domenica 18 luglio 2010

Il "supremo" richiamo USA ai giudici italiani

I giudici, come certi intellettuali, tendono a sinistra e a volte confondono il loro elevato ruolo giurisdizionale con la politica.
Le leggi vanno applicate, non tocca ai magistrati manipolarle attraverso l'interpretazione. La legge nasce come affermazione della civiltà che mette fine all'arbitrio. Affermare il contrario significa tornare indietro nella storia e nelle conquiste che la Costituzione ci ha dato.

Chi ha detto queste lapalissiane e sacrosante parole?
Un sovversivo o, peggio, un berluscones italiota?
 No! A dire queste che sembrerebbero delle ovvietà è stato Antonin Gregory Scalia, uno dei nove Giudici della Corte Suprema degli Stati Uniti d'America, il più alto organo giurisdizionale americano, ospite dell'ambasciatore USA a Roma.
Alla ristretta discussione, quindici presenti in tutto, vi era anche Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati.
In conclusione Scalia ha aggiunto: 
" Chi ha fatto il magistrato non dovrebbe passare ala politica."
Chissà come l'avranno presa Palamara e gli altri due magistrati presenti, Giulio Romano e Antonio Patrono ex membri del Consiglio superiore della magistratura italiana.

Fonte: Panorama 22/7/2010 pag. 68.

venerdì 16 luglio 2010

A volte fare gli smemorati di Collegno può non riuscire bene. Qualcuno con la memoria lunga c'è sempre!

Ultima puntata sulla storia sul finiano Italo Bocchino che pare abbia una memoria fantasticamente corta, se non inesistente, quando si tratta di ricordare i suoi trascorsi.
Gian Marco Chiocci, con questo attualissimo articolo, gli fa da segretario menmonico ricordando anche a tutti noi quando l'amico di Fini era lui ad essere  sotto tiro.
Buona lettura.

I VERBALI IMBARAZZANTI CHE BOCCHINO NON LEGGE 

Rapporti imbarazzanti, in chieste politicamente a rischio, intercettazioni scivolo se. E gli immancabili «comitati d'affari». No, non parliamo di Denis Verdini indagato per associazionismo segreto. Parliamo di Italo Bocchino, ex garantista, novello giustizialista di quello stesso coordinatore del Pdl che insieme a tutto il parti o l'ha sempre difeso allorché è stato Italo a finire nei guai con l'emergere di certi rapporti imbarazzanti, in inchieste politicamente a rischio, per intercettazioni altrettanto scivo­lose, su immancabili «comitati d'affari». Del tipo di quello raccontato nell'inchiesta napoletana sui grandi appalti per la gestione del patrimonio immobiliare (noto come Global service, legato al suicidio dell'assessore Nugnes) poi finita nel nulla per decisione del Gup.
Quando scoppiò il casino e Italo venne indagato per associazione per delinquere e concorso in turbativa d'asta (con allegata richiesta d’arre sto), il Nostro definì la vicenda «kafkiana». Al contrario di quanto fa oggi per Verdini, non chiese le dimissioni per se stesso, non preannunciò intercettazioni esplosive che effettivamente uscirono sul suo conto allorché si apprese che dava del tu al principale indagato (poi condannato insieme al provveditore Mautone) a caccia di appoggi politici per i suoi affari. «Quindi, poi, ormai siamo una cosa consolidata, un sodalizio, una cosa solida, una fusione dei due gruppi» recita la celebre intercettazione fra l'imprenditore e il deputato, successiva al ritiro di emendamenti proposti dal gruppo consiliare di An durante la discussione in consiglio comunale della delibera sul «Global service ».
Una decina le chiamate agli atti dell'indagine. Precedentemente, il 18 marzo 2007, Bocchino si metteva a disposizione di Romeo. Lo rassicura va riguardo il suo intervento sui consiglieri comunali allo scopo di «indirizzare» bene il loro operato: «Non ti preoccupare perché domani sera c'è una riunione con tutti a cui viene spiegato qual è la tesi da sostenere (...). Stai tranquillo». Dello stesso tenore altre chiacchierate in tema, tant'è che poi i Pm sostengono l'esistenza di una «struttura organizzata unitaria» in «un'ottica di contiguità, stabile comunanza e reciprocità di interessi che lega tra loro molti degli indagati », come comproverebbe la soddisfazione di Bocchino per il ritiro degli emendamenti che infastidivano Romeo. Intercettazioni scomode con riferimento ai rapporti fra Romeo, un magistrato di Napoli che fu l'estensore di una precedente sentenza favorevole allo stesso Romeo, e Bocchino «al punto che questo giudice - scrive va il Gip- era ammesso a parte ci pare a pranzi e incontri riservati in cui l'imprenditore e il deputato dovevano trattare di delicati affari di natura economica ». In altre telefonate Romeo e Bocchino parlano poi di un nuovo progetto imprenditoriale: un hotel. Il 28 marzo 2008, osserva il Pm, «gli interlocutori discutono se affidare il ristorante allo chef Gennaro Esposito e concordano un sopralluogo del cuoco». Grandi amici, altro che grandi appalti. E Bocchino se la cava, anche grazie al partito che gli fa quadrato intorno. Il Nostro restò in sella anche quando incauta ment e se la prese con il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino, colpito da un'ordinanza d'arresto in relazione al l’affaire camorra-rifiuti. La figuraccia fu doppia perché dal la lettura delle intercettazioni e degli interrogatori allegati al l'atto d'accusa, emergevano le rivelazioni dell'imprenditore pentito Gaetano Vassallo, per sua stessa ammissione legato alla sanguinaria cosca del casa lese Francesco Bidognetti, che lo tiravano pesantemente in ballo. A proposito del presunto sostegno elettorale dato dai clan a Cosentino, il pentito aggiunse a verbale quanto a lui riferito da uno degli esponenti di spicco della famiglia casale se: «Tornando alla riunione in cui venne arrestato Raffaele Bidognetti ricordo si fecero i nomi anche di alcuni politici na­zionali. In particolare Raffaele Bidognetti, alla mia presenza e alla presenza di Antonio Di Tella, riferì che Italo Bocchino » e altri politici di centrodestra «facevano parte del nostro tessuto camorristico». Anche in quel caso Bocchino proclamò la sua estraneità ai fatti, e il partito non lo abbandonò nemmeno quella volta. Così come nessuno, a cominciare da quel galantuomo di presidente della commissione d'inchiesta su Telekom Serbia che è Enzo Trantino, volle infierire su quel che scoprì il radicale Giulio Manfredi, poi riscontrato nell'inchiesta della Procura di Torino a pagina 30 della sen­tenza. E cioè che una parte dei proventi dell'intermediazione riguardante l’affaire col regime di Belgrado finirono nel la disponibilità di Bocchino, che poi era anche membro del la stessa commissione d'inchiesta.
«Ciò che costituisce una singolare emergenza messa in luce dalle indagini- si legge nelle motivazioni - riguarda la destinazione di una parte delle risorse di Vitali (uno dei due “facilitatori”dell'affare Te­lekom Serbia, ndr ) a loro volta, come è stato reiteratamente chiarito, proventi dell'affare Telekom Serbia. In effetti Bassini (Loris, titolare di una finanziaria di San Marino, la Fin Broker a cui Vitali aveva affidato la gestione di 22 miliardi di lire, ndr ) erogò nel corso del 2001 1,8 miliardi di lire a una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell’onorevole Italo Bocchino, successivamente componente della commissione d’inchiesta; e 2,4 miliardi alla società Edizioni Roma, di cui socio e presidente del Cda era lo stesso On. Bocchino». Un po' come Scajola, il finiano doc ha sempre detto di non aver mai saputo da chi provenissero quei soldi. Men che meno da un tale che conosceva bene e che era impelagato nell’affaire su cui indagava la commissione, di cui sempre Italo faceva parte. Bassini l’ha prima smentito («Italo l’ha sempre saputo del mio coinvolgimento nella vicenda Telekom Serbia e sapeva che i soldi della Fin Broker provenivano dalla mediazione del conte Vitali») e poi gli ha mandato l'ufficiale giudiziario a pignorargli casa. Vanta un credito di 800mila euro con la società della signora Bocchino, la figlia di Eugenio, imprenditore napoletano noto alle cronache per una latitanza datata 1993.

di Gian Marco Chiocci da il Giornale del 15/7/2010

[Fonte

giovedì 15 luglio 2010

Ultimo dei quattro articoli di oggi sull'anomala situazione politico-giudiziaria italica, ormai alla farsa.

