lunedì 17 maggio 2010

Due cosette di sinistra!

La prima chicca dall'Unità. quotidiano già di proprietà dei comunisti italiani, su cui leggo l'articolo che segue,  riguardante le dichiarazioni di Bersani, attuale segretario nazionale del PD, ovvero degli ex comunisti e democristiani di sinistra.

Bersani sul ddl anticorruzione: «Berlusconi faccia dimettere Bertolaso»
Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, torna a chiedere le dimissioni immediate del sottosegretario con delega alla Protezione civile, Guido Bertolaso. Parlando stamani con i giornalisti durante la Marcia della Pace da Perugia ad Assisi, Bersani ha ribadito che «Bertolaso si dovrebbe dimettere per il buon nome della Protezione civile, che è una cosa straordinaria e che va messa al riparo dai dubbi. Già da tempo doveva essere avvenuto - ha continuato Bersani - per non lasciar la Protezione civile in questa situazione ambigua e difficile».

A proposito del disegno di legge anticorruzione, Bersani ha osservato che «ora dicono di volerlo rafforzare. Benissimo. Lo voglio credere: se Berlusconi potesse far dimettere intanto qualche sottosegretario che ha lì in giro, sarebbe già una misura anticorruzione. Andiamo un pò al concreto, di chiacchiere siamo stanchi». Sollecitato a fare dei nomi dai giornalisti, Bersani ha parlato, a questo proposito, oltre che di Bertolaso, anche del sottosegretario Cosentino.
da: l'Unità on line del 16 maggio 2010 [Link] 

Ebbene, il Signor Bersani, di cui ho già avuto modo di scrivere poco tempo addietro questo post,  dovrebbe essere così democratico da dimettersi lui per primo, non tano per il fatto che metà dell'affitto di casa glielo pagava il sindacato come ha scritto Feltri il cui articolo l'ho riportato qui, bensì per qualcosa di peggiore di cui ho scritto qui, che riguarda quel tanto urlato CONFLITTO DI INTERESSI che viene continuamente urlato contro Berlusconi, ma che li riguarda  in maniera continua, sfacciata, impunita, incessante e duratura a far data dal 1945 ad oggi.
Una piccola serie fra i tanti d innumerevoli possibili esempi,  ma fra i più gravi,  sono quelli elencati minuziosamente e documentalmente dall'imprenditore Bernardo Caprotti, fondatore e titolare dei supermercati ESSELUNGA.
Chi fosse interessato può leggere qui,  qui, qui, qui e qui,  tutta la storiaccia infame che riguarda: le COOP rosse dell'Emilia Romagna, della Liguria,  il Signor Bersani, all'epoca amministratore in Emilia Romagna e la ex ministra Melandri, alla quale dedico il prossimo post. 

martedì 11 maggio 2010

Ancora una chicca sull'ex tutto Di Pietro.

Pubblico quest'altra notiziola su Di Pietro, sempre tratta da Dagospia,  che, stranamente, ha lo stesso tema della precedente: come incastrare il nemico. Ma questa volta pare che la pentola non abbia il più coperchio. 

E AL PROCESSO DELL’UTRI SPUNTA IL PENTITO ACCUSA IDV (DI PIETRO E ORLANDO QUERELANO) –

1 - DIFESA DELL'UTRI: PER CUTOLO AGGANCI BOSS CON ORLANDO E DI PIETRO...
(Adnkronos)

- Il collaboratore di giustizia della camorra Antonio Cutolo, parlando con uno dei difensori del senatore Marcello dell'Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, ha lanciato delle accuse all'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando e al leader dell'Idv Antonio Di Pietro. Nel 2001 "Cutolo ha appreso in carcere - ha detto l'avvocato Alessandro Sammarco - che il progetto dei collaboratori di giustizia era quello di sostenere il centrosinistra e di colpire il centrodestra. Cutolo fa riferimento a confidenze fatte da Antonino Spadaro secondo cui 'avrebbero avuto agganci politici del centrosinistra che fanno riferimento a Orlando e Di Pietro'". Queste rivelazioni sarebbero state fatte da Cutolo al legale lo scorso 20 aprile nel corso di un colloquio nel carcere di Torino.


2 - DELL'UTRI: STRATEGIA ORLANDO E DI PIETRO CONTRO ME? E' POSSIBILE...
(Adnkronos)

- "Di Pietro e Orlando avrebbero concordato una strategia per colpire me e il centrodestra? Ho visto di peggio, mi sembra possibile tutto". Cosi' il senatore Marcello Dell'Utri commenta, uscendo dall'aula del Palazzo di Giustizia di Palermo, le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia della camorra Antonio Cutolo sul presunto appoggio dei boss al centrosinistra, considerato piu' garantista del centrodestra. "Se quanto dice Cutolo e' vero - aggiunge Dell'Utri - sara' la Corte d'Appello a deciderlo". "Spero siano cose vere e che le sue dichiarazioni vengano accolte" conclude il senatore osservando che il processo nei suoi confronti "nasce da un fatto politico: vedremo cosa succede".
3 - IDV: DIFESA DELL'UTRI ALLA FRUTTA, VIE LEGALI...
(ANSA) -

"La difesa di Marcello Dell'Utri è veramente alla frutta. Infatti, pur di difendere Dell'Utri, noto riferimento per l'intero Paese di affari e interessi oscuri, cerca di diffamare chi è stato e continuerà ad essere un avversario intransigente di personaggi come Dell'Utri". Lo affermano in una nota congiunta il presidente dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro e il portavoce IdV, Leoluca Orlando.
"Oltre a Dell'Utri - aggiungono Di Pietro e Orlando - anche i suoi legali dovranno ora rispondere davanti ai giudici penali ai quali ci rivolgeremo immediatamente. Nonostante questi maldestri tentativi abbiamo sostenuto, sosteniamo e sosterremo sempre il fondamentale apporto dei pentiti nella lotta contro la mafia. Senza le loro acquisizioni - concludono - che doverosamente devono essere vagliate dalla magistratura, saremmo ancora ai tempi, che qualcuno rimpiange, in cui si sosteneva che la mafia non esiste".


4 - LEGALE DELL'UTRI: GRAVE CHE IDV QUERELI ANCHE LA DIFESA...
(Adnkronos)

- "Che gli onorevoli Orlando e Di Pietro agiscano sul contenuto delle dichiarazioni rese dal collaboratore Antonio Cutolo sul loro conto puo' anche starci, ma e' grave prendersela con noi avvocati annunciando querela". Lo ha detto all'ADNKRONOS l'avvocato Alessandro Sammarco, uno dei difensori del senatore Marcello Dell'Utri, commentando quanto detto oggi dal leader dell'Idv Antonio Di Pietro e dal portavoce del movimento Leoluca Orlando che hanno annunciato querela contro i legali di Dell'Utri.

Un'altra chicca sull'ex tutto, Di Pietro

Pubblico quest'altra notiziola su Di Pietro con la speranza che prima di passare a miglior vita possa vedere un processo dove a rispondere a tutte le accuse mossegli vi sia l'ex tutto Di Pietro.

