Rutelli che era amico di Saladino.
“L'orecchio che ascoltava tutto il potere”, “In migliaia sotto controllo, presto un grande scandalo”.
E avanti di questo passo.
Dal blog di beppe grillo del 26 Gennaio 2009

Sempre su tema Travaglio & C.

La calunnia è un venticello...
In quest'arte sopraffina di cui il fustigatore Travaglio è gran maestro, inizia ad avere dei proseliti anche nel campo femminile.
Ecco quanto è stato pubblicato sul blog del comico che abbaia alla Luna dalla Signora
Sonia Alfano.

Io so. Sonia Alfano
"Io so che in Parlamento siedono mafiosi, amici di mafiosi, servitori di mafiosi, protettori di mafiosi e lo sanno molte Procure d’Italia, molti giornalisti e anche molti italiani, ma non abbastanza.
Io so che il presidente del Senato, Schifani, è stato consulente al comune di Villabate quando lo stesso comune era sotto il controllo del clan Mandalà, e che dello stesso boss Mandalà Schifani è stato socio nella Siculabrokers.
Io so che il ministro Alfano si è baciato con il boss Crocenapoli al matrimonio della figlia dello stesso boss di Cosa Nostra.
Io so che Marcello Dell'Ultri, pregiudicato per vari reati, è stato condannato in primo grado per mafia e lo stesso Dell'Utri ha detto che Vittorio Mangano, stalliere di Arcore e mafioso, per lui è un eroe.
Io so che ci sono molti magistrati corrotti, mafiosi e amici di mafiosi che vanno a pranzo e a cena con i boss e con i cognati dei boss, eppure loro non sono stati puniti, ma premiati e promossi.
Io so che l'Articolo 3 dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. So, invece, che quattro cariche dello Stato hanno fatto di tutto per non farsi processare e sono al di sopra della legge.
Io so che l'articolo 21 dice che tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.
So purtroppo che questo non è stato mai rispettato, so che non abbiamo una stampa libera e che tantissimi giornalisti sanno, fanno finta di non sapere, chiudono gli occhi e sono asserviti al sistema di potere.
Io so che l'articolo 101 della nostra Costituzione dice che la giustizia è amministrata in nome del popolo e che i giudici sono soggetti soltanto alla legge e non all'abuso della legge o al potere politico.
Io so che Luigi De Magistris, Clementina Forleo, il procuratore Apicella sono stati trasferiti perché hanno osato indagare sui poteri forti, sui politici, sugli imprenditori e gli amici dei politici.
Io pensavo di aver dato a questo Paese ciò che di più grande possedevo, la mia famiglia, e invece mi rendo conto che è stato un sacrificio probabilmente vanificato anche se fatto in difesa di uno Stato di diritto. Ed è stato vanificato con l'instaurazione di questo regime dittatoriale.
Quando guardo il tricolore provo grande rabbia perché identifico il rosso che lo tinge col rosso del sangue dei nostri cari.
Ecco perché per me scendere in piazza oltre che un diritto è un dovere, nei confronti di chi per la nostra democrazia ha perso la vita. Se non mostreremo tutta la nostra indignazione questo regime, in assenza di reazione, si sentirà autorizzato a calpestare la nostra dignità.
Ecco perché invito tutti i cittadini che vogliono manifestare con noi a scendere in piazza, a Roma il 28 gennaio alle 9 in piazza Farnese." Sonia Alfano

Dal Blog di Beppe Grillo del 25 Gennaio 2009