«Dalla crisi non si esce con la via giudiziaria: ora governo di transizione» (Ha oracolato baffino di ferro, NdB)

D’Alema: patto per la crescita, come negli anni ’90


«In questo momento le prospettive appaiono incerte mentre la crisi appare certa». Esordisce così Massimo D'Alema. E la sua non è una battuta: «Io penso che qualsiasi considerazione sulle prospettive politiche dovrebbe prendere le mosse da una preoccupazione vivissima dello stato del Paese. E non mi pare che Berlusconi ne sia consapevole, visto che continua a lanciare futili messaggi di ottimismo».

Che fa l'opposizione? Gufa?
«Il problema qui non è dividerci tra chi è ottimista e chi è pessimista. Tutti quanti abbiamo speranza nella capacità di questo Paese di riprendersi, ma il problema vero è che noi siamo di fronte a una grande crisi che non è solo economica. C’è anche una crisi morale, di credibilità dello Stato, di fronte alla quale non c’è nessuna risposta, perché c’è un vuoto di leadership politica impressionante. Berlusconi prova a trovare una via d’uscita cercando di costruire un equilibrio politico che lo tuteli di più, e perciò si lancia nel tentativo abbastanza maldestro di riassorbire nella maggioranza Casini. Ma la questione vera non è come puntellare l'attuale equilibrio, è come uscirne».

E come se ne esce secondo lei, onorevole D'Alema?
«Bisogna prendere atto che la lunga fase della parabola berlusconiana è finita. Nell’ultimo decennio lui è stato il principale arbitro della vita pubblica e ha governato per circa otto anni. Il risultato complessivo di questa esperienza è estremamente negativo. Non credo che l'anno prossimo Berlusconi possa andare all’assemblea della Confindustria e dire che vuole ridurre le tasse, semplificare la pubblica amministrazione, modernizzare il Paese ed essere di nuovo applaudito. Infatti è successo il contrario. La pressione fiscale è aumentata. L’inefficienza e la corruzione della pubblica amministrazione sono cresciute con fenomeni patologici che ricordano per dimensione e gravità la situazione dell’Italia all’inizio degli anni Novanta. Il Pil del 2009 è fermo: è uguale al Pil del 2000, mentre la spesa pubblica è cresciuta di 6 punti. Insomma, un disastro, è difficile usare una espressione diversa».

Lei dipinge un quadro a tinte assai fosche...
«Siamo di fronte a un bilancio fallimentare, il che pone il Paese in una condizione d'emergenza. E una classe dirigente degna di questo nome dovrebbe dire: fermiamoci un momentino, altrimenti l'Italia va a rotoli, e cerchiamo dei rimedi. Naturalmente questo è un discorso che si rivolge a tutte le forze politiche. Nel senso che, secondo me, non ci sono scorciatoie: non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come può immaginare una certa parte dell'opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista. Io voglio che si faccia giustizia e penso che le persone che sono gravemente indiziate o sotto processo si debbano dimettere. A questo proposito ritengo un fatto positivo che si siano ottenute le dimissioni di Cosentino, dopo le dimissioni di Brancher e dopo quelle di Scajola. Ma proprio questa sfilata di dimissioni dimostra che siamo di fronte a un problema più profondo. La portata della crisi richiede un salto di qualità politico ed escludo che possa farlo Berlusconi, perché non credo che abbia la capacità del barone di Münchausen che si sollevava da solo. Penso che questa riflessione la si stia facendo anche all’interno del Pdl».

Onorevole D'Alema, lei sembra ipotizzare una crisi di governo neanche troppo lontana nel tempo. A quel punto le soluzioni potrebbero essere diverse. Elezioni anticipate o un governo che guidi la transizione.
«La prospettiva delle elezioni obiettivamente c’è. Ma io sono d'accordo con la lettera che vi ha mandato Macaluso: ritengo che tornare a votare con l'attuale legge elettorale, per una sorta di referendum su Berlusconi sì, Berlusconi no, non sarebbe utile. C'è bisogno di un momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese con coraggio. Abbiamo bisogno di un nuovo patto sociale. Come negli anni Novanta ci fu un patto per il risanamento, oggi abbiamo bisogno di un patto per la crescita. Tutto ciò l'attuale governo non è in grado di farlo, al di là di ogni valutazione, perché non ha credibilità».

Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini in un'intervista al «Corriere della Sera» ha proposto una soluzione diversa da quella delle elezioni anticipate: lui pensa piuttosto all'opportunità di dare vita a un governo delle larghe intese.
«Se si tratta di un'operazione di ceto politico intorno a Berlusconi non serve assolutamente a nulla. Ha un senso, viceversa, se è un appello alla responsabilità per aprire una fase nuova attraverso un governo di transizione, di larghe intese, o come vogliamo chiamarlo. Ovviamente, in una democrazia bipolare questa non può che essere una soluzione temporanea, legata a obiettivi precisi, ivi compresa la riforma della legge elettorale, che produce un bipolarismo fondato su una personalizzazione distorta della politica. E come la realizzazione di un compromesso ragionevole tra nord e sud in materia di federalismo, per evitare che questo diventi il tema di uno scontro lacerante per il Paese. Si tratta di un discorso che ha una logica e credo proprio che il maggior partito di opposizione sarebbe pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo».

Per la verità Pier Ferdinando Casini dice anche che il Pd è pronto a fare un governo guidato da Giulio Tremonti.
«Mi sembra una interpretazione un po’ sbrigativa e credo che tutte queste chiacchiere sui nomi servano solo ad ostacolare i processi politici ».

Ma non crede di esagerare le difficoltà del momento? Quella di questi giorni potrebbe anche essere una crisi passeggera e Berlusconi potrebbe continuare a governare fino alla fine della legislatura.
«È evidente anche agli esponenti della maggioranza che l'attuale equilibrio non regge più, gli elementi di scollamento sono troppi ».

Ma chi potrebbe mai essere la personalità che riesce a mettere insieme forze politiche tanto diverse?
«Questa è una decisione che spetta, come lei sa, al presidente della Repubblica».

E perché mai il Pdl dovrebbe scaricare Silvio Berlusconi per metter su un governo di transizione con le forze dell'opposizione?
«È chiaro che se questo discorso non troverà un ascolto nell’ambito della maggioranza è probabile che si arriverà alle elezioni anticipate, perché ormai la situazione non è più sostenibile. Però se dentro il Pdl ci sono persone preoccupate del destino del Paese e non soltanto cortigiani — e io non credo che ci siano esclusivamente cortigiani perché comunque è una grande forza politica che ha avuto il voto di tanti milioni di italiani — questa prospettiva è attuabile. Insomma, il Pdl deve dimostrare se è un partito o una sorta di sultanato. I partiti nelle democrazie moderne hanno la capacità di guardare agli interessi del Paese anche al di là del destino delle leadership, che possono anche cambiare. Per loro questa è una prova importante».

di Maria Teresa Meli 
dal Corsera 15 luglio 20100

3° articolo dei quattro di oggi sull'anomala situazione politico-giudiziaria italica, ormai alla farsa.

TREMANO PER 6 BOTTIGLIE VINO

Hanno preso anche il capo dei capi della'ndrangheta, Domenico Oppedisano, 80 anni insieme ad altri trecento compari che avevano messo le mani su Milano e sul Nord Italia. Non male per un governo accusato di essere figlio di un partito, Forza Italia, nato su un patto con le mafie. Accade lo stesso giorno, ieri, che l'Europa approva a pieni voti la manovra finanziaria italiana che domani vedrà la luce. Ce ne sarebbe abbastanza per festeggiare, per dire che siamo un Paese serio e responsabile. In effetti lo siamo, più di quanto crediamo, più di quanto si deduce dalle cronache dominate da presunti scandali e da faide che rischiano di annullare ciò che di buono si sta facendo, di divorare una maggioranza che non ha nessun problema se non il cancro che l'ha colpita. Un impazzimento, tutti contro tutti. Berlusconi ha oltrepassato il limite della pazienza. «Sono artificiose burrasche scatenate dalla vecchia politica politicante e da quanti, in maniera irresponsabile, giocano una partita personale a svantaggio dell'interesse di tutti», ha sbottato ieri. A chi si riferisce? Ai finiani, certo, ma forse non solo. Anche nella sua squadra, qualche cosa si è inceppato, in troppi, pubblicamente e privatamente, spendono invano il nome di Silvio per scalate di potere e vendette interne. Tutto si muove attorno all'ennesimo, sguaiato attacco della magistratura che ha fatto filtrare quindicimila pagine di intercettazioni e informative nelle quali si sostiene che l'Italia è guidata da una società segreta. Ridicolo, una cosa che non ha niente a che fare con il grande lavoro dei pm che hanno inflitto un colpo decisivo alla 'ndrangheta, ma sufficiente a se- minare panico e veleni. Quella che in corso è una operazione destabilizzante studiata a tavolino, giacobina l'ha definita ieri Berlusconi. A presunti reati (bottiglie di vino regalate da politici a un giudice civile) si mischiano illazioni su normalissime cene in luoghi pubblici tra onorevoli e lobbisti. Addirittura Formigoni viene fatto passare per complottaro per aver chiesto ad Alfano di mandare gli ispettori al tribunale di Milano dopo il blocco della sua lista. E che c'è di male? Dove è il reato? Non c'è ma intanto tutto viene usato a fini politici, non solo e non tanto dall'opposizione ma, ecco la novità, dall'interno del Pdl. Chi vuole la testa di Verdini, chi quella del sottosegretario Cosentino, entrambi coinvolti nell'inchiesta. Berlusconi ha messo l'altolà, ma forse il momento di fare pulizia è davvero arrivato, e gli avvisi di garanzia non devono essere l'unico metro di giudizio. L'impressione è che lo sporco, nel Pdl, si annidi anche in ambienti non toccati da atti giudiziari.
 
di Alessandro Sallusti 
  
• da Il Giornale del 14 luglio 2010

[FONTE]

2° articolo dei quattro di oggi sull'anomala situazione politico-giudiziaria italica, ormai alla farsa.