"Le trame di Tonino per incastrare Mastella"

di Gian Marco Chiocci


Un piano ordito a tavolino da Antonio Di Pietro per incastrare l'ex ministro Clemente Mastella? Pur con tutte le cautele del caso, l'interrogativo serve a sviscerare sia un'interrogazione parlamentare preannunciata dal senatore del Pdl Domenico Gramazio, sia l'agghiacciante documentazione depositata alla procura di Bari da un imprenditore di Termoli, Alessandro Giorgetta, un tempo amico dell o stesso Di Pietro, già arrestato dalla procura di Larino, a tutt’oggi sotto processo per truffa ai danni dello Stato.

La vicenda è semplice, all'apparenza terrificante. Nell'ottobre del 2003 (Mastella era leader Udeur) i pm del piccolo centro molisano danno il via all'operazione Piramide che ipotizza un colossale raggiro ai danni dei contribuenti da parte di un ristretto comitato imprenditoriale locale che avrebbe percepito erogazioni pubbliche senza realizzare le aziende previste (che solo poi, invece, si scopriranno esser state effettivamente realizzate).

A capo della presunta organizzazione delinquenziale vi sarebbero stati i fratelli Alessandro e Mauro Giorgetta accompagnati da un consulente, da un tecnico e da un amministratore di una società fornitrice. 
L'ordinanza d'arresto segue uno strano decreto di sequestro di tutta la documentazione contabile riferita alle varie aziende dei fratelli Giorgetta, sequestro poi annullato dal tribunale del Riesame anche perché, nel decreto, il reato contestato non veniva evidenziato. Dopo le manette, però, scatta un nuovo sequestro preventivo dei beni di proprietà e delle imprese. 
I fratelli Giorgetta si fanno qualche mese di carcere, quindi escono per decorrenza termini e in attesa dell'inizio del dibattimento si danno da fare per recuperare le carte utili alla difesa, sequestrate in gran parte dalla guardia di finanza. Alessandro è il più attivo. A forza di fare avanti e indietro con la tenenza della Gdf di Termoli, entra in confidenza con l'inquirente che ha coordinato le indagini. Al punto che agli inizi del 2005 il sottufficiale gli confessa che dietro alle sue disgrazie ci sarebbe Antonio Di Pietro, interessato non tanto a infierire sudi lui, quanto piuttosto a coinvolgere nell'affaire Clemente Mastella che è di casa dalle parti (Benevento) dove insistono gli stabilimenti dell'imprenditore al centro delle indagini. 
Possibile? Vero? Falso? Giorgetta - come riferisce l'interpellanza parlamentare e come si legge negli incartamenti consegnati alla procura di Bari – pensa a un colpo di sole del coordinatore delle indagini. 
Lascia cadere il discorso, ma qualche giorno dopo, lui che il politico di Ceppaloni non l'ha mai visto e conosciuto, torna alla carica col sottufficiale. «Dimmi un po'... com'era quella storia di Mastella che mi accennavi l’altra volta?». Il finanziere, si legge dalle carte, gli conferma che il procedimento pur avendo tratto origine da una segnalazione dell'Agenzia delle entrate per alcune anomalie contabili «in realtà riceveva l'impulso a seguito di una segnalazione dell'onorevole Di Pietro indirizzata alla procura della Repubblica di Larino con la quale l'autorevole politico avanzava l’ipotesi che nell'inchiesta vi fosse il coinvolgimento dell'onorevole Mastella». L'operazione non a caso si sarebbe chiamata Piramide perché la base, a detta del finanziere, doveva essere rappresentata dagli indagati, e il vertice doveva essere occupato dai politici che successivamente sarebbero stati coinvolti. Giorgetta, alquanto scettico, sente puzza di bruciato. Pensa a una trappola. Non può credere a questa storia di Di Pietro. Fa poi fatica a ragionare su quanto l'investigatore delle fiamme gialle gli racconta a proposito dell'esistenza di un documento, custodito in procura a Larino, con le indicazioni sull'incolpevole Mastella. Passano i giorni, le settimane. Giorgetta non sa che fare, ma alla fine una cosa la fa: si nasconde un registratore in tasca e torna dal finanziere, che ormai si lascia andare senza freni. Una decina i colloqui agli atti. Nastri devastanti, che però l'imprenditore non utilizza subito, consegnandoli all'avvocato Angelo Piunno in attesa di tempi migliori. Le parole del finanziere, da sole, non bastano a provare il presunto complotto. 
E quando ormai Giorgetta s'è praticamente dimenticato di Mastella e rassegnato a buttare tutto nel cestino, accade un fatto curioso. Durante un'udienza del suo processo l'imprenditore per poco non cade dalla sedia quando sente un testimone dell'accusa, Severino Mennella, dichiarare che la Guardia di finanza, al momento di interrogarlo nella fase delle indagini preliminari, gli fece trovare sotto al naso un verbale, diciamo così, già compilato. Dove figurava il nome di Giorgetta (che il teste giurava, e giura, di non avere mai conosciuto) e soprattutto di Clemente Mastella. «Signor giudice, quando sono andato alla Finanza mi hanno messo anche, addirittura, che io avevo conosciuto l'onorevole Mastella. Invece ho detto no, devi cancellare perché io non... ho saputo che dietro c'era Mastella».
All'imprenditore-imputato vengono i brividi. Esce dall'aula, torna a casa, accende nuovamente il registratore e torna dal finanziere che aveva svolto le indagini sul suo conto. «Ma lo sai che è successo al mio processo?».
E giù i dettagli della deposizione, sovrapponibili alla perfezione con le confidenze ricevute dall'investigatore delle Fiamme gialle. Il finanziere, a quel punto, riferisce ulteriori dettagli segretissimi. «Te l'avevo detto io che non volevano te... ». I nastri magnetici consegnati alla procura di Bari competente a indagare sui magistrati di Larino, si accompagnano alle doglianze messe nero su bianco da Giorgetta.
Contattato dal Giornale l'imprenditore si mostra schivo e di poche parole: «Conosco Tonino (Di Pietro, ndr) da tantissimo tempo. Non volevo credere a quel che mi diceva riservatamente il finanziere. E nonostante quel che ha poi dichiarato il testimone in aula, non voglio ancora credere che Di Pietro possa esser stato capace di fare questo. Lo conosco bene. Prima di tirare conclusioni affrettate, però, voglio che la magistratura faccia chiarezza. Troppe cose non tornano in questa storia, troppe davvero».

Ps: Fra le cose che non tornano ce n'è una da brividi. In straordinaria coincidenza con la presenza di un custode giudiziario in una delle aziende sequestrate a Giorgetta, sul fax di una di queste, arriva dalle Cayman un fax intestato a Pasqualino Cianci, amico del cuore di Tonino, noto per esser stato condannato in primo e secondo grado per l'omicidio della moglie e per esser stato prima difeso e poi «tradito» dall'allora avvocato Antonio Di Pietro che passò con le parti civili che sostenevano le tesi dell'accusa (per questo comportamento l'ex pm diventato un legale è stato sospeso dal Consiglio nazionale forense). Bene: in quel fax, una copia di quello già inviato anni prima a Pasqualino Cianci, si faceva riferimento a un estratto conto da 20 milioni di dollari che Pasqualino ha ripetutamente disconosciuto finendo col battibeccare a più riprese con i funzionari dell'ambasciata americana in via Veneto e con apparati dei servizi segreti americani. Perché quell'estratto conto stratosferico, che interessava tanto alla Cia, sia ricomparso anni e anni dopo sul fax dell'azienda sequestrata a Giorgetta, nessuno riesce a capirlo.

da Il Giornale del 10 maggio 2010 via Rassegna stampa Radicale

 

 

Siamo un popolo dismemorati? Sembra proprio di sì.