IL BIS IN IDEM DI COSENTINO

Sembra effettivamente di essere alla fine di un impero. Non solo perché il caos che regna sovrano (al punto che Palazzo Chigi smentisce veline di Palazzo Chigi, e tutto sembra poter crollare da un momento all'altro). Ma anche perché i comportamenti dei protagonisti, da razionali che dovrebbero essere, sempre più sembrano seguire logiche incomprensibili e contorte, come quando si perde il lume della ragione. Prendiamo il caso Cosentino. Qui ci troviamo di fronte a un uomo politico, sottosegretario nel governo al ministro del Tesoro, che da mesi gli inquirenti giudicano meritevole di arresto per partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso. Quando le accuse vennero formulate, fu già presentata una mozione di sfiducia da parte delle opposizioni, ma essa fu respinta dalla Camera, e parimenti fu respinta la richiesta di arresto. Non che si considerasse Cosentino al di sopra di ogni sospetto e vittima di una macchinazione della magistratura. Tanto è vero che i cosiddetti finiani (con Fini in testa) fecero fuoco e fiamme per impedire che Cosentino fosse scelto come candidato governatore del centrodestra in Campania, e tanto è vero che lo stesso Berlusconi accettò la sua faticata rinuncia a correre per quella carica. Pero, l'imputato per associazione di stampo mafioso che non fu cacciato dal governo, potrebbe ora finalmente essere costretto alle dimissioni perché indagato di partecipazione ad associazione segreta. I finiani, che per le accuse di camorra non votarono la sfiducia a Cosentino, potrebbero ora votarla - così dicono - per le accuse di associazione segreta. E un singolare bis in idem. Come se per la politica italiana frequentare Flavio Carboni fosse più infamante che frequentare i Casalesi. Come se le attività della camorra - sanguinose, lucrative ed eversive - fossero paragonabili a questa P2 da operetta che la cronaca degli atti giudiziari ci raccontano indaffarata come la banda dei falsari di Totò e Peppino a cercare disperatamente di parlare al telefono con Gianni Letta senza mai riuscirci, o di condizionare verdetti della Consulta senza mai riuscirci, odi far candidare Cosentino in Campania senza mai riuscirci. Niente testimonia dell'uso politico e distorto delle inchieste giudiziarie (che spesso è la politica stessa ad autoinfliggersi) più di questo corto circuito per cui un reato che secondo lo stesso procuratore nazionale antimafia Grasso difficilmente reggerà nel processo (la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete) finisce per contare di più di un reato di drammatica concretezza quale la partecipazione ad associazione di stampo mafioso. Cosentino già da tempo non dovrebbe essere nel governo della Repubblica, certamente non più di Brancher. E invece sulla sua sorte si consuma la fase finale di una vera e propria faida all'interno del Pdl, con i finiani che ne vogliono la testa in nome della «legalità», e Berlusconi che lo difende dal «giustizialismo e giacobinismo». Tutti valori, consentiteci di dire, che con l'onorevole Cosentino non c'entrano proprio nulla.
 
di Antonio Polito 

• da Il Riformista del 14 luglio 2010
 

Oggi pubblico quattro articoli sull'anomala situazione politico-giudiziaria italica, ormai alla farsa. 1°

CARO BOCCHINO LA POLITICA TI HA ROVINATO

Caro Bocchino, ciò che sospettavo nell'editoriale di ieri è confermato dalla tua lettera di oggi. Fin dalle prime righe si capisce che non sei più il giovane ed entusiasta deputato che ho incontrato nel 1996, appena sbarcato alla Camera. Ora sei un politico collaudato (non utilizzo "consumato" perché non vorrei tu ci vedessi un'allusione a qualcosa di consunto), temprato negli scontri di potere, che però macina rancore per essere stato messo all'angolo e dunque non lesina piccole punture di spillo anche agli amici. Tu caro Italo non sei stato espulso dal vertice del tuo partito, semplicemente hai condotto una battaglia e hai perso, perché invece di un'armata pronta a combattere Berlusconi ti sei ritrovato al seguito solo una piccola truppa, alla quale, per giunta, tu sei inviso e non ti riconosce come capo. Non è per lesa maestà che sei caduto, ma per una resa dei conti, i quali erano contro dite. So che dopo avere assaporato il potere, anche se quello piccolo di vicecapogruppo, è dura perderlo, ma questa è la democrazia, bellezza. Veniamo dunque a Verdini. Prima dite l'ho criticato per le frequentazioni ma, come ho scritto, il reato di cattive compagnie non è ancora previsto dal codice penale. Non escludo che di questo passo si finirà per istituirlo, soprattutto se ci sarà chi come te interpreta le accuse come sentenze di condanna. Prima ancora che fosse chiaro ciò che veniva imputato al coordinatore del PdL tu eri già certo che Verdini si dovesse dimettere e per questo hai fatto un odioso riferimento alle intercettazioni che arriveranno. A parte che la tua richiesta sa di ripicca, quasi ti volessi prendere una rivincita per essere stato messo da parte, il gioco di lanciare il sasso e di nascondere la mano è vecchio come il cucco. Tu ci provi spesso. Anche l'altro giorno, quando con fare gradasso ti sei vantato di poter mandare a casa il governo con i voti dei finiani, ma poi, quando è montata la polemica, ti sei rimangiato tutto, prendendotela con il giornalista: peccato ci fosse il video delle tue dichiarazioni. Nel caso delle conversazioni di Verdini, la frase è inequivocabile e dunque ribadisco: se sai cose che io non so, parla, altrimenti faresti meglio a tacere. Finora infatti di chiaro e certo contro il coordinatore del PdL c'è un finanziamento che Carboni e soci hanno fatto a una sua società, poi ci sono ipotesi di reati commessi per progetti mai realizzati: diranno il tempo e giudici se c'è del vero in quelle accuse oppure no. Ma anche qui, io fossi al tuo posto sarei cauto. Non perché io metta la mano sul fuoco per Verdini. Niente affatto. semplicemente perché, come ti ho già dimostrato, chiunque può essere impiccato a una parola pronunciata al telefono e a te è capitato. Ribadisco: se la Corte costituzionale non avesse reso inutilizzabili le intercettazioni che ti riguardavano, forse oggi non saresti così determinato nell'attaccare un tuo avversario di partito. Eppure anche tu dovresti ricordare gli schizzi di fango che si sollevano quando si vuole colpire qualcuno. Anni fa, quand'eri commissario dell'indagine su Telekom Serbia provarono a coinvolgerti per un finanziamento da 2,4 miliardi di lire a una società vicina. Per attaccarti misero di mezzo San Marino e anche il conte Vitali, l'uomo della super mediazione con Milosevic. Alla fine si scoprì che si trattava di pattume. Tu sei certo che tutto quel che stanno tirando fuori contro Verdini non sia immondizia? Io no. A differenza tua non ho sulla scrivania l'ordinanza del Gip e non so nulla delle duemila pagine di informativa né dei quasi quattro mila allegati. So solo una cosa, che Pinuccio Tatarella, di cui tu giustamente ti fai vanto di essere stato il pupillo, pur avendo spesso le cravatte macchiate di sugo, non rovistava mai nella spazzatura. PS. Tu mi ricordi ancora il tuo maestro a proposito di somme, divisioni ed esclusioni. Io mi permetto di ricordarti che Pinuccio fu colui che contribuì a far uscire il Msi dall'isolamento in cui era confinato da cinquant'anni. Prima di tutti, credo anche dite, aveva capito che per non essere esclusi bisogna evitare di autoescludersi. Auguri.

di Maurizio Belpietro
da Libero del 14 luglio 2010  

[FONTE]

mercoledì 14 luglio 2010

MEZZO PDL FINISCE INDAGATO - MEZZA CASA REGALATA A DE MITA

Come sempre il giornalista libero battitore Vittorio Feltri le canta e le suona a modo suo, anche se taluni personaggi lo additano a servo del padrone, il solito Berlusconi, lui va avanti imperterrito per la sua strada. Per questo motivo pubblico questo interessante resoconto che ci conferma, ancora una volta, il vero ed unico motivo che spinge i nostri connazionali a fare politica: l'interesse personale.


Piccoli e grandi scandali crescono. 
Mezzo Pdl è sotto inchiesta per una storia di cui non si è ancora capito niente, se non che gli indagati si incontravano segretamente per fare degli affari alla luce del sole, senza tuttavia riuscire a concluderli. Siamo di fronte a un caso inedito: indagati e cornuti. Interessante. I nomi che girano sono i soliti: Verdini, Dell'Utri (un vero e proprio prezzemolo giudiziario), Carboni, Cosentino. Al centro dell'inchiesta, se non sbaglio, c'è una questione di pale (con una elle sola) eoliche che producono energia alternativa e garantiscono, pare, un sacco di soldi a chi le tratta e le impianta. Non importa chi le paghi, visto che di norma è un ente pubblico, quindi chissenefrega. Come sempre, circolano verbali e intercettazioni telefoniche a iosa. Ce n'è per tutti, anche per il finiano Italo Bocchino che se ne è procurato un mazzo attraverso chissà quale canale, ovviamente compiacente. Segno che lui può contare su una manina amica e molto svelta che gli ha fornito, con i documenti, anche uno splendido argomento polemico onde chiedere le dimissioni di Verdini, coordinatore del Popolo della libertà a livello nazionale. Evviva, l'indagine è appena iniziata, se ne ignorano ancora i contorni, teoricamente potrebbe finire in una bolla di sapone, ma Bocchino è già lì che affila le armi per avviare una bella pulizia etnica nel partito di cui è dirigente. Mors tua, vita mea. La legge della foresta è ancora in vigore. Nessuno domanderà all'ottimo allievo di Tatarella dove è andato a prendersi gli atti riservati, perché lui è uno di quelli che alla libertà di stampa è disposto a sacrificare tutto, tranne le querele contro chi - per esempio il nostro Giancarlo Perna - raccontale sue gesta. Occorre precisare che questa specialità non l'ha imparata da Tatarella, ma dal suo nuovo maestro: Gianfranco Fini. Risultato della faccenda, un maxi sputtanamento. Chi semina vento raccoglie tempesta? Una volta, forse. Adesso raccoglie qualche soddisfazione nella sinistra, che non lesina applausi a chi sferra calcioni alla maggioranza di governo. Oggi i giornali sfogheranno livore sul centrodestra, ma non scriveranno due righe (al massimo una) sull'affare immobiliare che legalmente sta per portare a termine l'ex leader della Dc ed ex presidente del Consiglio, ora deputato europeo (Udc) Ciriaco De Mita. Contro il quale non abbiamo niente, anzi, personalmente non ho mai nascosto la mia stima e simpatia per lui. Tuttavia, stupisce la generosità, pur lecita, dell'ente in procinto di cedergli l'appartamento della vita. Perché della vita? Perché don Ciriaco vi abita da oltre un ventennio, immagino a condizioni di favore, dato che paga un fitto di 35mila euro l'anno per la bellezza di 750 metri quadrati nel centro di Roma. Cioè lo occupa da quando, nominato premier, invece di dimorare a Palazzo Chigi, egli stabilì la propria residenza nell'attico di via in Arcione (vista Fontana di Trevi), oggetto dell'attuale trattativa, che all'epoca fece discutere perché restaurato a spese dello Stato (alcuni miliardi di lire). Il fatto che adesso De Mita lo voglia comprare sarebbe normale se fosse normale anche il prezzo.  
Viceversa 5mila euro al metro sono un terzo del valore di mercato. In pratica don Ciriaco pagherà poco più di 3 milioni di euro un alloggio che ne costa oltre 10. Ciò che duole è che l'appartamento non è di proprietà di un privato cittadino, che coi mattoni suoi fa quel che gli garba, bensì dell'Inps. La Previdenza sociale piange miseria se deve versare la pensione ai poveri cristi, però se vende un attico a un vecchio notabile della Dc, ancora in sella, è talmente ricca da concedergli uno sconto di 7 milioni di euro. Un ente che si fa grande coi fondi dei pensionati e regala due terzi di un pezzo del patrimonio gestito, non dico andrebbe indagato come un Verdini qualunque, ma almeno commissariato. 
A De Mita, la cui intelligenza è rinomata, non dedico una parola: sa meglio di me che certe cose si possono fare, ma è meglio non farle, specialmente se si è stati presidenti del Consiglio. 

Vittorio Feltri

[VIA] Rassegna stampa radicale - [FONTE] Il Giornale del 13/7/2010

martedì 13 luglio 2010

I corsari che hanno depredato Telecom Italia

Sempre in tema di memoria che noi italiani abbiamo soltanto quando ci fa comodo, riporto questo "illuminante" servizio de Il Manifesto su quella che era la grande SIP, Società italiana per l'esercizio telefonico, poi divenuta Telecom Italia. 
Nel 1997 il 1° governo Prodi* decretò la svendita della SIP ad alcuni imprenditori amici, alla cui testa vi era Colaninno,  il capitano coraggioso (altra definizione di baffino di ferro D'Alema). 
La colossale svendita, colossale perché lo Stato cedette anche le linee e le centrali che costarono lacrime e sangue agli italiani e per questo senza creare una vera concorrenza in quanto Telecom Italia è di fatto ancora monopolista, (cosa che non si ripeté con la vendita dell'ENEL la cui rete è rimasta proprietà dello Stato), fu definita da baffino di ferro, il già compagno D'Alema, " La madre di tutte le privatizzazioni", che ora rischia di fare la fine di Alitalia, o peggio/meglio di Eutelia (per quest'ultimo scandalo vi è stato l'arresto dei dirigenti. Avverrà mai per quelli di Telecom?).

Per fortuna non sono morti fisiche, come nel caso dei quasi 30 suicidi in Telecom France, ma sono licenziamenti, mascherati da procedure di mobilità. E la cosa strana è che mentre Telecom France ha annunciato le scorse settimane circa 10 mila nuove assunzioni, Telecom Italia e vuole fare fuori altri 7 mila dipendenti. Che non sono i primi: otto anni fa - nel 2002 - nel colosso telefonico italiano lavoravano oltre 107 mila persone che alla fine del 2009 erano scese a 71.384. Un taglio di 36 mila dipendenti non è poca cosa: significa che un lavoratore su tre è stato mandato a casa o «girato» a società di comodo dove i diritti sono talmente esili che spesso non si vedono. I quasi 7 mila che il management vuole eliminare ora (per 3.700 le procedure sono già iniziate) significano un nuovo taglio di poco meno del 10% della forza lavoro. Ma è necessario questo nuovo taglio?
Secondo la logica del capitale, purtroppo la risposta è sì, anche se nell'ultimo anno la Telecom ha seguitato a distribuire dividendi agli azionisti. Il problema è che a partire da quella maledetta privatizzazione del ’97 la Telecom è stata letteralmente saccheggiata. Vale la pena ricordare che per il 36% del capitale in quell’anno lo stato incassò 26 mila miliardi di lire, circa 12,5 miliardi di euro. L’obiettivo era di formare un nocciolo duro di capitalisti-gestori della società, ma fallì sul nascere: invece del nocciolo duro si formò un «nocciolino» che con poco più del 6% controllava e gestiva Telecom. Il capitalismo italiano in quella occasione non fece bella figura. 
E in seguito ne fece di peggiori.
Neppure un anno e mezzo dopo alcuni «capitani coraggiosi» - definizione di D'Alema - capitanati da Colaninno, lanciarono una Opa (attraverso la Tecnost) su Telecom e con circa 61 mila miliardi di lire - quasi tutti a prestito - ne assunsero il controllo. Poi Olivetti (di Colaninno) e la Teconst si fondono e a controllare Telecom (con il 22% di Olivetti) è una società lussemburghese: la Bell. A questo punto iniziano i saldi per far cassa e pagare l'enorme debito: in testa Sirtie Italtel. Poi un nuovo scandalo: la Bell (che ha il controllo indiretto di Telecom), viene ceduta a una nuova cordata che per il 23% della Olivetti posseduta da Bell versano ai capitani coraggiosi 4,175 euro per azione, contro un valore di mercato di 2,25 euro. Una plusvalenza enorme (1.5 miliardi) per chi vende. Un affare per chi compra (Tronchetti Provera e i Benetton) che riescono a evitare il lancio di una Opa, senza che nessuna autorità di controllo abbia qualcosa da ridire. Solo il fisco osò aprire bocca sostenendo che Bell era una società falsa lussemburghese. Ci fu un accertamento con adesione e alla fine i soci di Bell dovettero scucire 156 milioni di euro. Cioè niente. Alla fine dell'operazione Telecom è controllata dalla finanziaria Olimpia partecipata al 60% da Tronchetti Provera.
Nel 2003 un altro scandalo: la fusione tra Telecom e Olivetti. In questo modo tutti i debiti contratti dalla società acquirente vengono addossati alla società preda, cioè la Telecom. Nel 2007 altro passaggio di proprietà: una cordata con a capo la spagnola Telefonica rileva la quota di Tronchetti Provera: il 24% circa di Telecom finisce in una nuova società chiamata Telco. Intanto i debiti crescono e la redditività diminuisce. Il valore delle azioni che al momento della privatizzazione era superiore ai 5 euro è sceso a meno di un euro.
Su Telecom hanno mangiato in tanti, ma a pagare sono stati in tanti: i piccoli azionisti che in una società annunciata come public company non hanno mai contato nulla e, soprattutto, i lavoratori. Forse varrebbe la pena ricominciare da capo pubblicizzando ai prezzi attuali il 36% di Telecom. Non lo vieta alcuna legge europea.
Fonte 