Navigando in rete ho trovato questo ottimo spunto di Mattia Feltri, che ho trovato su Dagospia, per farci ritornare la memoria sul tema d'attualità: le case dei politici.

 
ERA L’88 E SALTÒ FUORI CHE LA CASTA AVEVA LOTTIZZATO IL PATRIMONIO IMMOBILIARE: AI COMUNISTI I PALAZZI INPS, AI DEMOCRISTIANI I PALAZZI INPDAI, E IL TRILOCALE ALL’AMANTE E IL BILOCALE AL FIGLIOLO - AFFITTOPOLI: EQUO CANONE PER VELTRONI E D’ALEMA, MASTELLA E DE MITA (S’ERA PRESO 400 METRI (PIÙ CINQUECENTO DI TERRAZZA) - TERRAZZATISSIMI: DA FARE INVIDIA GLI APPARTAMENTI DI FRANCO MARINI E PIERFURBY CASINI.
SVENDOPOLI: NICOLA MANCINO AVEVA ACQUISTATO AL PREZZO DI UN MILIARDO E 550 MILIONI DI LIRE (CIRCA 800 MILA EURO) DIECI VANI PIÙ SOFFITTA AUTONOMA IN CORSO RINASCIMENTO, LA VIA DEL SENATO. MASTELLA, COL SOLITO SPIRITO PRAGMATICO, RASTRELLÒ SEI APPARTAMENTI DESTINATI A FIGLI, SEDI DI PARTITO E REDAZIONI DI GIORNALE - SCAJOLA, NELLA DENUNCIA DEI REDDITI 2007, AVEVA ELENCATO 11 IMMOBILI DI PROPRIETÀ -
Mattia Feltri per "la Stampa"


Attico e superattico, luminosissimo e terrazzatissimo, zona Fontana di Trevi, equo canone,  
ma almeno Ciriaco De Mita teorizzava il diritto al privilegio per le classi dirigenti. Era l'88 e le cronache si adeguavano: un po' divertite e appena appena scandalizzate. Il capo democristiano si era preso quattrocento metri (più cinquecento di terrazza) e si giocava a indovinare la data dell'inaugurazione, e che cosa avrebbe indossato la figlia Antonia, tutto lì. Saltò fuori che la casta aveva lottizzato il patrimonio immobiliare: ai comunisti i palazzi Inps, ai democristiani i palazzi Inpdai, e il trilocale all'amante e il bilocale al figliolo.
Siccome forse il potere logora, ma il podere no, non c'era capocorrente che fosse stato privato della vantaggiosa locazione in centro storico: Nilde Jotti, Giuliano Amato, Giorgio La Malfa, il giovane Rutelli eccetera eccetera. Paolo Cirino Pomicino, in anni di Prima Repubblica, accolse i fotografi a casa, sempre attico e superattico, sempre luminosissimo e terrazzatissimo, kitch e sbalorditivo, stavolta affacciato su Posillipo e di proprietà, per offrire alla vista degli elettori un commensurabile esempio delle sue vette di gloria.


Dunque, siccome il peso di un uomo si calcola in metri quadrati e accatastamento, e da prima della domus aurea, l'immediata preoccupazione del leader è procurarsi un domicilio all'altezza, in ogni modo: in ossequio alle regole o con la truffa. Sulle modalità d'acquisto del ministro Claudio Scajola - appartamento con vista sul Colosseo - si stabilirà.
Ma come dimenticare che il medesimo Scajola, nel 2007, in denuncia dei redditi aveva elencato undici immobili di proprietà? Il rischio, poi, è di essere impiccati alla medesima causa per cui si era ammirati: la reggia. Trasecolava, Claudio Martelli, quando da un giorno con l'altro la villa sull'Appia antica era diventata da simbolo di grandeur a simbolo di taccheggio. Era il terribile 1993, ma le cose non sembrano cambiare.
Gira e rigira salta fuori uno scandalo, e gira e rigira si va a parare sul domicilio. Affittopoli, anno 1996, fu la madre di tutte le spiate. Ci rimediarono la figuraccia soprattutto i giovanotti emergenti della sinistra post Mani pulite, Massimo D'Alema e Walter Veltroni, il primo alloggiato a Trastevere, il secondo a piazza Fiume, e anche lì, come nel caso De Mita, a equo canone da enti pubblici.
Ma, appunto, mentre De Mita credeva nella rettitudine della franchigia, gli statisti della moralizzazione non potevano permettersi una macchia così disonorevole: D'Alema traslocò, Veltroni chiese un adeguamento della pigione. I giornali si esercitavano su un nuovo tema: Affittopoli è di destra o di sinistra? La contabilità diceva che quelli di sinistra presi col quartierino semiregalato erano quindici contro nove di destra.
E quelli di destra non battevano ciglio: «Il nostro elettorato capisce», disse Clemente Mastella a sua giustificazione. E insomma, quelli di sinistra erano di più ma quelli di destra erano senza vergogna, e ognuno ne trasse considerazioni filosofiche: quanto era attuale la lezione di Norberto Bobbio sul (tradito) egualitarismo di sinistra e il (praticato) inegualitarismo di destra?
Poi sono trascorsi gli anni e Affittopoli trasfigurò in Svendopoli: le medesima residenze, occupate ad affitti di favore, a prezzi di favore erano state vendute. E agli stessi illustri inquilini. Di nuovo si rosicò a vedere sui giornali - nel frattempo approdati a una minuziosa stampa a colori - le foto degli attici e superattici, luminosissimi e terrazzatissimi, dei vari Franco Marini e Pierferdinando Casini, in una mutualità della protervia che intanto aveva abbattuto i muri dell'arco costituzionale: ebbe un tetto anche Gianni Alemanno.
Tanto per intenderci sull'investimento: Nicola Mancino aveva acquistato al prezzo di un miliardo e 550 milioni di lire (circa 800 mila euro) dieci vani più soffitta autonoma in Corso Rinascimento, la via del Senato. Mastella, col solito spirito pragmatico, rastrellò sei appartamenti destinati a figli, sedi di partito e redazioni di giornale.
E sarebbe forse giusto, in periodo di riabilitazioni, applicarsi al caso del socialista Gianni De Michelis il quale, negli swinging Ottanta, abitava in una stanza dell'Hotel Plaza, in via del Corso, a sei milioni di lire al mese. Visto oggi, un atto di sobrietà.
F. Bertinotti e Signora




N. Jotti e Napolitano

 V,.Visco C. Martelli

domenica 9 maggio 2010

Sempre in tema di scheletri negli armadi...

Cosa mai può accomunare un ex fascista e un ex comunista, oltre al fatto di essere concittadini? Il tornaconto di fare politica in Italia e all'italiana. 
Nel post precedente ho riportato quanto è stato scritto su uno degli scheletri nell'armadio del segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ex comunista.
Adesso tocca, per par condicio, all'ex fascista, ora pidiellino e presidente della camera dei deputati, Gianfranco Fini, anche lui emiliano di Bologna come Bersani. 