Per avere certezza di chi contribuì al più grosso regalo fatto con i nostri soldi ai loro amici imprenditori o pseudo tali, pubblico l'intera composizione del 1° governo del bolognese Prodi, in quanto tutti corresponsabili, quanto meno moralmente,  di tale scempio di denaro pubblico e tecnologia. Potevo mettere un link al sito del Senato, ma preferisco farveli leggere qui di seguito:
Governo Prodi - I
17 Maggio 1996 - 20 Ottobre 1998
MINISTRI
Presidente del Consiglio dei ministri PRODI prof. Romano
Vice presidente del Consiglio dei ministri VELTRONI Valter
Ministro senza portafoglio per la solidarietà sociale TURCO Livia dal 18/5/1996 
Ministro senza portafoglio per la funzione pubblica e gli affari regionali BASSANINI prof. Franco dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per le pari opportunità FINOCCHIARO Dott.ssa Anna dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per i rapporti con il Parlamento BOGI prof. Giorgio dal 14/3/1997
Grazia e giustizia FLICK prof. avv. Giovanni Maria dal 18/5/1996
Tesoro CIAMPI dott. Carlo Azeglio dal 18/5/1996 fino al 31/12/1997
Tesoro, bilancio e programmazione economica CIAMPI dott. Carlo Azeglio dal 1/1/1998
Bilancio e della programmazione economica CIAMPI dott. Carlo Azeglio dal 18/5/1996 fino al 31/12/1997
Finanze VISCO prof. Vincenzo dal 18/5/1996
Difesa ANDREATTA prof. Beniamino dal 18/5/1996
Pubblica istruzione BERLINGUER prof. Luigi dal 18/5/1996
Lavori pubblici DI PIETRO avv. Antonio dal 18/5/1996 fino al 21/11/1996
Lavori pubblici COSTA prof. Paolo dal 21/11/1996
Risorse agricole, alimentari e forestali PINTO avv. Michele dal 18/5/1996 fino al 4/6/1997
Politiche agricole PINTO avv. Michele dal 5/6/1997
Trasporti e navigazione BURLANDO Claudio dal 18/5/1996
Poste e telecomunicazioni MACCANICO Dott. Antonio dal 18/5/1996
Industria, commercio e artigianato BERSANI dott. Pier Luigi dal 18/5/1996
Lavoro e previdenza sociale TREU Prof. Tiziano dal 18/5/1996
Commercio con l'estero FANTOZZI prof. Augusto dal 18/5/1996
Sanità BINDI dott.ssa Rosy dal 18/5/1996
Beni culturali e ambientali VELTRONI Valter dal 18/5/1996
Ambiente RONCHI Dott. Edo dal 18/5/1996
Università e ricerca scientifica e tecnologica BERLINGUER prof. Luigi dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per gli italiani all'estero DINI Dott. Lamberto dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per il coordinamento della protezione civile NAPOLITANO dott. Giorgio dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per i problemi delle aree urbane DI PIETRO avv. Antonio dal 18/5/1996 fino al 21/11/1996
Ministro senza portafoglio per i problemi delle aree urbane COSTA prof. Paolo dal 21/11/1996
Turismo BERSANI dott. Pier Luigi dal 18/5/1996
Ministro senza portafoglio per lo spettacolo e lo sport VELTRONI Valter dal 18/5/1996
Affari esteri DINI Dott. Lamberto dal 18/5/1996
Interno NAPOLITANO dott. Giorgio dal 18/5/1996
SOTTOSEGRETARI DI STATO
Presidenza del Consiglio dei ministri MICHELI dott. Enrico Luigi (Segretario del Consiglio dei Ministri) dal 18/5/1996
BOGI prof. Giorgio dal 22/5/1996 fino al 13/3/1997
PARISI prof. Arturo Mario Luigi (Editoria) dal 22/5/1996
ZOPPI dott. Sergio (Funzione Pubblica) dal 22/5/1996
BETTINELLI prof. Ernesto (Funzione Pubblica) dal 13/2/1997
MONTECCHI Elena (con incarico per i rapporti con il Parlamento) dal 23/2/1998
Grazia e giustizia AYALA dott. Giuseppe Maria dal 22/5/1996
CORLEONE dott. Francesco (Franco) dal 22/5/1996
MIRONE prof. Antonino dal 22/5/1996
Tesoro CAVAZZUTI prof. Filippo dal 22/5/1996 fino al 31/12/1997
GIARDA prof. Dino Piero dal 22/5/1996 fino al 31/12/1997
MACCIOTTA prof. Giorgio dal 22/5/1996 fino al 29/5/1996
PINZA avv. Roberto dal 22/5/1996 fino al 31/12/1997
PENNACCHI dott. Laura dal 29/5/1996 fino al 31/12/1997
Tesoro, bilancio e programmazione economica CAVAZZUTI prof. Filippo dal 1/1/1998
GIARDA prof. Dino Piero dal 1/1/1998
MACCIOTTA prof. Giorgio dal 1/1/1998
PENNACCHI dott. Laura dal 1/1/1998
PINZA avv. Roberto dal 1/1/1998
SALES dott. Isaia dal 1/1/1998
Bilancio e della programmazione economica PENNACCHI dott. Laura dal 22/5/1996 fino al 28/5/1996
SALES dott. Isaia dal 22/5/1996 fino al 31/12/1997
MACCIOTTA prof. Giorgio dal 29/5/1996 fino al 31/12/1997
Finanze MARONGIU prof. avv. Giovanni dal 22/5/1996
VIGEVANI Fausto dal 22/5/1996
CASTELLANI prof. Pierluigi dal 21/11/1996
Difesa BRUTTI Prof. Massimo dal 22/5/1996
RIVERA Gianni dal 22/5/1996
Pubblica istruzione MASINI prof.ssa Nadia dal 22/5/1996
ROCCHI prof.ssa Carla dal 22/5/1996
SOLIANI Dott.ssa Albertina dal 22/5/1996
Lavori pubblici BARGONE avv. Antonio dal 22/5/1996
MATTIOLI prof. Gianni Francesco dal 22/5/1996
Risorse agricole, alimentari e forestali BORRONI Roberto dal 22/5/1996 fino al 4/6/1997
Politiche agricole BORRONI Roberto dal 5/6/1997
Trasporti e navigazione ALBERTINI Giuseppe dal 22/5/1996
SORIERO dott. Giuseppe dal 22/5/1996
Poste e telecomunicazioni LAURIA dott. Michele dal 22/5/1996
VITA Vincenzo Maria dal 22/5/1996
Industria, commercio e artigianato CARPI prof. Umberto dal 22/5/1996
LADU Dott. Salvatore dal 22/5/1996
Lavoro e previdenza sociale GASPARRINI dott. Federica dal 22/5/1996
MONTECCHI Elena dal 22/5/1996 fino al 22/2/1998
PIZZINATO Antonio dal 22/5/1996
GARILLI prof. Alessandro dal 20/3/1998
Commercio con l'estero CABRAS Ing. Antonello dal 22/5/1996
Sanità BETTONI BRANDANI dott.ssa Monica dal 22/5/1996
VISERTA COSTANTINI prof. Bruno dal 22/5/1996
Beni culturali e ambientali BORDON Willer dal 22/5/1996
LA VOLPE dott. Alberto dal 22/5/1996
Ambiente CALZOLAIO dott. Valerio dal 22/5/1996
Universita' e ricerca scientifica e tecnologica GUERZONI prof. Luciano dal 22/5/1996
TOGNON prof. Giuseppe dal 22/5/1996
Affari esteri FASSINO Piero (con delega in materia di politiche comunitarie) dal 22/5/1996
SERRI dott. Rino dal 22/5/1996
TOIA dott.ssa Patrizia dal 22/5/1996
Interno ABBATE dott. Fabrizio dal 22/5/1996
BARBERI prof. Franco dal 22/5/1996
GIORGIANNI dott. Angelo dal 22/5/1996 fino al 13/3/1998
SINISI Dott. Giannicola dal 22/5/1996
VIGNERI prof.ssa avv. Adriana dal 22/5/1996
TESTA dott. Lucio dal 20/3/1998
 

Lo Stato, ovvero noi, vedremo mai questi soldi?

La notizia, come sempre, è di quelle che fanno riflettere e piangere, oltre ad arrabbiarsi,  nel constatare lo sperpero di denaro pubblico che si è fatto e si continua a fare.

CIMOLI INCASSA, il cda paga.

RISARCIMENTI Sono stati condannati dalla Corte dei conti i tre membri del cda delle Ferrovie dello Stato che approvarono il pagamento di 4,56 milioni di euro al numero uno della società, Giancarlo Cimoli, quando "volò" dalle Ferrovie dello Stato verso l'Alitalia. Gaetano Scoca, Mario Sebastiani e Roberto Ulissi dovranno restituire alle Fs la cifra che decisero di versare a Cimoli a titolo di liquidazione, premio di risultato e incentivazione triennale per il periodo in cui era presidente e amministratore delegato delle Ferrovie.(Staremo a vedere se, come e quando questi tre signori pagheranno il maltolto! NdB) Nessuna responsabilità, invece, dei membri del comitato per i compensi degli amministratori dell'alta dirigenza delle Ferrovie, Robero Pessi e Francesco Forlenza. 

Caris Vanghetti su Panorama n.66 del 15/7/2010 

Questa la secca notizia giornalistica alla quale, però, discendono alcune riflessioni. Cimoli, questo eccezionale amministratore, amico di Fini e D'Alema che lo hanno voluto a capo delle Fs prima e dell'Alitalia poi con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti, veniva pagato come uno dei  migliori e capaci manager a livello mondiale. Sei volte di più dell'amministratore di Air France, che non è fallita, anzi si voleva comprare l'Alitalia per come l'aveva ridotta Cimoli con la complicità dei sindacati, specialmente quello dei piloti!

Ecco cosa scriveva a RaiNews24 il 10-02-2007:

 Dopo la retribuzione d'oro Cimoli riceve una liquidazione d'oro, 5 milioni di euro.
La cosa ha sollevato l'attenzione dei diessino Salvi e Villone (Diessini anche loro come D'Alema. NdB) che hanno chiesto l'interessamento del Parlamento alla questione.
"L'Alitalia - dichiara Salvi - va malissimo. La cura del dottor Cimoli ha peggiorato la malattia. La compagnia di bandiera potrebbe addirittura portare i libri contabili in tribunale. Con questi risultati fallimentari alle spalle, il dottor Cimoli avrebbe ottenuto dal Tesoro una liquidazione da 5 milioni di euro e la garanzia di essere sollevato da qualsiasi azione di responsabilità nei suoi confronti". (Chi gli ha concesso questa clausola di salvaguardia? Vorremmo conoscere ilo suo nome, sarebbe il minimo. NdB)

"Il Parlamento - sottolinea - deve essere adeguatamente informato di questa situazione. In tempi difficili per il bilancio statale sarebbe inconcepibile un trattamento di questo genere. Una sola domanda resta: ma davvero in questo modo il governo dell'Unione pensa di poter recuperare il suo rapporto con una opinione pubblica disorientata e incerta?".
Giancarlo Cimoli nel 2004 venne nominato al vertice della compagnia Alitalia. Per il risanamento della compagnia aerea, Cimoli realizza il "Piano industriale 2005-2008", con l'obiettivo di riportare in attivo i conti a partire dal bilancio 2006. Dopo la semestrale in rosso rettifica la previsione, definendo l'utile un obiettivo non più raggiungibile. La gestione Cimoli non piace ai sindacati che hanno chiesto ripetutamente al governo il suo avvicendamento.  

Nel settembre 2006 il Governo Prodi avoca a sé la crisi della compagnia aerea.
 
Particolare scalpore ha destato la retribuzione di 2,800,000 euro ossia molto di più degli stipendi degli amministratori delegati di compagnie aeree utile quali KLM (il quadruplo) e British Airways (il triplo).
[Fonte]

sabato 10 luglio 2010

Siamo alle solite, qual'è la verità ministro Brunetta? Auto blu: il sospetto dei conti taroccati

Il ministro Brunetta in una trasmissione radiofonica su RTL 102,5 ebbe a dichiarare, trionfalmente, che aveva censito le auto blu in Italia e che erano solo 90.000.  Quindi molte, ma molte di meno delle 600.000 e oltre  che i giornali indicavano e che indignano gli italiani. 
Ma nei conti del ministro c'è qualcosa che non va. Ecco quanto scrive il blog di Panorama.  

Scusate se torniamo sull'argomento (forse per la terza o quarta volta nel giro di poche settimane), ma la storia del numero reale delle auto blu in circolazione è davvero una fissazione. Perché sono il simbolo per eccellenza della casta, se non altro.

Coi vetri oscurati, uno le vede sfrecciare (a spese nostre, ovviamente) laddove un cittadino qualsiasi non potrebbe. E sono persino parecchie. Quante? Secondo i consumatori su e per giù 620 mila. Poi il ministro Brunetta ha fatto un censimento: 90 mila. Possibile? Pare di sì: ha inviato i questionari e per ora un campione pari a oltre il 20 per cento ha risposto. Non tutti, ma un numero comunque sufficiente per azzardare una prima stima.

Poi uno va a rileggere un articolo del Corriere di fine anni novanta e scopre che il parco auto dello Stato si aggirava attorno a 160 mila mezzi, due ruote comprese. Si sono ridotte in dieci anni? A parte i confronti, a qualcuno è sorto più di un dubbio: possibile che i consumatori ne abbiano contate sei volte tanto? Lo ha fatto Libero. Sentite qua: fino a ieri solo un ente su tre ha risposto al questionario. E questo si sapeva. Ma dai questionari si scopre che al ministero degli Esteri ne risulta solo una in uso esclusivo, che Guido Bertolaso non ha l’auto blu e che Sacconi e Galan dovrebbero addirittura prenotarla.

E ancora: Palazzo Chigi ne dichiara 16, ma gli aventi diritto sarebbero in realtà 22, tra premier, ministri senza portafoglio e sottosegretari vari. Nessun dato, inoltre, da 17 regioni. E sì, se le cose stanno così, i conti proprio non tornano. Tanto che un ministro, riporta Libero, avrebbe commentato: “Pare che a Roma non circolino le auto blu. Hanno barato? Allora baro anche io…”.

domenica 4 luglio 2010

Quanto costa ai cittadini l'Autorità più infuente e potente al mondo, quella USA.

Pubblico un interessante articolo di Dagospia che riprende a sua volta dalla Stampa. Per fare il raffronto dollaro euro, togliete il venti per cento del valore al dollaro. Per cui lo stipendio del presidente Obama sarà, all'incirca, 320.000 euro. Cioè meno della metà di quanto prende Santoro alla RAI.

Roba da colletta!
Online gli stipendi della Casa Bianca, e si scopre che Obama guadagna meno della metà di un manager: 400 mila dollari. 

Segue la busta paga da 172.200 $ che va a 23 suoi stretti consiglieri, i cui ritmi di lavoro non conoscono orario e le cui decisioni implicano responsabilità planetarie - Tagli e sacrifici Rispetto al 2009 - L’uomo-ombra di Obama mette in tasca 102 mila dollari… 

Quattrocentosessanta dipendenti per un totale di 38,7 milioni di dollari di stipendi, con nessun aumento di spesa rispetto allo scorso anno e un'oscillazione fra i 172 mila dollari dei super-consiglieri e i 21 mila dei dipendenti part-time: è la radiografia di quanto si guadagna dentro la Casa Bianca, resa pubblica online per disposizione di Barack Obama nell'ambito delle misure sulla «massima trasparenza dell'amministrazione» promesse all'elettorato durante la campagna 2008.