Un'Italia di gente fortunatissima
di Caterina Soffici
 
Capita a volte che uno stia lì a zappare l’orto e spunta un iraniano che gli regala un po’ di lingotti d'oro. A voi non è successo? Strano. Perché Angelo Zampolini, l’architetto finito nella bufera come portatore di assegni per il gruppo Anemone, ha spiegato così l’origine dei 2,8 milioni di euro transitati sul suo conto.
 
I soldi erano un lascito del padre, un coltivatore diretto. Come se li era procurati? «Aveva ricevuto molti lingotti da un signore iraniano». Come si chiamava? Non si sa, ovvio. Volete mica che un iraniano di passaggio pieno di lingotti d’oro ti lascia pure le ricevuta. Questo significa essere nati con la camicia, mica scherzi.

Siamo un Paese di gente fortunata, noi. Basta con questa idiozia della dea bendata. La fortuna invece ci vede benissimo e bacia sempre i soliti noti. Sennò come ve lo spiegate che uno come Luciano Gaucci va dal tabaccaio, compra una schedina del Superenalotto e vince la bellezza di 2,8 miliardi di vecchie lire. Proprio lui, che ha già una squadra di calcio e la villa con la scalinata e gli stucchi dove gira i filmini. Ecco come compra quattro appartamenti per la sua donna Elisabetta Tulliani, ora compagna di Fini.

Perché la fortuna mica bacia gli sfigati, quelli che per comprarsi un monolocale vista ferrovia fanno un mutuo ventennale e firmano cambiali per una Panda usata. A quelli nati con la camicia capitano sempre cose fantastiche. Scajola si è ritrovato con due due terzi dell’appartamento pagati a sua insaputa e il fenomeno ha del paranomale. Ma altri fortunati hanno comprato case pagando fino alla metà del valore di mercato: Walter Veltroni (337.590 euro per 190 mq nel 2005 vicino a via Veneto a Roma, contro un valore di 767mila) o Franco Marini (330mq ai Parioli per 1 milione di euro quando il prezzo era di 2,2) o Luciano Violante (327mila euro quando il prezzo di mercato era di 637mila), ma anche Francesco Pionati, Rosy Bindi e Nicola Mancino… Ora si parla di sospetti su altre 15 compravendite. Avranno la camicia o no?

da Prima pagina de il Riformista del 7 maggio 2010 [Fonte]

Ecco le magagne di un altro moralista...

L'ex procuratore capo di Milano, all'epoca di mani pulite, Saverio Borreli ebbe a dire: " Chi sa di avere scheletri nell'armadio, vergogne del passato, apra l'armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi, dico io. Quelli che si vogliono candidare, si guardino dentro. Se sono puliti, vadano avanti tranquilli.
Questa celebre frase ha un suo valore, anche storico, ma non lo hae non lo ha mai avuto per tutti.
Specialmente per chi si crede e ad ogni occasione si dichiara superiore moralmente su tutti e su tutto, come gli ex comunisti italici. 
Quanto ho pubblicato sull'episodio dell'ex compagno G (Primo Greganti, l'operario milionario) e proprio due giorni fa sul comportamento dell'ex compagno D'Alema a Ballarò,  nella puntata del 4 maggio 2010,  è più che emblematico. 
Adesso tocca al segretario del PD, l'emiliano Pier Luigi Bersani, i cui scheletri nell'armadio li tira fuori non un procuratore della repubblica alla Borrelli,  o un pubblico ministero alla Di Pietro o alla De Magistris, ma il solito giornalista "prezzolato" e "servo del padrone", con l'aggravante di essere il direttore del Giornale, Vittorio Feltri. Se è una falsità, voglio vedere se Bersani lo querela.  
Ecco la notizia, non da poco, che certifica la connivenza, ancora una volta, dei sindacati rossi con gli uomini del partito:

Il sindacato pagava la casa a Bersani
di Vittorio Feltri

La casa è il punto debole. La casa e i figli. Ciascuno di noi è sensibile alle questioni di famiglia, se tiene famiglia. E allora si dà il caso che per avere un tetto o per darlo ai pargoli siamo disposti a tutto. Solo che i comuni mortali mettono mano al portafogli, e se non basta il contenuto si indebitano fino al collo per far fronte alle spese, mentre i signori della Casta politica percorrono strade alternative, a volte lecite, a volte ai limiti della liceità e a volte ben oltre.
La vicenda Scajola è paradigmatica. Il ministro è uno dei tanti che hanno chiuso un occhio sulle regole,
e se c’è qualcuno che ha diritto di criticarlo sono i cittadini senza santi in paradiso, ma i suoi colleghi del Palazzo e dépendance devono solo tacere, perché di riffa o di raffa, nonostante abbiano buoni «stipendi», si sono fatti aiutare o almeno raccomandare. Se glielo fai notare, specialmente se ricordi loro fatti che ne
dimostrano la fragilità, addio, reagiscono con rabbia, ai confini della violenza, come è accaduto a Massimo D'Alema. Il quale, di fronte alle contestazioni del condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti, ha perso la testa avendo la coda di paglia.
Tutti rammentano che egli occupò un alloggio di pregio a fitto agevolato (grazie all'ente pubblico proprietario dell'immobile) e che fu il Giornale a denunciare la birichinata. Insomma, il tema casa è tra i più scottanti. Lo era e lo è ancora. E solo a parlarne c’è chi rimane strinato. Guarda un po' la combinazione, proprio ieri siamo venuti a conoscenza di un'altra furbata, se vogliamo di piccolo cabotaggio, ma che rivela le inclinazioni della grande Casta: fame di privilegi, sconti, trattamenti di favore in barba al popolazzo corteggiato al momento del voto e disprezzato a spoglio avvenuto.
Udite, amici lettori. Nel lontano 1992, l'attuale segretario del Partito democratico, Bersani, allora personaggio poco noto, abitava in un quartierino in affitto e, siccome il suo reddito era modesto (presumo), si faceva pagare metà (500mila lire) della pigione mensile (un milione) dallo IAL, Istituto Addestramento Lavoratori, emanazione del Sindacato sovvenzionato dalla Cee.
Bersani era vicepresidente della Regione Emilia Romagna e probabilmente, pur non essendo un barbone, non percepiva un'indennità ricca e per vivere decentemente aveva bisogno di un sostegno. Subito trovato. Alloggio a Bologna, in via Mazzini, zona elegante della città, fitto di mercato ma a carico, per il 50 per cento, dell'organizzazione dei lavoratori. Come dire che i lavoratori, a salario immagino inferiore all'indennità del vicepresidente della Regione, pagavano per lui che, poverino, doveva mantenere un certo decoro di cui non poteva consentirsi i costi. Ecco la storia di oggi che si inquadra perfettamente nelle polemiche di questo infocato periodo. Il vizietto della «casa a sbafo o semisbafo» non è quindi tipico degli ultimi anni ma abbastanza vecchio e costituisce un elemento di continuità tra la prima e la seconda Repubblica fondata sullo scrocco e sui privilegi dei «castori». Capita l'antifona?
Cambiano i segretari dell'ex partito comunista ma lo stile è sempre lo stesso: campare da signori senza esserlo con i soldi di qualcun altro, un ente pubblico, un sindacato eccetera. Se però uno di noi va in tivù e lo dice a D’Alema, questi si infuria e ti manda a farti fottere (testuale) con l'approvazione entusiastica dei compagni e anche dei camerati.
Infatti, ieri sui giornalucci di partito si sono letti gli elogi al cafonalchic D'Alema per gli insulti rivolti a Sallusti. Mi riferisco a Europa (ex Margherita), al Manifesto e al Secolo recentemente convertitosi sulla via delle Botteghe Oscure. Va bene così. Tutto chiaro. Noi seguitiamo a pensare che se gli italiani senza pennacchio politico (rosso o bianco o nero che sia) si sottopongono a sacrifici disumani per avere un soffitto sopra la testa, i medesimi sacrifici debbano fare i cicisbei inchiodati alla poltrona avuta col nostro voto. Chi avesse qualcosa in contrario, ce lo dica. Siamo qui apposta per rispondere senza mandare nessuno a farsi fottere, neanche l'Ordine dei giornalisti di Roma che non ha visto Ballarò e non sa nulla del modo elegante con cui D'Alema ha tutelato (in quanto giornalista) la dignità professionale: coprendo di parolacce Sallusti. Applausi.