Entrando nel dettaglio ci si accorge subito che lavorare alla Casa Bianca non significa diventare ricchi. Sotto lo stipendio del presidente degli Stati Uniti, che è di 400 mila dollari ovvero meno della metà di quanto guadagna un buon manager di Wall Street, viene la busta paga da 172.200 dollari che va a 23 suoi stretti consiglieri.

Si tratta dei nomi più importanti della Casa Bianca, gli artefici delle politiche dell'ultima superpotenza del Pianeta i cui ritmi di lavoro non conoscono orario e le cui decisioni implicano responsabilità planetarie. Si tratta del capo di gabinetto Rahm Emanuel, del portavoce Robert Gibbs, del capo dell'antiterrorismo John Brennan, del guru politico David Axelrod, dalla consigliera Valerie Jarrett, del legale Robert Bauer, dello speechwriter Jon Favreau, come anche di Susan Sher, capo dello staff della First Lady Michelle, e di Carol Browner, titolare del cruciale portafoglio «energia e ambiente».
 Per fare un paragone con i guadagni che a questi alti funzionari potrebbe offrire il mercato basti pensare che il legale Bauer l'anno precedente all'arrivo alla Casa Bianca dichiarò consulenze per un totale di 958.788 dollari. Se il livello complessivo della remunerazione dunque non è molto alto ciò che spicca sono 179.700 dollari che vengono versati a due esperti di «Health Care», Michael Hash e Timothy Love, a conferma dell'importanza che il presidente assegna alla riforma sanitaria.
Barack Obama mentre percorre in solitudine uno dei corridoi della casa bianca - Dal Corriere della Sera (Ansa/Epa)
Scendendo un gradino più sotto si passa ai consiglieri di secondo grado, come Robert Nabors vice di Rahm Emanuel, che guadagna 162.500 dollari, Nancy-Ann DeParle, esperta di Sanità, a 158.500 e Norm Eisen, legale per le questioni etiche, a 149 mila dollari. Reginald Love, l'inseparabile «body man» che vive letteralmente attaccato al presidente, svolgendo le mansioni più differenti - dal versargli l'acqua durante i discorsi a giocare a basket con lui nel tempo libero - ha uno stipendio di 102 mila dollari mentre lo stakanovista Jim Messina, a cui è stata affidata la preparazione delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso di Washington, è nel ristretto club dei 172 mila dollari.
casa bianca
Ad avere stipendi inferiori sono gli alti funzionari che gestiscono le attività online - 70 mila dollari - e i rapporti con i mezzi di comunicazione della comunità ispanica - 78 mila dollari - mentre se si scende a livello di segretarie, assistenti legislativi, consulenti, responsabili del «monitoraggio del media» e dell'«esame dei possibili candidati» le paghe annuali si aggirano fra i 40 e 60 mila dollari.
Fanalino di coda, i funzionari part-time, a cui vengono versati 21 mila dollari. Ma c'è anche chi ha scelto di lavorare completamente gratis: è il caso di Shale Wong e Margaret Chen che pur avendo la qualifica di «impiegati» con mansioni di «special assistant» non ricevono neanche un dollaro. Nel complesso la Casa Bianca oltre ad aver congelato le remunerazioni - su disposizione del presidente Obama - ha anche ridotto il personale rispetto al 2009, scendendo di 17 unità, con un arretramento che appare ancor più vistoso tenendo presente che gli organici comprendono tutti i dipendenti dei consigli per le politiche domestiche e per quelle economiche creati sul modello del consiglio per la sicurezza nazionale.
clinton-lewinski Al Gore
Il bilancio della Casa Bianca non include invece il vicepresidente Joe Biden, che è anche presidente del Senato, e il suo staff.

2 - BILL CLINTON NON PERDONA AL GORE
Matrimonio senza i Gore per Chelsea Clinton: né Al né l'ex moglie Tipper sono nella lista degli invitati alle nozze della figlia dell'ex presidente con il banchiere d'affari Marc Mezvinski, a Rhinebeck nello stato di New York il 31 luglio. Non è chiaro se i Gore siano stati «disinvitati» dopo la recente separazione e le accuse di molestie sessuali mosse contro Al Gore da una massaggiatrice di Portland.
In dicembre però lo stesso Gore aveva lasciato intendere che sarebbe stato tra i 400 invitati. Il suo portavoce ha risposto con un «no comment» alla domanda precisa del «Daily News», aggiungendo solo: 
«Fanno entrambi gli auguri a Chelsea, che è una donna meravigliosa, e condividono la gioia della sua famiglia». Molti però evocano la vecchia ruggine tra Al e Bill all'epoca dello scandalo Lewinsky.


 di Maurizio Molinari per La Stampa


Un altro primato di Bassolino: DERIVATI MADE IN NAPLES

Ancora un primato poco lusinghiero all'ombra del Vesuvio. Fu infatti Napoli il primo comune italiano a dare inizio alla “finanza creativa” che ha portato comuni e regioni ad infilarsi nella trappola dei derivati, quei prodotti finanziari ad alto rischio che - secondo quanto ha dichiarato nel processo in corso a Milano su questi titoli-truffa, il pm Alfredo Robledo - sono un'autentica bomba a orologeria, che prima o poi esploderà travolgendo l'intero Paese. La storia ce la racconta Gaetano Montefusco, avvocato e scrittore, implacabile difensore al fianco delle vittime dei “crack annunciati” fin dai tempi del primo dissesto di Palazzo San Giacomo, quello che negli anni ‘90 mise in ginocchio il gia' fragile tessuto produttivo ed economico partenopeo.
«Era la fine del 1995 - spiega Montefusco, che all'argomento ha dedicato due libri inchiesta - quando l'assessore bassoliniano alle finanze Roberto Barbieri stupi' il mondo con l'annuncio dell'emissione dei BOC: 300 miliardi di vecchie lire rastrellate a Wall Street dalla banca d'affari Merrill Lynch per la vendita di buoni ordinari del comune partenopeo. Da allora termini come spread, swap o rating sono entrati nel linguaggio corrente dei ragionieri degli enti locali. Prima i comuni erano controllati dai Coreco e dai segretari comunali e attingevano risorse finanziarie alla Cassa Depositi e Prestiti. Saltati i controlli hanno fatto soldi indebitandosi sciaguratamente sui mercati e rinegoziando continuamente il debito spostando sempre piu' oltre il momento del pagamento e giungendo cosi' ad ipotecare decenni del futuro delle nuove generazioni».
«Chi governa - prosegue Montefusco - non si preoccupa dei debiti che le amministrazioni hanno verso i fornitori e risana i conti semplicemente non onorando i pagamenti. Sant'Antonio Bassolino risanò i conti di Napoli grazie alla legge sul dissesto. San Guido Bertolaso ha risanato l'emergenza rifiuti con la legge sulle unita' stralcio, piccole enclave dei conti ministeriali gestite come procedure fallimentari. E' cosi' che a Napoli la Protezione civile e' riuscita finora a pagare solo chi vuole e non certo chi deve. Il dottor Robledo, che ho conosciuto anni fa, ha ragione: ci aspettano tempi durissimi. Stiamo peggio della Grecia anche se imbellettiamo meglio i conti».

di Furio Lo Forte, 04/07/2010
 
FONTE

Ecco il vero motivo che spinge i nostri politicanti a fare politica

Pubblico quanto ha scritto il sito Dagospia che,  notoriamente,  é bene informato. 

Dopo il divorzio da Veronica, per il banana è la volta della separazione da Gian-menefrego - caccia al ‘tesoretto più consistente della storia dei partiti’: 100 milioni nel forziere di casa An, cioè nel bunker del "nemico" Gianfranco Fini - cuccagna che fa gola agli ex "colonnelli" ormai di casa a Palazzo Grazioli, e che del tesoretto hanno perso controllo e gestione - I La Russa, Gasparri, Alemanno non si rassegnano e ora partono al contrattacco…
Carmelo Lo Papa per La Repubblica



E se è giunta l´ora della «separazione consensuale» - quella che invoca Cicchitto - ecco che c´è già chi punta ai gioielli di famiglia. Che non sono pochi nel forziere di casa An, cioè nel bunker del "nemico" Gianfranco Fini. Gioielli che fanno gola agli ex "colonnelli" ormai di casa a Palazzo Grazioli, e che del tesoretto hanno perso controllo e gestione. I La Russa, Gasparri, Alemanno non si rassegnano e ora partono al contrattacco.
Si dà il caso che quel tesoretto valga più di 30 milioni di sola liquidità e quasi 400 milioni, ha azzardato qualcuno, se si considerano i 70 immobili, i rimborsi elettorali e altre entrate che An, ancora formalmente viva e vegeta, percepisce. Tutto ripara dai tempi della fusione nel Pdl sotto l´ombrello di Fini e dei suoi.