giovedì 6 maggio 2010

Non poteva mancare l'arguto commento con puntualizzazione finale di Feltri

Sullo scontro di cui ho già scritto nel precedente post, eccovi l'arguto commento con puntualizzazione finale del direttore Vittorio Feltri. Vedremo se il migliore dei peggiori, come lo definisce Feltri, risponderà. 
Ovvero: gli antichi detti non sbagliano mai: Pecunia non olet.

D'Alema pagato da Berlusconi

• da Il Giornale del 6 maggio 2010

di Vittorio Feltri

Abbiamo sempre scritto che D’Alema è il migliore dei peggiori (i peggiori sono i compagni, ovvio) e continuiamo a pensarlo. Ma da martedì sera lo pensiamo un po’ meno perché abbiamo assistito attoniti alla sua performance televisiva a Ballarò, il programma di Floris dedicato alle dimissioni del ministro Scajola in seguito al pasticciaccio brutto di via Del Fagutale, di cui in questi giorni si è discusso a lungo.
In studio, tra gli ospiti, oltre al dirigente storico del Pd, c’era Alessandro Sallusti, condirettore del Giornale. Il quale dopo aver ascoltato l’intervento ricco di implicazioni moralistiche dell’expresidente del Consiglio (indignato per la vicenda dell’appartamento acquistato a prezzo stracciato e, forse, in parte a sbafo), ha fatto notare a D’Alema che non aveva le carte in regola per fare le bucce a Scajola, in quanto proprio lui una quindicina di anni orsono ebbe dei problemi connessi ad Affittopoli.
Quali problemi? Conviene ricordarli, così, per chiarezza. Nel 1995 il Giornale, all’epoca diretto da me, svolse un’inchiesta sulla nomenclatura che aveva ottenuto alloggi di buon livello da enti pubblici ad equo canone, cioè a canone irrisorio, ponendosi in una situazione di privilegio rispetto ai cittadini comuni. Appartamenti che sarebbe stato opportuno riservare a gente bisognosa piuttosto che a uomini e donne in vista e dal reddito alto, quindi più che sufficiente per pagare pigioni di mercato.
Ebbene, tra i fortunelli e i raccomandati ben piazzati in «case premio» c’era anche Massimo D’Alema, e il suo nome importante non solo finì nell’elenco degli inquilini di riguardo ma anche in un titolone del Giornale. L’allora segretario postcomunista, come del resto tutti quelli tirati in ballo, si irritò e nel commentare il proprio coinvolgimento si lasciò andare a un apprezzamento (riportato dall’Ansa) poco lusinghiero per la mia persona: «Feltri è un coglione».
L’opinione era legittima, il linguaggio no, ma queste sono stupidaggini cui non feci e non faccio caso. Mi domando piuttosto cosa sarebbe successo se fossi stato io a dare del coglione a D’Alema. Il quale comunque di lì a una settimana si recò ospite al Maurizio Costanzo Show, all’epoca programma di punta di Canale 5, e dichiarò pubblicamente che si impegnava a traslocare e a comprarsi un appartamento affinché non si dicesse che lui, per quanto lecitamente, profittasse di un privilegio.
Di fronte al gesto, scrissi che ciò gli faceva onore. Ne ero convinto e lo sono ancora, tanto più che tutti gli altri pigionati di spicco, tra cui Walter Veltroni, rimasero inchiodati al loro quartierino amichevolmente trattati dagli enti proprietari. Questo l’antefatto. Probabilmente D’Alema ieri non lo rammentava e, discettando della leggerezza di Scajola, ha usato termini duri. Sicché Sallusti gli ha fatto presente con toni altrettanto duri che - in sostanza - il bue non può dare del cornuto all’asino. Nel senso che se il ministro l’ha fatta grossa a prendersi una casa pagata da altri (nel modo noto), D’Alema non la fece tanto piccola a prendersene una a due lire quando i suoi elettori erano obbligati a sborsare il triplo.
Alle battute aspre del condirettore, l’expremier ha dato l’impressione di essere nell’angolo del ring e per uscirne è ricorso al colpo della disperazione: «Vada a farsi fottere», ha gridato. Sul momento ho pensato che ce l’avesse con Marrazzo, dato che Sallusti non è tipo - lo conosco - da accettare simili inviti. Poi ho compreso che quello era solo un insulto, cui ne sono seguiti altri: «Lei è un bugiardo e un mascalzone».
Qui l’unica cosa andata a farsi fottere era il proverbiale aplomb dell’eminenza del Pd che ha completato il suo pensiero: «Io però non pagavo con i soldi che mi dava uno speculatore amico mio, lasciai e basta».
Sallusti di rimando: «Anche Scajola ha lasciato il suo posto senza essere indagato. Lui ha lasciato il ministero, lei ha lasciato la casa». Non l’avesse mai detto.
D’Alema avrebbe mangiato volentieri l’interlocutore ma ormai aveva perso nel match tutti i denti e ha sputato un luogo comune indegno di lui: «Lei si guadagna lo stipendio dicendo mascalzonate, la pagheranno mandandole delle signorine».
Replica di Sallusti: «Le signorine le usavano i suoi uomini in Puglia».
Floris non potendo calare il sipario, ha mandato in onda un altro servizio nella speranza si placassero gli animi.
Ecco. Questa la cronaca della partita. Merita una chiosa. E per non suscitare equivoci desidero attingere al vocabolario sfoggiato da D’Alema. Al quale dico - a lui e ai compagni in genere - di smetterla di rompere le balle con la storia che noi ci guadagniamo lo stipendio da Berlusconi quasi che lavorare per lui fosse un’infamia, robada mascalzoni e bugiardi. Siamo professionisti e prestiamo la nostra opera, piaccia o no, a chi ci garba, esattamente come D’Alema. Tanto è vero che anche lui è stato pagato, mi auguro profumatamente, dal Cavaliere. Non è una boutade. È la realtà. O non è un fatto documentabile che egli ha pubblicato quattro-libri-quattro con Mondadori? Questi i titoli: «Oltre la paura», «Kosovo. Gli italiani e la guerra», «La grande occasione. L’Italia verso le riforme», «Un paese normale. La sinistra e il futuro dell’Italia».
Scusi presidente, ha scritto gratis? Oppure anche lei come Scajola incassava senza sapere di dove venissero i soldi? Oppure non sapeva che la Mondadori non è delle Cooperative rosse bensì di Silvio Berlusconi?
Andiamo giù piatti. Noi riceviamo lo stipendio da Berlusconi e siamo dei mercenari retribuiti in signorine anziché in euro; lei riscuote i diritti d’autore dallo steso Berlusconi e non è un mercenario retribuito in signorine o in euro?
Ci dica lei che razza di compenso percepisce, assodato che un compenso se lo sarà pure intascato. Segnalo infine che D’Alema è un giornalista. Poiché ha insultato Sallusti, un collega, chiedo sommessamente all’Ordine dei giornalisti se sarà sottoposto a procedimento disciplinare o se lui gode dell’immunità ad personam.
P.S Quanto alle signorine, confessiamo che piacciono anche noi. Ma sfidiamo D’Alema a dimostrare che ne abbiamo avute a tariffe agevolate o piene o pagate da terzi.