Ovvero dell´"Associazione An", in procinto di essere trasformata in fondazione. E se ora anche sui quattrini è guerra aperta tra ex aennini berlusconizzati e finiani è per il sospetto nutrito dai primi: che il patrimonio stia per diventare la base finanziaria di un ipotetico, futuro partito del presidente della Camera. Post «separazione», appunto.
L´attacco si è fatto più serrato (e pubblico) negli ultimi giorni, prima nel chiuso della riunione del Comitato dei garanti di An. Poi con una minicampagna stampa sui giornali più vicini al premier. Finché ieri il direttore del "Secolo", la deputata Flavia Perina assai vicina a Fini, non ha detto basta. Dedicando alla guerra in corso la pagina 3 e denunciando «l´offensiva sui bilanci da parte degli ex amici, per normalizzare un´azione politica e culturale che dà fastidio».
Cos´è accaduto? Che in quell´ultima riunione del Comitato è stata messa in discussione l´anticipazione concessa da An al "Secolo", attingendo ai rimborsi elettorali. Mentre venerdì "Libero" aveva titolato in prima pagina "Fini ha cento milioni", facendo le pulci al patrimonio gestito dai fedelissimi dell´inquilino di Montecitorio. Con articolo ad hoc sul presunto «anno nero» del "Secolo". Contro il quotidiano, se è per questo, durante il Comitato si era scagliato anche Antonio Caruso (area La Russa): «Non si capisce a cosa serva il giornale».


La Perina fa quadrato contro «il fuoco amico insistente» e dà una lettura politica della «delegittimazione» in corso. Ricorda ad esempio di quando il giornale criticò la «sindrome Noemi» del premier e già La Russa si indignava: «Il Secolo? Non lo leggo». E Gasparri: «Non intendo fargli pubblicità». E pensare che era il loro organo di partito, in fondo fino a un paio d´anni fa. Ma l´offensiva contro l´anticipazione al "Secolo", sostiene Italo Bocchino, «è pretestuosa, perché da 50 anni il partito fa così, anche perché detiene il 97% del capitale».

 La vera battaglia, però, è sul bottino grosso: il patrimonio. Finora in mano a un Comitato di gestione composto da due finiani (Pontone e Marino) e da un uomo di La Russa (Catanzaro). Il Comitato dei garanti, composto invece da 9 dirigenti (4 finiani), ha ora deliberato che i tre della gestione si occuperanno solo di ordinaria amministrazione, mentre quella straordinaria passerà ai garanti.
Troppo alta la posta in gioco per regalarla alle truppe del presidente della Camera. Basta scorrere i numeri. L´associazione An ha chiuso il bilancio 2009 con un utile di 38,5 milioni. Più 16 milioni di contributi elettorali. Liquidità disponibile nel rendiconto 2008 da 30,6 milioni.
Nocciolo duro, gli immobili: i 70 appartamenti delle sedi An della Immobiliare Nuova Mancini srl e Italimmobili srl, amministratore unico Donato Lamorte. «Fini ha 100 milioni e li farà pesare tutti» titolava tre giorni fa "Libero": «Il tesoretto più consistente della storia dei partiti».


Quasi una beffa per Berlusconi: la sua Forza Italia ha ereditato in bilancio solo un maxi debito da 33 m


Sempre in tema di intercettazioni e legge "bavaglio"...

Ancora una volta l'antica  locuzione latina Verba volant, scripta manent si rivela scientificamente esatta.
Addirittura con l'autentica di quello che ormai è l'unico paladino di giustizia, l'unico giornalista libero, la penna al curaro delle procure d'assalto,  insomma l'idolo di certe sinistre residuali: il pregiudicato Marco Travaglio. 

Vi riporto quanto scrive Travaglio sul giornale di sua proprietà su quella che viene definita legge "bavaglio", ma che scrive, come sempre a modo suo: travagliescamente. 
Ho messo in risalto, come sempre,  in grassetto o evidenziato con altro colore le cose salienti.


Auto-bavaglio, anti-bavaglio
di Marco Travaglio 

Siccome grande è il casino sotto il cielo d'Italia, può persino capitare di trovare qualcosa di sensato sul Giornale: un commento di Littorio Feltri che ha il pregio di far riflettere tutti noi giornalisti che ci prepariamo allo sciopero contro la legge-bavaglio. “Allo scopo di protestare contro la prossima approvazione del bavaglio – scrive Feltri, pur contrario alla legge Alfano – ve lo mettete in anticipo e volontariamente. L'8 luglio sciopererete e i giornali non saranno in edicola. Fantastico. Per chiedere maggiore libertà, la negate del tutto a voi stessi e ai lettori. Non sapevo che il diritto di dare le notizie si difendesse non dandole”.
 

Intendiamoci, il bavaglio è talmente vergognoso e demenziale che meriterebbe non uno sciopero, ma una serrata. Però l'obiezione di Feltri mette a dura prova il riflesso condizionato dei sindacati, Fnsi compresa, che ricorrono sempre e soltanto allo sciopero come se fosse l'unica forma di protesta.

Già la manifestazione dell'altro giorno in Piazza Navona, peraltro sacrosanta, denotava un po' di stanchezza, ripetitività e mancanza di fantasia.
Il fatto poi che vi abbia aderito il Pd rendeva il tutto vagamente fasullo, visto che il bavaglio Alfano è figlio naturale e legittimo della legge Mastella, proposta dal centrosinistra e votata alla Camera nel 2007 da tutti i partiti, con soli 9 astenuti o non partecipanti al voto (Giulietti, Grillini, Nicchi, Cannavò, Zaccaria, Carra, De Zulueta, Poletti e Caldarola) e nessun contrario su 630.

La Mastella, se possibile, era ancora peggio dell'ultima versione dell'Alfano: vietato pubblicare, anche parzialmente o per riassunto, tutti gli atti di indagine anche se non più coperti da segreto, fino al processo (l'Alfano, almeno, il riassunto lo consente per tutti gli atti, escluse le intercettazioni); per i cronisti, galera fino a 30 giorni o multe fino a 100 mila euro; quanto agli atti del fascicolo del pm, top secret addirittura fino alla sentenza d'appello. A parte il sindacato, l'Ordine, l'Unione cronisti, il Giornale, l'Unità e Annozero, la grande stampa (anche le testate che oggi si fanno belle sul palco di Piazza Navona) dormiva sonni profondi, e così gli editori.

Quando poi si andò alle urne, nell'aprile 2008, il programma elettorale del Pd al punto 4 (“Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli”) prevedeva “divieto assoluto di pubblicazione di tutta la documentazione relativa alle intercettazioni e delle richieste e delle ordinanze emesse in materia e di misura cautelare fino al termine dell'udienza preliminare, e delle indagini”. Il tutto per “tutelare i diritti fondamentali del cittadino e le stesse indagini, che risultano spesso compromesse dalla divulgazione indebita di atti processuali”. Dulcis in fundo, “sanzioni penali e amministrative molto più severe delle attuali per renderle un'efficace deterrenza alla violazione di diritti costituzionalmente tutelati”.

Chi oggi marcia contro il bavaglio con chi ora lo combatte solo perché ha perso le elezioni non fa una bella figura. E non saranno un bello spettacolo nemmeno le edicole il 9 luglio, quando i lettori troveranno soltanto i giornali crumiri, cioè berlusconiani di destra (Il Giornale, Libero, Il Tempo, Il Foglio) e di sinistra (Il Riformista). Bel risultato, non c'è che dire. Avvertito in anticipo, il Banana ne approfitterà per intensificare le vergogne l'8 luglio, ben sapendo che l'indomani ne parleranno (anzi, non ne parleranno) solo i suoi house organ. Per carità, non intendiamo rompere la solidarietà del fronte anti-bavaglio.

Ma solo insinuare, finché siamo in tempo, un piccolo dubbio negli amici della Fnsi: sicuri che la forma più efficace di protesta contro il bavaglio sia autoimbavagliarci per un giorno? Non sarebbe meglio uscire tutti in edizione straordinaria, listata a lutto, in forma di dossier con le intercettazioni e gli atti d'indagine più importanti di questi anni che, col bavaglio in vigore, non avremmo potuto pubblicare? Chi protesta contro il bavaglio lasciando campo libero ai trombettieri imbavagliato ricorda quel tale che, per far dispetto alla moglie, si tagliò… bè, ci siamo capiti.

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