Ecco il moralista dei moralisti italici

Il compassato e sempre ironico D'Alema perde la calma dopo il solito sermoncino sulla moralità Ma l'ex compagno D'Alema ha letto il libro scritto dal proprietario dei supermercati ESSELUNGA intitolato FALCE E CARRELLO? Ritengo di no, altrimenti starebbe zitto o non parlerebbe della moralità in politica. Se vuole può dare un'occhiata al libro, che trova recensito in questo blog.
Vi riporto l'articolo ed il video del Corriere della Sera su quanto successo a Ballarò, su RAI 3, nella puntata del 4/5/2010.   

D'Alema, lite in tv con "Il Giornale" su case e affitti

• da Corriere della Sera del 5 maggio 2010

di Angela Frenda

«Vada a farsi fottere... Lei è un bugiardo e un mascalzone. Pagato per fare il difensore d’ufficio del governo...». Alla fine, Massimo D’Alema è sbottato come mai aveva fatto in televisione. È accaduto ieri sera, nel corso della trasmissione tv Ballarò dedicata al caso Scajola. Al termine di uno scontro molto aspro, il presidente del Copasir ha apostrofato duramente Alessandro Sallusti, condirettore del Giornale. Tra i due è stato un crescendo da quando la discussione, partita dalle dimissioni del ministro allo Sviluppo economico, si è spostata sui presunti «favori» ai politici per acquisto di case e affitti agevolati. Sallusti, che in un primo tempo aveva accusato il direttore di Repubblica Ezio Mauro (che non era in studio) per l’acquisto di una casa, ha poi tirato in ballo lo stesso D’Alema: «Lei, onorevole, non ha alcun titolo per
venire qui a fare la predica ad altri sulle case. Le ricordo che è stato coinvolto in uno degli scandali più grossi degli ultimi tempi: Affittopoli». D’Alema sgrana gli occhi. Poi subito ribatte: «Ho pagato l’affitto delle mie case a prezzi di equo canone. E sono stato l’unico uomo politico coinvolto in quella storia ad aver lasciato l’appartamento».
A Sallusti questa spiegazione non basta. I toni si alzano. Il condirettore del Giornale torna all’attacco: «Lei pagava un affitto, le ricordo, che era un’offesa per gli operai che la votavano». Il presidente del Copasir è colpito da queste critiche. I tratti del volto si fanno tesi. Decide di non lasciar correre: «Sallusti, lei è un provocatore. Capisco che la paghino per fare questo servizio, ma si moderi». Sallusti invece si inalbera: «A me non mi paga nessuno». D’Alema, a questo punto ironico: «Ah no? Fa tutta questa scena gratis? Ma stia tranquillo, le daranno un premio. Magari le manderanno qualche signorina...». Il condirettore del Giornale non ci sta: «Le signorine le usavano i suoi uomini in Puglia per corrompere, caro presidente». D’Alema alza ancora di più il tono della voce e si fa rosso in volto: «No, no, le signorine andavano dal suo presidente dei Consiglio e datore di lavoro. Vada a farsi fottere, capito? Io stasera non la faccio più parlare».
Il clima rimane infuocato per alcuni minuti. Nessuno dei due smette di gridare, fino a quando il conduttore, Giovanni Floris, lancia un servizio sul dissenso dei «finiani» nel Pdl. Al ritorno in studio, le urla sono cessate. Ma poco dopo D’Alema ammette di essere rimasto «scosso» per l’attacco ricevuto. E chiarisce: «Mi è dispiaciuto essermi arrabbiato. Però va detto che sono stato l’unico politico che ha rinunciato alla casa. Solo perché pensavo che, essendo un uomo politico, dovevo farlo. Ai tempi ho ricevuto i complimenti del Giornale. Mi dispiace invece che stasera, per esigenze di copione, tutto questo sia stato cancellato e io venga considerato un immorale. Questo dimostra come il contenuto della politica rischia di essere la rissa».



 

Prima pagina

Avviso al ministro Maroni
di Giampaolo Pansa
 
Esistono notizie che si leggono e poi si dimenticano. E anche notizie che non si leggono perché nessun giornale le pubblica.
©Ferdinando Nicola Baldieri/Lapresse - 26 04 2010 - Caserta - Italia - Politica - I ministri dell'Interno, Roberto Maroni, e della Giustizia, Angelino Alfano, si sono ritrovati in Prefettura a Caserta per partecipare alla Riunione Tecnica di Coordinamento delle Forze di Polizia delle province di Napoli e Caserta. Nella foto Roberto Maroni e Angelino Alfano ©Ferdinando Nicola Baldieri/Lapresse - 26 04 2010 - Caserta - Italy - Politics - The Interior Minister Roberto Maroni and Justice Angelino Alfano, were found in the Prefecture of Caserta to attend the Technical Meeting for the Coordination of Police Forces in the provinces of Naples and Caserta. In the photo Roberto Maroni e Angelino Alfano
Eppure proprio le cronache che svaniscono ci aiutano a capire lo stato di salute di un Paese. Sono il termometro che misura la febbre. Ti dice che hai una temperatura quasi normale, trentasette e mezzo. Ma nello stesso tempo ti avverte che potrebbe arrivarti un febbrone da cavallo.

In Italia di febbroni ne abbiamo molti. Ma il più insidioso ha un nome corto e quasi osceno: l’odio. L’odio politico che diventa ogni giorno di più odio personale e può fare danni irreparabili.

Attenzione: non sto parlando di Silvio Berlusconi e della cupa avversione che suscita in troppa gente. Anche se il nostro presidente del Consiglio sta diventando, controvoglia, un caso unico al mondo. Ha già subito un attentato, vive blindato, le rare volte che cammina per strada deve essere protetto da un muro di guardie del corpo.

Pur non avendo mai votato per lui, e benché l’abbia criticato molte volte sulle colonne del Riformista, provo vergogna per un Paese dove il capo del governo è costretto a procedere come se fosse in territorio nemico. Immagino che qualche lettore del Riformista si stia chiedendo se l’autore del Bestiario non sia impazzito. Oppure non sia passato armi e bagagli al Popolo della libertà. A questi amici, replico: cari lettori, meditate, meditate! Se il Cavaliere è in pericolo, pure voi lo siete. In base a un principio, vecchio quanto il mondo, che recita: oggi a me, domani a te.

L’odio politico è di nuovo emerso negli ultimi giorni, a partire dall’anniversario del 25 aprile, festa della Liberazione. So bene che la Resistenza e la guerra partigiana sono una storia molto più complessa di quella che viene insegnata nelle scuole e predicata dalle tante sinistre. In realtà, finita la dittatura nera, la guerra civile poteva sfociare in una dittatura rossa. I comunisti volevano imporci una democrazia progressiva, così la chiamavano. Destinata a diventare una democrazia popolare con un partito unico. A somiglianza di quanto stava accadendo nei Paesi occupati dall’Unione Sovietica. Ci salvò la presenza delle armate inglesi e americane. Dopo aver perso migliaia e migliaia di ragazzi, caduti in battaglia per liberarci dell’occupazione tedesca, ci fecero un ultimo regalo: una democrazia parlamentare.

Pur sapendo come andarono le cose, penso anch’io che il 25 aprile vada celebrato e festeggiato. Gli storici ci hanno già spiegato con dovizia di argomenti che tutte le democrazie hanno bisogno di un mito fondativo. E il mito che sta alla base della Repubblica nella quale viviamo è quello resistenziale. Ma non tutti la pensano così. Non parlo di chi ha vissuto la tragedia della Repubblica sociale e ha pagato un conto salato. Con uno sterminio massiccio, le tante persone assassinate dopo il 25 aprile. Parlo di una minoranza violenta, tutta rossa, che si attribuisce la proprietà esclusiva dell’antifascismo. E quindi della Liberazione.

Qui arrivo alle notizie subito dimenticate. Sappiamo tutti che cosa è accaduto a Milano e a Roma.

Contestazioni e insulti a chi era chiamato a celebrare la Resistenza. Nella capitale c’è stata anche un’aggressione fisica contro la presidente della Regione e il presidente della Provincia. Costretti a lasciare il palco dai fumogeni e dagli oggetti lanciati da una banda di sedicenti antifascisti, usciti da qualche centro sociale.

Poiché la gramigna si estende a macchia d’olio, dopo il 25 aprile l’odio politico è emerso a Firenze. È stata impedita la presentazione in pubblico di un libro sull’organizzazione Gladio che non piaceva agli odiatori. Si è cercato di bloccare un altro dibattito su un libro di Marco Tarchi, un autore che conosco, docente a Firenze, un intellettuale campione di mitezza. Sui manifesti per un convegno dedicato a Marco Biagi, il giurista ucciso dalle Brigate Rosse nel marzo 2002, sono state tracciate scritte nefande. Una diceva: «Biagi non pedala più». La firma era una stella a cinque punte e la sigla Br. Tutte vicende che ho appreso dal Giornale della Toscana e dalla Nazione.

Insieme ad altre grandi città italiane, Firenze sta diventando un fronte di guerriglia. E non per opera di masse studentesche e operaie. Sono piccoli gruppi di antagonisti, sempre armati di caschi e spranghe, pronti a menare le mani, capaci di un linguaggio mortuario. Usato per minacciare le persone e per ricordare di continuo i massacri del dopoguerra: «A piazzale Loreto c’è ancora posto!». Per me non è una novità. Il gruppo che nel 2006 mi aggredì a Reggio Emilia, guidato da un giovane funzionario di Rifondazione comunista, inalberava un lenzuolo color sangue dove c’era scritto: «Triangolo rosso? Nessun rimorso».

Non è per niente folclore politico, come seguitano a credere in molti a sinistra. Lo squadrismo fascista degli anni Venti è iniziato con piccoli gruppi di violenti. Anche i miliziani dell’antagonismo rosso possono diventare molto pericolosi. Soprattutto in una fase di forte crisi economica e sociale. Gli italiani senza potere, a cominciare da noi che lavoriamo nei media, ignorano che cosa si stia muovendo negli scantinati del ribellismo. Ma il ministero dell’Interno dovrebbe saperlo.

Il ministro Roberto Maroni viene elogiato per tanti motivi. Il primo è che ha fermato i grandi sbarchi dei clandestini e incarcera mafiosi. Vuol dare un’occhiata anche alle bande che spadroneggiano in tante città? È una richiesta cortese e anche un avviso. Si muova, prima di essere aggredito anche lui.
 
da il Riformista di lunedì, 3 maggio 2010

Siamo "UNICI" al mondo, italians come sempre!

Regalo? PECché e PECchì?

di G. Scorza - Il Ministro Brunetta tesse le lodi della CEC PAC, ma l'attuale procedura di assegnazione suscita perplessità. Chi vuole rinchiudersi in un domicilio informatico?


Roma - Secondo il Ministro dell'Innovazione Renato Brunetta la sua iniziativa di "regalare" ad ogni cittadino un indirizzo di Posta Elettronica Certificata (n.d.r. in realtà il Ministro ci regalerà una CEC PAC ovvero una PEC utilizzabile solo per comunicare con la PA) è "la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese" nonché "la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi".
Sarà anche vero, ma si tratta di una "rivoluzione" che minaccia di travolgere la libertà di domicilio (informatico) e le più elementari regole del mercato e della concorrenza.
Andiamo con ordine.

La nostra Costituzione - al pari delle carte costituzionali di ogni altro Paese democratico o aspirante tale - riconosce a tutti i cittadini - ed in realtà anche ai non cittadini purché legittimamente presenti sul territorio italiano - tra gli altri, il diritto a fissare liberamente il proprio domicilio. Nel 2010 una casella di posta elettronica, al pari del nostro PC o, piuttosto, del nostro account su Facebook, costituiscono naturali proiezioni informatiche del nostro domicilio con la conseguenza che spetta a ciascuno di noi, in assoluta autonomia, decidere se e quale indirizzo di posta elettronica utilizzare, chi ammettere al nostro profilo su Facebook o, piuttosto con chi condividere i dati sul nostro PC.
Tale libertà è costituzionalmente garantita ed ammette di essere limitata nelle sole ipotesi previste, appunto, dalla Carta Costituzionale.
L'elezione di domicilio - sia esso informatico o geografico - ovvero la manifestazione con la quale si porta a conoscenza di un soggetto terzo - privato o pubblica amministrazione - la volontà di ricevere tutte le comunicazioni relative ad un determinato affare o procedimento presso un certo indirizzo, costituisce una forma di esercizio di tale libertà.
È, dunque, fuor di dubbio che manifestare alla pubblica amministrazione la volontà di ricevere comunicazioni elettroniche - via PEC, CEC PAC o semplice mail - presso un determinato indirizzo rappresenta, appunto, esercizio dell'insopprimibile libertà di domicilio costituzionalmente garantita.

Proprio muovendo da tale presupposto, d'altro canto, il
D.p.r. 11 febbraio 2005, n. 68 attraverso il quale è stata introdotta nel nostro Ordinamento la Posta Elettronica Certificata prevedeva - e prevede tuttora - all'art. 4 che "Per i privati che intendono utilizzare il servizio di posta elettronica certificata, il solo indirizzo valido, ad ogni effetto giuridico, è quello espressamente dichiarato ai fini di ciascun procedimento con le pubbliche amministrazioni o di ogni singolo rapporto intrattenuto tra privati o tra questi e le pubbliche amministrazioni. Tale dichiarazione obbliga solo il dichiarante e può essere revocata nella stessa forma".
Opportunamente, inoltre - con riferimento specifico alle comunicazioni tra PA e cittadini - l'art. 16 dello stesso D.p.r. 68/2005, chiarisce che "Le pubbliche amministrazioni garantiscono ai terzi la libera scelta del gestore di posta elettronica certificata".
Non vi era e non vi è, infatti, alcuna ragione per limitare - ammesso anche che ciò possa ritenersi costituzionalmente legittimo - la libertà di domicilio nelle nuove dinamiche delle comunicazioni elettroniche che, anzi, semmai, abilitano ciascun cittadino ad un più ampio ed autonomo esercizio di tale libertà giacché cambiare indirizzo di posta elettronica e/o decidere di utilizzare diversi indirizzi a seconda della natura dell'affare o del procedimento è assai più facile di quanto non sia nelle dinamiche delle comunicazioni cartacee tradizionali.
Non la pensa così, tuttavia, il Ministro dell'innovazione che, infatti, nel lanciare la sua "rivoluzione" con il
DPCM 6 maggio 2009 ha stabilito che i cittadini che richiedano ed ottengano un indirizzo CEC PAC di Stato eleggono con ciò, automaticamente e coattivamente, il proprio domicilio, in relazione a tutte le comunicazioni con la PA, presso l'indirizzo loro fornito dal concessionario pubblico.
Ma c'è di più.

Lo stesso DPCM, prevede, infatti che "L'affidatario del servizio di PEC ai cittadini...renda consultabili alle pubbliche amministrazioni, in via telematica, gli indirizzi di PEC di cui al presente decreto".
Come è noto, nei mesi scorsi, all'esito di una procedura di gara la cui legittimità è, peraltro, attualmente al vaglio dei Giudici amministrativi, il Ministro Brunetta ha assegnato - come peraltro ampiamente ed agevolmente già previsto da molti - la concessione ad un raggruppamento di imprese costituito da Poste Italiane e Telecom Italia. Il nuovo concessionario CEC PAC di Stato, nei giorni scorsi, ha quindi iniziato a distribuire i propri indirizzi di posta elettronica ai cittadini italiani e ad inserirli nel registro attraverso il quale le pubbliche amministrazioni potranno individuare i "domicili informatici" degli italiani.

Sembra, tuttavia, che in tale registro possano essere iscritti unicamente gli indirizzi targati "Poste" ovvero quelli rilasciati dal concessionario di Stato e non anche tutti gli equivalenti indirizzi di posta elettronica certificata di cui i cittadini italiani già dispongono o disporranno e sui quali, in ipotesi, potrebbero desiderare ricevere anche le comunicazioni da parte della PA. Si tratta di una gravissima limitazione della libertà di domicilio ingiustificata ed ingiustificabile e, in ogni caso, di un'evidente violazione della disciplina relativa all'utilizzo della Posta Elettronica Certificata tuttora vigente che continua a prevedere che il cittadino possa scegliere di utilizzare, nei rapporti con la PA, un indirizzo di Posta Elettronica Certificata ottenuto da un qualsiasi fornitore - e non solo dal concessionario di Stato - e utilizzare indirizzi diversi per ogni procedimento amministrativo. È, dunque, urgente che il Ministro imponga al concessionario pubblico di accettare l'iscrizione nel registro di qualsiasi indirizzo di Posta Elettronica Certificata, restituendo così a tutti i cittadini il diritto di esercitare la propria libertà di elezione di domicilio (informatica).

In tal modo, peraltro, le centinaia di migliaia di professionisti italiani che negli ultimi mesi sono stati "obbligati" a dotarsi di un indirizzo di Posta Elettronica Certificata, potrebbero decidere che la Pubblica Amministrazione utilizzi il medesimo indirizzo per le proprie comunicazioni, sottraendosi così al serio rischio di ammalarsi di una pericolosa forma di "schizofrenia domiciliare informatica", dovuta al fatto di dover gestire - volenti o nolenti - tre o più indirizzi di posta elettronica.

Ma perché a Palazzo Vidoni avrebbero commesso un errore - se di questo si è trattato - tanto grossolano e, comunque, capace di limitare così gravemente la libertà dei cittadini? Temo che la risposta vada ricercata nelle regole del mercato o meglio nella violazione di queste regole che rischia di perpetuarsi se tale situazione non verrà rapidamente risolta.
L'attuale impossibilità per gli utenti dei servizi di Posta Elettronica Certificata erogati da fornitori diversi rispetto al concessionario di Stato Poste italiane, di inserire i propri indirizzi nel registro gestito dallo stesso concessionario, infatti, si traduce in ostacolo alla concorrenza specie sul mercato delle comunicazioni tra PA e cittadini, a tutto vantaggio del concessionario di Stato al quale si è, per questa via, riconosciuto una sorta di nuovo monopolio, almeno di fatto, nella gestione delle comunicazioni elettroniche tra PA e cittadino.

Se si tiene conto che, secondo le dichiarazioni rese a Panorama dallo stesso Amministratore delegato di Poste Italiane, ogni anno dalla Pubblica Amministrazione italiana partono 90 milioni di raccomandate che garantiscono alle Poste 265 milioni di euro, non è difficile comprendere perché l'attuale concessionario della CEC PAC di Stato - già primo concessionario del telegrafo - non abbia comprensibilmente nessuna intenzione di spartire la torta delle raccomandate del XXI secolo con i suoi potenziali concorrenti ovvero con gli altri fornitori di PEC.

Si tratta, tuttavia - almeno sotto il profilo della gestione del registro degli indirizzi dei cittadini italiani e dell'apertura di tale registro anche agli indirizzi forniti dai concorrenti - di una posizione non condivisibile. Il registro va aperto subito perché non vi è alcuna ragione che possa giustificare un trattamento palesemente discriminatorio in danno dei concorrenti del concessionario di Stato e dei consumatori.
L'apertura del registro è un'esigenza giuridica, di mercato e, soprattutto, di politica dell'innovazione: non si può consegnare ancora una volta il Paese ad un monopolista solo per indennizzarlo di una potenziale perdita figlia del progresso e dei tempi che passano.
L'era dell'accesso, come l'ha battezzata Jeremy Rifkin, è bella anche per questo: i monopoli legali e/o di fatto durano meno ed i concorrenti, sul mercato, possono alternarsi alla leadership più velocemente di un tempo.
Se PEC - o CEC PAC - deve essere, che almeno sia garantito il rispetto delle libertà fondamentali dei cittadini e delle regole del mercato.

Guido Scorza
Presidente Istituto per le politiche dell'innovazione
www.guidoscorza.it